Costituzione? Il post referendum conferma la necessità di riformarla

Il voto di dicembre rende ancora più confuso il quadro istituzionale e politico. E pone in evidenza l'esigenza di intervenire anche sulla prima parte della Carta.
scritto da Luigi Covatta

Molti dei coccodrilli che il 4 dicembre sbranarono la riforma costituzionale ora piangono calde lacrime, paventando il ritorno al proporzionale e l’ingovernabilità della prossima legislatura: da ultimo, il 29 luglio, il direttore del Corriere della Sera, che denunciava “la politica che marcia al buio”. Ma sono pochi quelli che mostrano di avere appreso la lezione dei primi anni Novanta, e cioè che non basta cambiare una legge elettorale per cambiare un sistema politico.

Ovviamente pesa il risultato di dicembre, che sconsiglia di tornare a parlare di riforme costituzionali. Ma non mancano gli audaci che osano ancora avventurarsi nel gurgite vasto esplorato inutilmente da quarant’anni a questa parte (il primo a parlare di riforme costituzionali fu Giuliano Amato nel 1977). Sempre sul Corriere, per esempio, Sabino Cassese sollecita il Parlamento ad occuparsi dei “rami bassi” dell’albero costituzionale: ed è difficile dargli torto, se solo si pensa alla confusione che si è determinata nella governance locale in seguito alla legge Delrio con cui sono state abolite le elezioni provinciali ma non le province. Ed ancora sul Corriere Angelo Panebianco non solo ha auspicato nuove iniziative di revisione della seconda parte della Costituzione, ma ha ritenuto ormai matura anche la revisione della prima, quella che enuncia i “Principi fondamentali”.

Non si tratta di rivangare vecchie dispute su una Costituzione scritta “metà in russo e metà in latino”, come si disse all’epoca ironizzando sul compromesso fra democristiani e comunisti. Né si tratta solo di aggiornare il concetto di “costituzionalismo”, almeno per distinguere fra diritti azionabili sul piano soggettivo e “diritti” che indicano solo obiettivi per raggiungere i quali lo Stato deve impegnarsi. Si tratta invece innanzitutto di misurarsi col principio di realtà, cominciando a prendere atto dei cambiamenti irreversibili che si sono verificati nella “costituzione materiale”, e che riflettono l’evoluzione della struttura sociale, dell’edificio istituzionale e del contesto internazionale.

Sabino Cassese

Basta, per esempio, il secondo comma dell’articolo 11 (per cui l’Italia “consente, in condizione di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia”) per regolare i nostri rapporti con l’Unione Europea? E non è ipocrita mascherare da “missioni umanitarie” le nostre missioni militari per rispettare il primo comma dello stesso articolo? Senza dire che, mentre nel dibattito pubblico si discute tranquillamente di flat tax, sarebbe il caso di dare un’occhiata all’articolo 53 (“Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”); o che l’articolo 49 risulta di difficile attuazione quando è possibile che un “non partito” consegua la maggioranza relativa nelle Camere; e che l’articolo 15 (“La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”) andrebbe rivisto sia alla luce delle innovazioni tecnologiche che in considerazione della sempre più pervasiva prassi delle intercettazioni telefoniche.

Molti, tuttavia, considerano poco meno che un sacrilegio la revisione della prima parte della Costituzione: e non tutti sono feticisti. La gran parte teme una reformatio in pejus, vista l’aria che tira in materia di tutela dello stato di diritto, dello stato sociale e della stessa nozione di cittadinanza, come dimostra la sgangherata discussione sullo ius soli. E tutti temono ulteriori lacerazioni nel tessuto civile se si rimettono in discussione principi già acquisiti e, per così dire, passati in giudicato. Proprio per questo, però, sarebbe bene chiamare le forze politiche e tutto il corpo sociale ad un nuovo impegno costituente: che nel 1946, quando le lacerazioni erano ben maggiori, servì egregiamente ad evitare il caos.

Francesco Cossiga

Ma sarebbe bene anche ricordare che, nel messaggio con cui nel 1991 sollecitava le Camere ad avviare una radicale riforma delle istituzioni, Francesco Cossiga metteva tuttavia in dubbio che un “potere costituito” (il Parlamento) potesse diventare “potere costituente”. Metteva in dubbio, cioè, l’efficacia dell’articolo 138 della Costituzione, buono per operare piccoli ritocchi (l’istituzione della Regione Molise, per esempio, o l’adeguamento della durata della legislatura del Senato a quella della Camera), ma non per ridisegnare l’ordinamento dello Stato, compito da riservare invece ad un’assemblea costituente.

Del resto quando la procedura prevista dall’articolo 138 è stata usata per perseguire obiettivi più ambiziosi l’esito non è stato fra i più felici: è il caso della riforma del Titolo V, approvata dal centrosinistra nel 2001 con pochi voti di scarto ed oggetto poi di infiniti contenziosi fra Stato e Regioni. Ed è il caso, tutto sommato, anche della riforma bocciata dagli elettori col referendum di dicembre. Tanto che si potrebbe sostenere che con essa si chiude non già il ciclo delle riforme costituzionali tout court, ma di quelle approvate seguendo pedissequamente la procedura prevista dall’articolo 138, della quale nell’occasione sono emersi iperbolicamente tutti i difetti: dalla confusione fra maggioranza d’indirizzo e maggioranza costituente fino addirittura all’incresciosa circostanza per cui molti eletti hanno votato la riforma in aula e ne hanno poi sollecitato la bocciatura presso gli elettori.

Per secondare l’auspicio di Panebianco, quindi, è necessario violare anche un tabù metodologico: quello che dal 1991 ad oggi ha impedito di usare l’articolo 138 per istituire un’assemblea eletta dal popolo ed ha invece permesso che esso venisse usato per nominare un paio di commissioni bicamerali “redigenti” ed una decina di comitati di saggi “referenti”.

Angelo Panebianco

Ovviamente, nella palude postreferendaria e preelettorale, è difficile trovare qualcuno che prenda l’iniziativa. Ma se la prendesse, Matteo Renzi avrebbe l’opportunità di uscire davvero dal buco nero in cui è precipitato col referendum di dicembre: avrebbe cioè l’opportunità di indicare al paese un orizzonte culturale capace di andare oltre le trovate propagandistiche con cui il PD insegue i Cinque Stelle sul loro stesso terreno, e di rottamare definitivamente una “Seconda Repubblica” che non merita rimpianti. A meno che, sempre per fare riferimento all’aria che tira, Renzi non tema l’argomento triviale con cui cinque anni fa il Corriere, per la penna di Sergio Rizzo, affossò un’analoga iniziativa di Francesco Rutelli: il rischio di dover pagare cento stipendi in più per retribuire l’ulteriore casta dei costituenti.

Costituzione? Il post referendum conferma la necessità di riformarla ultima modifica: 2017-08-04T21:10:30+02:00 da Luigi Covatta

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