Bob Dylan. “Il Nobel e le mie canzoni”

scritto da BOB DYLAN

Lo scorso aprile Bob Dylan ha ritirato il Premio Nobel per la Letteratura assegnatogli il 10 dicembre 2016 dall’Accademia di Svezia, “per aver creato”, dice la motivazione, “nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Ma in quell’occasione Dylan non ha letto il discorso di accettazione, la Nobel Lecture che va pronunciata entro sei mesi dal giorno dell’assegnazione, requisito per ricevere l’assegno di otto milioni di corone, l’equivalente di 819mila euro, previsto per il vincitore del Nobel. Il 10 dicembre 2016, nella sede dell’Accademia svedese di Stoccolma, si era tenuta la cerimonia di assegnazione dei premi Nobel, e Dylan non vi aveva neppure preso parte. In una lettera, letta durante la cerimonia dall’ambasciatrice americana in Svezia Azita Raji (la lettera si può leggere qui), spiegava le ragioni della sua assenza. Lo scorso 4 giugno, Dylan ha infine fatto recapitare a Stoccolma il suo discorso. 27 minuti registrati a Los Angeles. ytali ha tradotto la trascrizione del discorso.

Quando ho ricevuto questo Premio Nobel per la Letteratura, la prima cosa è stata chiedermi come esattamente le mie canzoni potessero avere a che fare con la letteratura. Ho voluto rifletterci su e vedere dove fosse il collegamento. Cercherò di argomentarlo. E molto probabilmente lo farò girandoci intorno, ma spero che quanto dirò ne valga la pena e sia di qualche utilità.

Se dovessi tornare agli albori di tutto, credo che dovrei iniziare con Buddy Holly. Buddy morì quando io avevo circa diciott’anni e lui ventidue. Dal momento in cui l’ascoltai la prima volta, lo sentii come un parente. Avvertivo un legame con lui, quasi fosse un fratello maggiore. Ho anche pensato che gli assomigliavo. Buddy suonava la musica che amavo – la musica con cui sono cresciuto: country western, rock ‘n’ roll, rhythm and blues. Tre filoni distinti di musica che s’intrecciano e si fondono in un unico genere. Un unico brand. E Buddy scriveva canzoni – canzoni che avevano belle melodie e versi immaginifici. E cantava alla grande – cantava in più voci. Era l’archetipo. Tutto quello che non ero e avrei voluto essere. Lo vidi solo una volta, e questo pochi giorni prima che se ne andasse. Avevo dovuto percorrere cento miglia per vederlo suonare, e non ne rimasi deluso.

Era potente ed elettrizzante e aveva una presenza imponente. Ero a neppure un paio di metri da lui. Era incredibile. Gli guardai il volto, le mani, il modo in cui batteva il piede, i grandi occhiali neri, gli occhi dietro gli occhiali, il modo in cui teneva la chitarra, il modo in cui stava dritto, l’abito ben messo. Tutto su di lui. Sembrava avesse più di ventidue anni. Qualcosa di lui sembrava immutabile, e ne rimasi più che appagato. Poi, come un fulmine a ciel sereno, successe la cosa più stupefacente. Mi guardò fisso negli occhi e trasmise qualcosa. Qualcosa che non sapevo cosa fosse. E mi diede i brividi.

Penso che un giorno o due dopo il suo aereo precipitò. E qualcuno – qualcuno che non avevo mai visto prima – mi passò un disco di Leadbelly con su la canzone “Cottonfields”. Quel disco, da quel momento in poi, cambiò la mia vita. Mi condusse in un mondo che non avevo mai conosciuto. Come ci fosse stata un’esplosione. Come se avessi camminato nell’oscurità e all’improvviso l’oscurità si fosse illuminata. Era come se qualcuno mi avesse imposto le mani. Devo aver messo su quel disco centinaia di volte.

Era un’etichetta di cui non avevo mai sentito parlare, con dentro un opuscolo pubblicitario degli altri artisti dell’etichetta: Sonny Terry e Brownie McGhee, i New Lost City Ramblers, Jean Ritchie, e altre string band. Non avevo mai sentito parlare di nessuno di loro. Ma pensai che se erano in questa etichetta con Leadbelly, dovevano essere bravi, quindi era necessario ascoltarli. Volevo sapere tutto e suonare quel tipo di musica. Avevo ancora un feeling per la musica con cui ero cresciuto, ma adesso me l’ero messa via. Non ci pensavo proprio. Adesso, era roba del passato.

Non ero ancora andato via da casa, ma non vedevo l’ora. Volevo imparare questa musica e conoscere le persone che la suonavano. Alla fine, me ne andai da casa, e imparai a suonare quelle canzoni. Erano diverse dalle canzoni che avevo fin allora ascoltato alla radio per tanto tempo. Erano più vibranti e autentiche, parlavano della vita. Nelle canzoni radiofoniche, un esecutore poteva far colpo con un tiro di dadi o smazzando le carte, ma che importava alla gente. L’importante era essere in testa alla classifica. Tutto quello che dovevi fare era essere versato ed eseguire la melodia. Alcune di queste canzoni erano facili, altre no. Avevo un feeling naturale per le vecchie ballate e il country blues, ma tutto il resto dovetti impararlo da zero. Mi esibivo di fronte a piccole platee, a volte non più di quattro o cinque persone in una stanza o in un angolo di strada. Dovevi avere un ampio repertorio, e dovevi sapere cosa eseguire e quando. Alcune canzoni erano intime, in altre dovevi gridare per essere ascoltato.

Ascoltando tutti gli artisti popolari della prima ora e cantando tu le canzoni, t’impadronisci del vernacolo. L’interiorizzi. Lo canti nel ragtime blues, nelle work song, nelle Georgia sea shanty, nelle Appalachian ballad e nelle cowboy song. Impari a cogliere le finezze, e a padroneggiare i dettagli.

