Yasmina Reza torna in libreria con “Babilonia”

La solitudine è una cattiva consigliera. È il messaggio di fondo del nuovo libro della scrittrice e drammaturga francese, edito da Adelphi.
scritto da ROBERTO ELLERO

Les choses de la vie. I francesi le chiamano così, con lieve noncuranza, “le vicende della vita quotidiana”. Affetti e dispetti, gioie e dolori, affanni e imprevisti.

Cose della vita, che capitano e in genere passano, senza lasciare traccia. O magari, lasciando tracce invisibili, piccole rimozioni che riappaiono all’improvviso, accendendo fuochi inattesi.

Passioni d’amore, accessi d’ira. È allora che la ragione cede agli impulsi, agli istinti, alle imprevedibili varianti dell’irrazionalità, di cui – specie nei rapporti di coppia – è maestra la scrittrice e drammaturga Yasmina Reza, ora nuovamente in libreria con Babilonia (Babylone), per Adelphi, con traduzione di Maurizia Balmelli.

Yasmina Reza

Ricordate Il dio del massacro (Le Dieu du carnage)?

Nella pièce teatrale di successo della Reza, poi efficacemente sullo schermo in ambientazione finto newyorkese per merito di Roman Polanski (Carnage, 2011), due coppie si riunivano per discutere, con la dovuta creanza, di un fatto increscioso accaduto ai loro figli.

Una scena tratta dal film “Carnage” (2011)

Cose da ragazzi, facilmente ricomponibili.

E invece, al di là delle iniziali buone maniere, parole che cominciano a ferire, sguardi che si fanno minacciosi, un continuo rinfacciarsi colpe e misfatti dimenticati, in un crescendo di tensione che sfocia nel “tutti contro tutti”, un autentico gioco al massacro che al cinema aveva i volti – indimenticabili – di Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John C. Reilly, un quartetto di inaudita ferocia dietro la bonomia del vivere civile.

Se dovessi isolare una sola immagine tra tutte quelle che mi sopravvivono in testa, sarebbe quella di Jean-Lino seduto quasi al buio sulla sedia marocchina, con le braccia inchiodate ai braccioli in mezzo a un ingombro di sedie che non aveva più ragion d’essere. Jean-Lino Manoscrivi impietrito su quella sedia scomoda, nel salotto dove, allineati sulla cassapanca, c’erano ancora i bicchieri che avevo freneticamente comprato per l’occasione, le vaschette di sedano, le patatine light, tutti i residui della festicciola organizzata in un momento di ottimismo. Chi può stabilire la partenza delle cose? Chi sa quale oscura e forse remota combinazione ha governato i fatti?

Siamo a Deuil-l’Alouette (letteralmente Lutto-l’Allodola), immaginario quartiere borghese alla periferia di Parigi, dove abita la protagonista, donna colta di mezza età, sposata, un figlio ormai grande, un buon lavoro, senza particolari crucci, se non quel senso di spaesamento che coglie al crinale della vita e spinge ad uscire dai recinti.

Fra i vicini di casa, un uomo senza particolari qualità, Jean-Lino Manoscrivi, italiano da tempo trapiantato ed ebreo quasi dimentico delle proprie origini, che vive con Lydie, tipo esuberante, che si esibisce ogni tanto sulla scena jazzistica, ultimamente votata alla causa animalista. Sembrano una coppia affiatata, sebbene gli umori di Jean-Lino tradiscano il malessere di una solitudine che affonda lontano le sue radici.

Sulle rive dei fiumi di Babilonia gli ebrei sedevano e piangevano al ricordo di Sion.

L’ebraicità di Jean-Lino si riassume quasi unicamente in quella frase sentita mille volte in famiglia da piccolo: vivere in esilio, da eterni stranieri, diversi da come si sarebbe voluto, soli. Ed è questo spleen dell’ometto del piano di sopra ad attrarre la protagonista, un sentire comune, come le accade soffermandosi sui volti e sugli ambienti ordinary people immortalati da Robert Frank nel suo album di viaggio The Americans.

Uscivamo a fare due passi e se capitava prendevamo un caffè all’angolo. Fuori aveva il permesso di fumare, in casa no. Mi sembrava l’uomo più mite che avessi conosciuto, e continuo a vederlo così. Tra noi non c’è mai stata confidenza, ci siamo sempre dati del lei. Però parlavamo, a volte ci raccontavamo cose che ad altri non raccontavamo. Soprattutto lui. Ma poteva succedere anche a me. Avevamo scoperto di avere la stessa avversione nei confronti della nostra infanzia, lo stesso desiderio di cancellarla con una riga nera.

Quel che mai t’aspetteresti accade la sera in cui la protagonista invita amici, parenti e vicini di casa per festeggiare insieme l’incipiente primavera. Clima rilassato improvvisamente guastato da una battuta di troppo di Jean-Lino a proposito dei “polli appollaiati”, vale a dire allevati secondo natura, destinata a urtare la sensibilità di Lydie e a mettere in imbarazzo i convitati. Qualche ora dopo, al piano di sopra, l’irreparabile, che finisce per coinvolgere anche la protagonista, a un passo dalla colpevole complicità.

L’orrore che irrompe nella quotidianità è talvolta persino inconsapevolmente comico nella sua goffaggine.

Babilonia ce ne dà conferma. Se il suo ordito è quello delle solitudini esistenziali, la trama che lo intreccia al tessuto della narrazione è uno di quei fatti di cronaca che purtroppo abbondano di questi tempi, raccontato però da Yasmina Reza con la sua consueta abilità quasi chirurgica.

E se pare di essere lì, testimoni degli accadimenti, non è certo per connivenza o per giustificare. Piuttosto uno di quei viaggi nel buio della mente che valgono ad allertare i sensi della presunta normalità.

Yasmina Reza torna in libreria con “Babilonia” ultima modifica: 2017-08-06T14:12:36+02:00 da ROBERTO ELLERO

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