Sapete cosa voglio dire. Estrarre la pistola e rimetterla in tasca. Farsi largo nel traffico, parlare al buio. Lo sapete, no, Stagger Lee è un tipo cattivo e Frankie è una brava ragazza. Sapete, no, Washington è una città borghese e avete sentito la voce profonda di John the Revelator e avete visto il Titanic affondare in un torrente tortuoso. E voi siete gli amici del wild Irish rover e del wild colonial boy. Avete sentito il suono smorzato dei tamburi e quello basso dei pifferi. Avete visto il gagliardo Lord Donald infilzare la moglie con un coltello e tanti dei vostri compagni avvolti in lenzuola bianche.

Avevo messo giù dentro tutto il vernacolo. Conoscevo la retorica. Non mi sfuggiva più nulla – i dispositivi, le tecniche, i segreti, i misteri – e conoscevo anche tutte le strade deserte che avevo attraversato. Riuscivo a collegare tutto e a muovermi con la corrente della giornata. Quando ho iniziato a scrivere le mie canzoni, il linguaggio popolare era l’unico vocabolario che conoscessi, e l’ho usato.

Ma avevo anche qualcos’altro. Avevo principi, sensibilità e una visione informata del mondo. E ne avevo avuto per un po’. Tutto imparato a scuola. Don Chisciotte, Ivanhoe, Robinson Crusoe, Viaggi di Gulliver, Racconto di due città, e tutto il resto – le tipiche letture scolastiche che ti davano un modo di guardare la vita, una comprensione della natura umana e un metro per misurare le cose. Ho preso tutto questo con me quando ho iniziato a comporre i testi. E i temi di quei libri si facevano strada in molte delle mie canzoni, consapevolmente e involontariamente. Volevo scrivere canzoni diverse da qualunque cosa chiunque avesse mai sentito, e questi temi erano fondamentali.

Libri specifici che mi sono rimasti attaccati fin da quando li lessi ai tempi della scuola – voglio citarvene tre: Moby Dick, Niente di nuovo sul fronte occidentale e l’Odissea.

Moby Dick è un libro affascinante, un libro ricco di scene di intensità drammatica e di dialoghi drammatici. Il libro pretende molto da chi lo legge. La trama è semplice. Il misterioso capitano Achab – capitano di una nave chiamata Pequod – un egomaniaco con una gamba di legno che insegue la sua nemesi, la grande balena bianca Moby Dick che gli aveva preso quella gamba. E l’insegue attraverso tutto l’Atlantico, attorno all’estremità dell’Africa, fin nell’Oceano Indiano. Insegue la balena attorno a due le parti della terra. È un obiettivo astratto, niente di concreto o definitivo. Chiama Moby l’imperatore, la vede come l’incarnazione del male. Achab ha moglie e un figlio a Nantucket che ricorda di tanto in tanto. Puoi prevedere cosa succederà.

L’equipaggio della nave è composto da uomini di razze diverse e chiunque di loro avvisterà per primo la balena riceverà come ricompensa una moneta d’oro. Quanti simboli, quante allegorie religiose, quanti stereotipi.

Achab incontra altre barche di caccia alla balena, incalza i loro capitani per avere dettagli su Moby. L’hanno vista? C’è un profeta pazzo, Gabriel, a bordo di una di queste imbarcazioni che predice la sventura di Achab. Sostiene che Moby è l’incarnazione di un dio che gioca a dadi, e che qualsiasi relazione con lui porterà al disastro. E lo dice al capitano Achab. Il capitano di un’altra imbarcazione – il capitano Boomer – ha perso un braccio, gliel’ha preso Moby. Ma se n’è fatto una ragione, è felice di essere sopravvissuto. Non accetta l’anelito di Achab a vendicarsi.

Questo libro spiega come ognuno reagisca in modo diverso alla stessa esperienza. C’è tanto vecchio Testamento, allegoria biblica: Gabriele, Rachele, Geroboamo, Bildah, Elia. Anche i nomi pagani: Tashtego, Flask, Daggoo, Fleece, Starbuck, Stubb, Martha’s Vineyard. I pagani sono adoratori di idoli. Alcuni adorano piccole figure di cera, altri rivolgono preghiere a figure di legno. Altri ancora al fuoco. Pequod è il nome di una tribù indiana.

Moby Dick è un racconto di viaggi di mare. Uno degli uomini, il narratore, dice: «Chiamami Ismael». Qualcuno gli chiede da dove viene, lui dice: «Non c’è sulle mappe, i luoghi veri non ci sono mai».

Stubb non dà importanza a nulla, dice che tutto è predestinato. Ismael è stato su un veliero tutta la vita. Chiama le navi le sue Harvard e Yale. Tiene le distanze dalle persone.

Un tifone colpisce il Pequod. Il capitano Achab pensa che sia un buon segno. Starbuck pensa che sia un cattivo segno, medita l’uccisione di Achab. Non appena finisce la tempesta, un membro dell’equipaggio cade dall’albero della nave e annega, preannunciando ciò che verrà. Un prete quacchero, pacifista, che in realtà è un uomo d’affari assetato di sangue, dice a Flask: “Ci sono uomini che ricevono ferite e sono portati verso Dio, altri che finiscono nell’amarezza”.

Tutto è mescolato. Tutti i miti: la bibbia giudaico-cristiana, i miti indù, le leggende britanniche, San Giorgio, Perseo, Ercole – sono tutti cacciatori di balene. La mitologia greca, il lavoro cruento della macellazione di una balena. Tanti i fatti in questo libro, la conoscenza geografica, l’olio di balena – che va bene per l’incoronazione reale – famiglie nobili dell’industria baleniera. L’olio di balena è usato per ungere i re. La storia della balena, frenologia, filosofia classica, teorie pseudo-scientifiche, giustificazione per la discriminazione – tutto gettato dentro e niente di tutto questo minimamente razionale. Toni elevati. Toni infimi. La caccia a illusioni. L’inseguimento della morte, la grande balena bianca, bianca come l’orso polare, bianca come l’uomo bianco, l’imperatore, la nemesi, l’incarnazione del male. E il capitano fuori di testa che ha perso la gamba anni fa e che cerca di attaccare Moby con un coltello.

Vediamo solo la superficie delle cose. Possiamo interpretare ciò che c’è sotto come meglio ci pare. Gli uomini dell’equipaggio s’aggirano sul ponte, ascoltando le sirene, e gli squali e gli avvoltoi seguono la nave. Leggi teschi e volti come leggessi un libro. Ecco un volto. Te lo metto davanti. Leggilo se puoi.

Tashtego dice che è morto e rinato. I giorni in più sono un dono. Non è stato salvato da Cristo, ma, dice, lo deve a un collega, per giunta un non cristiano. Parodia della risurrezione.

Quando Starbuck dice ad Achab che dovrebbe lasciare che il passato passi, il capitano s’arrabbia e gli fa di rimando: “Non parlarmi in modo blasfemo, uomo, colpirei il sole se m’insultasse”. Anche Achab è un poeta eloquente. Dice: “Il cammino verso lo scopo che mi sono prefissato procede su binari su cui la mia anima è plasmata per correre”. Oppure queste righe, “Tutti gli oggetti visibili non sono che maschere di cartapesta”. Citazioni poetiche imbattibili.

Alla fine Achab intercetta Moby, spuntano gli arpioni. Vengono calate le scialuppe. L’arpione di Achab ha il battesimo del sangue. Moby attacca la barca di Achab e la distrugge. Il giorno dopo Moby è di nuovo avvistata. Le barche ancora calate. Moby torna ad attaccare la barca di Achab. Il terzo giorno esce un’altra scialuppa. Altre allegorie religiose. È risorto. Moby attacca di nuovo, sperona il Pequod e l’affonda. Achab s’avviluppa nella corda dell’arpione ed è gettato nella sua tomba marina.

Ismael sopravvive. Galleggia sul mare in una bara. E questo è tutto. Tutta qui la storia. Il tema, con quel che implica, è presente in molte delle mie canzoni.

Niente di nuovo sul fronte occidentale è stato un altro libro decisivo. Niente di nuovo sul fronte occidentale è una storia horror. È un libro in cui dai l’addio all’innocenza, alla fede in un mondo sensato e alla sensibilità per il prossimo. Sei come imprigionato in un incubo. Succhiato in un vortice misterioso di morte e dolore. Devi difenderti dall’eliminazione, dall’essere cancellato dalle mappe. Un tempo eri un giovane innocente con grandi sogni, speravi di diventare un pianista da concerto. Una volta amavi la vita e il mondo, e adesso lo stai facendo a pezzi.

Giorno dopo giorno, le vespe ti mangiano e i vermi ti girano nel sangue. Sei un animale all’angolo. Dappertutto ti senti fuori posto. La pioggia che scende è monotona. Gli assalti si ripetono all’infinito, gas velenosi, gas nervino, morfina, vapori fumanti di benzina, cosa non si fa per un po’ di cibo, influenza, tifo, dissenteria. La vita sta franando intorno a te, e le granate fischiano. Questa è la regione più infima dell’inferno. Fango, filo spinato, trincee piene di topi, ratti che mangiano gli intestini di cadaveri, trincee piene di sporcizia e di escrementi. Qualcuno grida: “Ehi, tu, in piedi e combatti”.

Chissà quanto durerà questo casino. La guerra non ha limiti. Ti ha annichilito, e quella tua gamba sta sanguinando troppo. Hai ucciso un uomo ieri, e hai parlato con il suo cadavere. Gli hai detto che quando tutto questo sarà finito, passerai il resto della tua vita a occuparti della sua famiglia. Chi ne sta approfittando? I capi e i generali si fanno la fama, e molti altri ne beneficiano finanziariamente. Ma sei tu che stai facendo il lavoro sporco. Uno dei tuoi compagni dice: “Aspetta un attimo, dove vai?” E tu dici: “Lasciami in pace, torno tra un minuto.” Poi entri nel bosco della morte a caccia di un pezzo di salsiccia. Come fai a vedere tu che c’è qualcuno nella vita civile che abbia un qualche scopo? Tutte le loro preoccupazioni, tutti i loro desideri, non li puoi capire.

Altre mitragliatrici, altri pezzi di corpi appesi ai cavi, altri pezzi di braccia e gambe e teschi, denti su cui s’appollaiano farfalle, ferite più spaventose, pus che esce da ogni poro, polmoni squarciati, ferite troppo grandi per il corpo, cadaveri che sprigionano gas, corpi morti che emettono ronzii. La morte è ovunque. Nient’altro è possibile. Qualcuno ti ucciderà e userà il tuo corpo morto per esercitarsi al tiro. E poi gli stivali. Sono il tuo prezioso bottino. Ma presto ci saranno dentro i piedi di qualcun altro.

Ecco quei mangiarane di francesi che s’avvicinano tra gli alberi. Bastardi spietati. Le granate stanno finendo. “Non è giusto che già ci vengano addosso”, dici. Uno dei tuoi compagni giace nella melma e vuoi portarlo all’ospedale di campo. Qualcun altro dice: “Risparmiati il viaggio”. “Che vuoi dire?” “Rigiralo, e vedi cosa voglio dire.”

Non vedi l’ora di sentire il notiziario. Non capisci perché la guerra non sia ancora finita. L’esercito è ossessionato dal rimpiazzo dei soldati e arruola giovani ancora ragazzi che sono di scarsa utilità militare, ma comunque li arruola perché non ha più uomini. Malattia e umiliazione t’hanno spezzato il cuore. Sei stato tradito dai genitori, dal tuo maestro di scuola, dai tuoi preti, e anche dal tuo governo.

Ti ha tradito anche il generale che fuma lentamente il suo sigaro – ti ha trasformato in un bandito, in un assassino. Potessi, gli ficcheresti un proiettile in faccia. Anche il comandante. Fantastichi che se avessi i soldi, daresti una ricompensa a chiunque gli tolga la vita non importa come. E se perdesse lui la vita facendolo, faresti in modo che i soldi vadano ai suoi cari. Anche il colonnello, con il suo caviale e il suo caffè – quello è un altro. Passa tutto il tempo nel bordello degli ufficiali. Anche lui, vorresti vederlo lapidato a morte. E poi i tanti Tommy e i Johnny con il loro whack fo’ me daddy-o e il loro whiskey in the jars. Uccidine venti e altri venti li rimpiazzeranno. Senti la puzza nelle narici.

Sei arrivato a disprezzare la vecchia generazione, quella che ti ha mandato in questa follia, in questa camera di tortura. Tutt’intorno a te, i tuoi compagni stanno morendo. Muoiono per le ferite all’addome, le doppie amputazioni, le anche fracassate, e pensi: “Ho solo vent’anni, ma sono in grado di uccidere chiunque, anche mio padre, se me lo trovo davanti”.

Ieri hai cercato di salvare un cane porta-messaggi ferito e qualcuno ti gridava: “Non fare lo stupido”. Un mangiarane giace ai tuoi piedi, gorgoglia. L’hai bloccato infilzandogli un pugnale nello stomaco, ma l’uomo è ancora vivo. Sai che devi finire il lavoro, ma non ce la fai. Sei su una croce di ferro e un soldato romano ti mette sulle labbra una spugna intrisa d’aceto.

Passano i mesi. Hai un permesso per tornare a casa. Con tuo padre non comunichi. Lui t’aveva detto: “Sei un codardo se non t’arruoli”. Anche tua madre, sulla porta di casa, ti fa: “Adesso stai attento, con quelle ragazze francesi”. Altra follia. Combatti una settimana o un mese e conquisti una decina di metri. E poi il mese successivo ti vengono ripresi.

Tutta quella cultura di migliaia d’anni fa, quella filosofia, quella saggezza – Platone, Aristotele, Socrate – che cosa le è successo? Avrebbe dovuto prevenire tutto questo. I pensieri ti portano a casa. di nuovo sei lo scolaro che cammina tra gli alti pioppi. Gradevole ricordo. Altre bombe ti cadono giù su dai dirigibili. Devi ricomporti. Non riesci nemmeno a guardare nessuno per paura che accada qualcosa di sbagliato. La tomba comune. Non ci sono altre possibilità.

E allora noti i ciliegi in fiore e vedi che la natura non è toccata da tutto questo. I pioppi, le farfalle rosse, la fragile bellezza dei fiori, il sole – vedi come la natura sia indifferente a tutto ciò. Tutta la violenza e la sofferenza di tutta l’umanità. La natura neppure la nota.

Sei solo. Poi un pezzo di shrapnel ti colpisce di lato alla testa e sei morto.
Sei stato eliminato, cassato. Sei stato sterminato. Ho posato il libro e l’ho chiuso. Non ho mai voluto leggere un altro romanzo di guerra, mai più.

Charlie Poole, della North Carolina, aveva una canzone che si collega a tutto questo. S’intitola “Non stai parlando con me”, e il testo va così:

Ho visto un volantino su una vetrina un giorno che andavo in città
Arruolati nell’esercito, vedi il mondo, era quello che diceva.
Vedrai posti eccitanti con un equipaggio allegro,
Incontrerai persone interessanti, e imparerai pure a ucciderli.
Oh, non stai parlando a me, non stai parlando con me.
Posso essere pazzo e tutto quello che vuoi, ma vedi io ho buon senso.
Non mi stai parlando, non mi stai parlando.
Uccidere con una pistola non mi sembra divertente.
Non stai parlando a me.

La SJ-200 Player’s Edition (Gibson) è un modello basato sulla chitarra personale di Bob Dylan.

 

LOdissea è un gran libro, i suoi temi ricorrono nelle ballate di molti autori: Homeward Bound, Green, Green Grass of Home, Home on the Range e pure nelle mie canzoni.

L’Odissea è un racconto strano e avventuroso di un adulto che cerca di tornare a casa dopo aver combattuto in una guerra. Il suo viaggio di ritorno a casa è pieno di trappole e insidie. È condannato a vagare. È sempre trascinato al largo, la sua vita sempre sul filo. Macigni colpiscono la sua barca. Fa arrabbiare persone che non dovrebbe. Ci sono delle teste calde nella ciurma. Tradimento. I suoi uomini sono prima trasformati in maiali per poi tornare uomini più giovani e più belli. Sta sempre cercando di salvare qualcuno. È un uomo in viaggio, anche se fa un sacco di fermate.

È bloccato su un’isola deserta. Trova grotte deserte e ci si nasconde. Incontra i giganti che gli dicono: “A te, ti mangerò per ultimo”. E scappa dai giganti. Cerca di tornare a casa, ma è sballottato e girato dai venti. Venti incessanti, venti freddi, venti ostili. Riesce ad andare lontano ma i venti lo respingono indietro.

È sempre avvertito di cose in arrivo. Tocca cose che gli è stato detto di non toccare. Ha due strade che può percorrere, ma sono entrambe cattive. Entrambe pericolose. Lungo una delle due rischia d’annegare, nell’altra di morire di fame. Percorre angusti stretti di vortici schiumosi che l’ingoiano. Incontra mostri a sei teste dalle zanne affilate. È colpito da fulmini. Con un salto agguanta i rami per salvarsi dalle furie di un fiume. Dee e dèi lo proteggono, ma c’è chi vuole ucciderlo. Cambia identità. È esausto. Sprofonda nel sonno, ed è svegliato dal suono delle risate. Racconta la sua storia agli sconosciuti. Sono vent’anni che gira. Fu portato da qualche parte e lasciato lì. Nel suo vino ci hanno messo delle droghe. È stata una strada difficile da percorrere.

Per tanti versi, cose così sono capitate anche a te. Anche a te hanno messo droghe nel vino. Anche tu hai condiviso il letto con la donna sbagliata. Anche tu sei stato ammaliato da voci magiche, da voci dolci dalle strane melodie. Anche tu sei andato lontano e sei stato rimandato indietro lontano. E anche tu hai camminato sul filo del rasoio. Hai fatto arrabbiare persone che non avresti dovuto. E anche tu sei andato in giro dappertutto in questo paese. E hai anche sentito quel vento infido, quel vento che non soffia per te bene. E non è ancora tutto.

Quando torna a casa, le cose non vanno meglio. I farabutti si sono trasferiti lì e approfittano dell’ospitalità di sua moglie. E ce ne sono troppi. E sebbene sia più forte di tutti quanti insieme e il migliore in tutto – il miglior carpentiere, il miglior cacciatore, il migliore esperto di animali, il miglior marinaio – non lo salverà il suo coraggio, ma la sua astuzia.

Dovranno pagare, tutti questi sbandati, per aver profanato il suo palazzo. Si travestirà facendosi passare per un mendicante lacero, e un servo infimo lo prende a calci giù per le scale con arroganza e stupidità. L’arroganza del servo è rivoltante, ma controlla la sua rabbia. È uno solo contro un centinaio, ma cadranno tutti, anche i più forti. Lui non era nessuno. E quando tutto è detto e fatto, quando è finalmente a casa, siede con sua moglie e le racconta le vicende.

Che significa tutto ciò? Io e molti altri cantautori siamo stati influenzati proprio da questi temi. Possono significare un sacco di cose. Se una canzone ti prende, questa è la cosa che importa. Non devo sapere che significa una canzone. Ho scritto di tutto nei miei pezzi. Non mi preoccupo di cosa vogliono dire.

Quando Melville ci ha messo tutto il vecchio testamento, i riferimenti biblici, le teorie scientifiche, le dottrine protestanti e tutta quella conoscenza del mare, delle navi e delle balene in una sola storia, non credo che neppure lui si preoccupasse di questo – che cosa significa tutto questo.

Anche John Donne, il poeta-prete che visse ai tempi di Shakespeare, scrisse queste parole: “Il Sesto e l’Abido dei suoi seni. Non due amanti, ma due amori, i nidi”. Non so cosa voglia dire. Ma suona bene. E quel che vuoi è che le tue canzoni suonino buone.

Quando Ulisse nell’Odissea visita il valoroso guerriero Achille negli inferi, Achille, che ha rinunciato a una vita lunga e piena di pace e di soddisfazione per una vita breve carica di onore e gloria, dice a Ulisse che il suo è stato un errore. “Sono appena morto, è tutto”. Non c’è stato alcun onore. Nessuna immortalità. Avesse potuto, avrebbe scelto di tornare indietro ed essere l’infimo schiavo di un contadino sulla Terra piuttosto che essere quello che è – un re nella terra dei morti – e, non importa quali sarebbero stati i tormenti nella vita, ma sarebbero stati preferibili al trovarsi qui in questo posto di morte.

Anche questo sono le canzoni. Le nostre canzoni sono vive nella terra dei vivi. Ma le canzoni non sono come la letteratura. Sono fatte per essere cantate, non lette. Le parole di Shakespeare dovevano essere recitate sul palcoscenico. Proprio come i testi delle canzoni sono destinati a essere cantati, non letti. Spero ci sia tra voi chi possa ascoltare questi testi nel modo in cui sono stati concepiti: in concerto o su un disco o in qualunque altro modo oggi s’ascolta la musica. Torno ancora una volta a Omero, che dice: «Narrami, oh Musa».

traduzione di Guido Moltedo

Il primo triplo album della carriera di Dylan arriva con una tracklist di trenta brani, classici della canzone americana divisi per tema in tre tre cd intitolati rispettivamente Til The Sun Goes Down, Devil Dolls e Comin’ Home Late. Ogni album ha una durata di 32 minuti.

Nobel Lecture

When I first received this Nobel Prize for Literature, I got to wondering exactly how my songs related to literature. I wanted to reflect on it and see where the connection was. I’m going to try to articulate that to you. And most likely it will go in a roundabout way, but I hope what I say will be worthwhile and purposeful.
If I was to go back to the dawning of it all, I guess I’d have to start with Buddy Holly. Buddy died when I was about eighteen and he was twenty-two. From the moment I first heard him, I felt akin. I felt related, like he was an older brother. I even thought I resembled him. Buddy played the music that I loved – the music I grew up on: country western, rock ‘n’ roll, and rhythm and blues. Three separate strands of music that he intertwined and infused into one genre. One brand. And Buddy wrote songs – songs that had beautiful melodies and imaginative verses. And he sang great – sang in more than a few voices. He was the archetype. Everything I wasn’t and wanted to be. I saw him only but once, and that was a few days before he was gone. I had to travel a hundred miles to get to see him play, and I wasn’t disappointed.

He was powerful and electrifying and had a commanding presence. I was only six feet away. He was mesmerizing. I watched his face, his hands, the way he tapped his foot, his big black glasses, the eyes behind the glasses, the way he held his guitar, the way he stood, his neat suit. Everything about him. He looked older than twenty-two. Something about him seemed permanent, and he filled me with conviction. Then, out of the blue, the most uncanny thing happened. He looked me right straight dead in the eye, and he transmitted something. Something I didn’t know what. And it gave me the chills.

I think it was a day or two after that that his plane went down. And somebody – somebody I’d never seen before – handed me a Leadbelly record with the song “Cottonfields” on it. And that record changed my life right then and there. Transported me into a world I’d never known. It was like an explosion went off. Like I’d been walking in darkness and all of the sudden the darkness was illuminated. It was like somebody laid hands on me. I must have played that record a hundred times.

It was on a label I’d never heard of with a booklet inside with advertisements for other artists on the label: Sonny Terry and Brownie McGhee, the New Lost City Ramblers, Jean Ritchie, string bands. I’d never heard of any of them. But I reckoned if they were on this label with Leadbelly, they had to be good, so I needed to hear them. I wanted to know all about it and play that kind of music. I still had a feeling for the music I’d grown up with, but for right now, I forgot about it. Didn’t even think about it. For the time being, it was long gone.

I hadn’t left home yet, but I couldn’t wait to. I wanted to learn this music and meet the people who played it. Eventually, I did leave, and I did learn to play those songs. They were different than the radio songs that I’d been listening to all along. They were more vibrant and truthful to life. With radio songs, a performer might get a hit with a roll of the dice or a fall of the cards, but that didn’t matter in the folk world. Everything was a hit. All you had to do was be well versed and be able to play the melody. Some of these songs were easy, some not. I had a natural feeling for the ancient ballads and country blues, but everything else I had to learn from scratch. I was playing for small crowds, sometimes no more than four or five people in a room or on a street corner. You had to have a wide repertoire, and you had to know what to play and when. Some songs were intimate, some you had to shout to be heard.
By listening to all the early folk artists and singing the songs yourself, you pick up the vernacular. You internalize it. You sing it in the ragtime blues, work songs, Georgia sea shanties, Appalachian ballads and cowboy songs. You hear all the finer points, and you learn the details.

You know what it’s all about. Takin’ the pistol out and puttin’ it back in your pocket. Whippin’ your way through traffic, talkin’ in the dark. You know that Stagger Lee was a bad man and that Frankie was a good girl. You know that Washington is a bourgeois town and you’ve heard the deep-pitched voice of John the Revelator and you saw the Titanic sink in a boggy creek. And you’re pals with the wild Irish rover and the wild colonial boy. You heard the muffled drums and the fifes that played lowly. You’ve seen the lusty Lord Donald stick a knife in his wife, and a lot of your comrades have been wrapped in white linen.

I had all the vernacular down. I knew the rhetoric. None of it went over my head – the devices, the techniques, the secrets, the mysteries – and I knew all the deserted roads that it traveled on, too. I could make it all connect and move with the current of the day. When I started writing my own songs, the folk lingo was the only vocabulary that I knew, and I used it.

But I had something else as well. I had principles and sensibilities and an informed view of the world. And I had had that for a while. Learned it all in grammar school. Don Quixote, Ivanhoe, Robinson Crusoe, Gulliver’s Travels, Tale of Two Cities, all the rest – typical grammar school reading that gave you a way of looking at life, an understanding of human nature, and a standard to measure things by. I took all that with me when I started composing lyrics. And the themes from those books worked their way into many of my songs, either knowingly or unintentionally. I wanted to write songs unlike anything anybody ever heard, and these themes were fundamental.

Specific books that have stuck with me ever since I read them way back in grammar school – I want to tell you about three of them: Moby Dick, All Quiet on the Western Front and The Odyssey.

Moby Dick is a fascinating book, a book that’s filled with scenes of high drama and dramatic dialogue. The book makes demands on you. The plot is straightforward.

The mysterious Captain Ahab – captain of a ship called the Pequod –  an egomaniac with a peg leg pursuing his nemesis, the great white whale Moby Dick who took his leg. And he pursues him all the way from the Atlantic around the tip of Africa and into the Indian Ocean. He pursues the whale around both sides of the earth. It’s an abstract goal, nothing concrete or definite. He calls Moby the emperor, sees him as the embodiment of evil. Ahab’s got a wife and child back in Nantucket that he reminisces about now and again. You can anticipate what will happen.
The ship’s crew is made up of men of different races, and any one of them who sights the whale will be given the reward of a gold coin. A lot of Zodiac symbols, religious allegory, stereotypes. Ahab encounters other whaling vessels, presses the captains for details about Moby. Have they seen him? There’s a crazy prophet, Gabriel, on one of the vessels, and he predicts Ahab’s doom. Says Moby is the incarnate of a Shaker god, and that any dealings with him will lead to disaster. He says that to Captain Ahab. Another ship’s captain – Captain Boomer – he lost an arm to Moby. But he tolerates that, and he’s happy to have survived. He can’t accept Ahab’s lust for vengeance.

This book tells how different men react in different ways to the same experience. A lot of Old Testament, biblical allegory: Gabriel, Rachel, Jeroboam, Bildah, Elijah. Pagan names as well: Tashtego, Flask, Daggoo, Fleece, Starbuck, Stubb, Martha’s Vineyard. The Pagans are idol worshippers. Some worship little wax figures, some wooden figures. Some worship fire. The Pequod is the name of an Indian tribe.
Moby Dick is a seafaring tale. One of the men, the narrator, says, “Call me Ishmael.” Somebody asks him where he’s from, and he says, “It’s not down on any map. True places never are.” Stubb gives no significance to anything, says everything is predestined. Ishmael’s been on a sailing ship his entire life. Calls the sailing ships his Harvard and Yale. He keeps his distance from people.

A typhoon hits the Pequod. Captain Ahab thinks it’s a good omen. Starbuck thinks it’s a bad omen, considers killing Ahab. As soon as the storm ends, a crewmember falls from the ship’s mast and drowns, foreshadowing what’s to come. A Quaker pacifist priest, who is actually a bloodthirsty businessman, tells Flask, “Some men who receive injuries are led to God, others are led to bitterness.”

Everything is mixed in. All the myths: the Judeo Christian bible, Hindu myths, British legends, Saint George, Perseus, Hercules – they’re all whalers. Greek mythology, the gory business of cutting up a whale. Lots of facts in this book, geographical knowledge, whale oil – good for coronation of royalty – noble families in the whaling industry. Whale oil is used to anoint the kings. History of the whale, phrenology, classical philosophy, pseudo-scientific theories, justification for discrimination – everything thrown in and none of it hardly rational. Highbrow, lowbrow, chasing illusion, chasing death, the great white whale, white as polar bear, white as a white man, the emperor, the nemesis, the embodiment of evil. The demented captain who actually lost his leg years ago trying to attack Moby with a knife.

We see only the surface of things. We can interpret what lies below any way we see fit. Crewmen walk around on deck listening for mermaids, and sharks and vultures follow the ship. Reading skulls and faces like you read a book. Here’s a face. I’ll put it in front of you. Read it if you can.

Tashtego says that he died and was reborn. His extra days are a gift. He wasn’t saved by Christ, though, he says he was saved by a fellow man and a non-Christian at that. He parodies the resurrection.

When Starbuck tells Ahab that he should let bygones be bygones, the angry captain snaps back, “Speak not to me of blasphemy, man, I’d strike the sun if it insulted me.” Ahab, too, is a poet of eloquence. He says, “The path to my fixed purpose is laid with iron rails whereon my soul is grooved to run.”  Or these lines, “All visible objects are but pasteboard masks.” Quotable poetic phrases that can’t be beat.

Finally, Ahab spots Moby, and the harpoons come out. Boats are lowered. Ahab’s harpoon has been baptized in blood. Moby attacks Ahab’s boat and destroys it. Next day, he sights Moby again. Boats are lowered again. Moby attacks Ahab’s boat again. On the third day, another boat goes in. More religious allegory. He has risen. Moby attacks one more time, ramming the Pequod and sinking it. Ahab gets tangled up in the harpoon lines and is thrown out of his boat into a watery grave.
Ishmael survives. He’s in the sea floating on a coffin. And that’s about it. That’s the whole story. That theme and all that it implies would work its way into more than a few of my songs.

All Quiet on the Western Front was another book that did. All Quiet on the Western Front is a horror story. This is a book where you lose your childhood, your faith in a meaningful world, and your concern for individuals. You’re stuck in a nightmare. Sucked up into a mysterious whirlpool of death and pain. You’re defending yourself from elimination. You’re being wiped off the face of the map. Once upon a time you were an innocent youth with big dreams about being a concert pianist. Once you loved life and the world, and now you’re shooting it to pieces.

Day after day, the hornets bite you and worms lap your blood. You’re a cornered animal. You don’t fit anywhere. The falling rain is monotonous. There’s endless assaults, poison gas, nerve gas, morphine, burning streams of gasoline, scavenging and scabbing for food, influenza, typhus, dysentery. Life is breaking down all around you, and the shells are whistling. This is the lower region of hell. Mud, barbed wire, rat-filled trenches, rats eating the intestines of dead men, trenches filled with filth and excrement. Someone shouts, “Hey, you there. Stand and fight.”

Who knows how long this mess will go on? Warfare has no limits. You’re being annihilated, and that leg of yours is bleeding too much. You killed a man yesterday, and you spoke to his corpse. You told him after this is over, you’ll spend the rest of your life looking after his family. Who’s profiting here? The leaders and the generals gain fame, and many others profit financially. But you’re doing the dirty work. One of your comrades says, “Wait a minute, where are you going?” And you say, “Leave me alone, I’ll be back in a minute.” Then you walk out into the woods of death hunting for a piece of sausage. You can’t see how anybody in civilian life has any kind of purpose at all. All their worries, all their desires – you can’t comprehend it.
More machine guns rattle, more parts of bodies hanging from wires, more pieces of arms and legs and skulls where butterflies perch on teeth, more hideous wounds, pus coming out of every pore, lung wounds, wounds too big for the body, gas-blowing cadavers, and dead bodies making retching noises. Death is everywhere. Nothing else is possible. Someone will kill you and use your dead body for target practice. Boots, too. They’re your prized possession. But soon they’ll be on somebody else’s feet.

There’s Froggies coming through the trees. Merciless bastards. Your shells are running out. “It’s not fair to come at us again so soon,” you say. One of your companions is laying in the dirt, and you want to take him to the field hospital. Someone else says, “You might save yourself a trip.” “What do you mean?” “Turn him over, you’ll see what I mean.”

You wait to hear the news. You don’t understand why the war isn’t over. The army is so strapped for replacement troops that they’re drafting young boys who are of little military use, but they’re draftin’ ‘em anyway because they’re running out of men. Sickness and humiliation have broken your heart. You were betrayed by your parents, your schoolmasters, your ministers, and even your own government.

The general with the slowly smoked cigar betrayed you too – turned you into a thug and a murderer. If you could, you’d put a bullet in his face. The commander as well. You fantasize that if you had the money, you’d put up a reward for any man who would take his life by any means necessary. And if he should lose his life by doing that, then let the money go to his heirs. The colonel, too, with his caviar and his coffee – he’s another one. Spends all his time in the officers’ brothel. You’d like to see him stoned dead too. More Tommies and Johnnies with their whack fo’ me daddy-o and their whiskey in the jars. You kill twenty of ‘em and twenty more will spring up in their place. It just stinks in your nostrils.

You’ve come to despise that older generation that sent you out into this madness, into this torture chamber. All around you, your comrades are dying. Dying from abdominal wounds, double amputations, shattered hipbones, and you think, “I’m only twenty years old, but I’m capable of killing anybody. Even my father if he came at me.”

Yesterday, you tried to save a wounded messenger dog, and somebody shouted, “Don’t be a fool.” One Froggy is laying gurgling at your feet. You stuck him with a dagger in his stomach, but the man still lives. You know you should finish the job, but you can’t. You’re on the real iron cross, and a Roman soldier’s putting a sponge of vinegar to your lips.

Months pass by. You go home on leave. You can’t communicate with your father. He said, “You’d be a coward if you don’t enlist.” Your mother, too, on your way back out the door, she says, “You be careful of those French girls now.” More madness. You fight for a week or a month, and you gain ten yards. And then the next month it gets taken back.

All that culture from a thousand years ago, that philosophy, that wisdom – Plato, Aristotle, Socrates – what happened to it?  It should have prevented this. Your thoughts turn homeward. And once again you’re a schoolboy walking through the tall poplar trees. It’s a pleasant memory. More bombs dropping on you from blimps. You got to get it together now. You can’t even look at anybody for fear of some miscalculable thing that might happen. The common grave. There are no other possibilities.

Then you notice the cherry blossoms, and you see that nature is unaffected by all this. Poplar trees, the red butterflies, the fragile beauty of flowers, the sun – you see how nature is indifferent to it all. All the violence and suffering of all mankind. Nature doesn’t even notice it.

You’re so alone. Then a piece of shrapnel hits the side of your head and you’re dead.
You’ve been ruled out, crossed out. You’ve been exterminated. I put this book down and closed it up. I never wanted to read another war novel again, and I never did.

Charlie Poole from North Carolina had a song that connected to all this. It’s called “You Ain’t Talkin’ to Me,” and the lyrics go like this:
I saw a sign in a window walking up town one day.
Join the army, see the world is what it had to say.
You’ll see exciting places with a jolly crew,
You’ll meet interesting people, and learn to kill them too.
Oh you ain’t talkin’ to me, you ain’t talking to me.
I may be crazy and all that, but I got good sense you see.
You ain’t talkin’ to me, you ain’t talkin’ to me.
Killin’ with a gun don’t sound like fun.
You ain’t talkin’ to me.
The Odyssey is a great book whose themes have worked its way into the ballads of a lot of songwriters: “Homeward Bound, “Green, Green Grass of Home,” “Home on the Range,” and my songs as well.

The Odyssey is a strange, adventurous tale of a grown man trying to get home after fighting in a war. He’s on that long journey home, and it’s filled with traps and pitfalls. He’s cursed to wander. He’s always getting carried out to sea, always having close calls. Huge chunks of boulders rock his boat. He angers people he shouldn’t. There’s troublemakers in his crew. Treachery. His men are turned into pigs and then are turned back into younger, more handsome men. He’s always trying to rescue somebody. He’s a travelin’ man, but he’s making a lot of stops.
He’s stranded on a desert island. He finds deserted caves, and he hides in them. He meets giants that say, “I’ll eat you last.” And he escapes from giants. He’s trying to get back home, but he’s tossed and turned by the winds. Restless winds, chilly winds, unfriendly winds. He travels far, and then he gets blown back.

He’s always being warned of things to come. Touching things he’s told not to. There’s two roads to take, and they’re both bad. Both hazardous. On one you could drown and on the other you could starve. He goes into the narrow straits with foaming whirlpools that swallow him. Meets six-headed monsters with sharp fangs. Thunderbolts strike at him. Overhanging branches that he makes a leap to reach for to save himself from a raging river. Goddesses and gods protect him, but some others want to kill him. He changes identities. He’s exhausted. He falls asleep, and he’s woken up by the sound of laughter. He tells his story to strangers. He’s been gone twenty years. He was carried off somewhere and left there. Drugs have been dropped into his wine. It’s been a hard road to travel.

In a lot of ways, some of these same things have happened to you. You too have had drugs dropped into your wine. You too have shared a bed with the wrong woman. You too have been spellbound by magical voices, sweet voices with strange melodies. You too have come so far and have been so far blown back. And you’ve had close calls as well. You have angered people you should not have. And you too have rambled this country all around. And you’ve also felt that ill wind, the one that blows you no good. And that’s still not all of it.

When he gets back home, things aren’t any better. Scoundrels have moved in and are taking advantage of his wife’s hospitality. And there’s too many of ‘em. And though he’s greater than them all and the best at everything – best carpenter, best hunter, best expert on animals, best seaman – his courage won’t save him, but his trickery will.
All these stragglers will have to pay for desecrating his palace. He’ll disguise himself as a filthy beggar, and a lowly servant kicks him down the steps with arrogance and stupidity. The servant’s arrogance revolts him, but he controls his anger. He’s one against a hundred, but they’ll all fall, even the strongest. He was nobody. And when it’s all said and done, when he’s home at last, he sits with his wife, and he tells her the stories.

So what does it all mean? Myself and a lot of other songwriters have been influenced by these very same themes. And they can mean a lot of different things. If a song moves you, that’s all that’s important. I don’t have to know what a song means. I’ve written all kinds of things into my songs. And I’m not going to worry about it – what it all means. When Melville put all his old testament, biblical references, scientific theories, Protestant doctrines, and all that knowledge of the sea and sailing ships and whales into one story, I don’t think he would have worried about it either – what it all means.

John Donne as well, the poet-priest who lived in the time of Shakespeare, wrote these words, “The Sestos and Abydos of her breasts. Not of two lovers, but two loves, the nests.” I don’t know what it means, either. But it sounds good. And you want your songs to sound good.

When Odysseus in The Odyssey visits the famed warrior Achilles in the underworld – Achilles, who traded a long life full of peace and contentment for a short one full of honor and glory –  tells Odysseus it was all a mistake. “I just died, that’s all.” There was no honor. No immortality. And that if he could, he would choose to go back and be a lowly slave to a tenant farmer on Earth rather than be what he is – a king in the land of the dead – that whatever his struggles of life were, they were preferable to being here in this dead place.

That’s what songs are too. Our songs are alive in the land of the living. But songs are unlike literature. They’re meant to be sung, not read. The words in Shakespeare’s plays were meant to be acted on the stage. Just as lyrics in songs are meant to be sung, not read on a page. And I hope some of you get the chance to listen to these lyrics the way they were intended to be heard: in concert or on record or however people are listening to songs these days. I return once again to Homer, who says, “Sing in me, oh Muse, and through me tell the story.”

 

Pubblicato il: 12 Giu, 2017 @ 00:16

Bob Dylan. “Il Nobel e le mie canzoni” ultima modifica: 2017-08-07T10:16:51+00:00 da BOB DYLAN

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