La bicicletta eterna, assoluta, di Ezio Gribaudo

scritto da GIAN PAOLO ORMEZZANO

Io patisco, felicissimamente patisco, la sindrome di Stendhal, che mi fa tremare di febbre e piangere lacrime vere e respirare con panico da asfissia davanti a quadri importanti o semplicemente belli (quadri, non sculture, chissà perché). Sono stato il divertimento di un gruppo di tremendi giapponesi alla Cappella degli Scrovegni (Giotto, Padova). Per sanamente ammalarsi raccomando in quel di Brigue (Briga quando era Italia: piccola deviazione a Saint Dalmas de Tende, nella Valle Roya, ora in maggior parte francese, che scende dal colle di Tenda a Ventimiglia), la cappella, modesta da fuori, di Notre Dame des Fontaines: dentro c’è una strepitosa Cappella Sistina dei poveri, voluta da nobildonne liguri. Sin troppo facile per me emozionarmi e commuovermi e ammalarmi nella Provenza dove sono spesso, con Picasso e Matisse, Renoir e Van Gogh, Chagall e compagnia. Una pacchia di lacrimazioni.

Bene, la sindrome sottile ma forte mi ha preso davanti alla bicicletta del quadro di Ezio Gribaudo, che è pictor optimus ed anche amico, maestro ed anche tifoso del mio Toro. Nella sindrome devono entrarci pure i miei ventotto Giri d’Italia da giornalista e il fatto che al ciclismo devo, semplicissimamente, larga parte della mia vicenda giornalistica e quindi il pane e salame per me ed i miei cari. Comunque grazie a questa bicicletta da meditazione mi è venuto in mente Claudio Chiappucci, che da corridore era detto El Diablo e che adesso è reuccio dei raduni cicloturistici, con bici che costano come un’auto, quando mi disse: “Non hai idea di come la bicicletta è cambiata dai tempi in cui io correvo e tu scrivevi di me”.

In effetti le nuove biciclette sembrano un po’ buffi velocipedi per chi porta la pizza a domicilio, e spesso mi appaiono persino più ridicole di quelle dei postini che, anni ottanta, montavano una ruota lenticolare per imitare il Francesco Moser recordman mondiale dell’ora a Città del Messico. Dico Chiappucci perché l’ho pensato quando ho pensato, vedendo o meglio guardando la bicicletta di Ezio Gribaudo:

Ecco, questa invece è la bicicletta eterna, assoluta. L’artista fa sì che questa sia la bicicletta più biciclettosa, compendio di tutte le biciclette di tutto il ciclismo.

Pensiero febbrile di bipede febbricitante, ma anche pensiero – credo proprio – giusto e doveroso.

Ezio Gribaudo, I campionissimi del ciclismo (2016), tecnica mista su tela, 140 x 100 cm. Crediti fotografici: Archivio Gribaudo

Intorno alla bicicletta di Gribaudo sfarfallano lettere dell’alfabeto e ognuno può farsene una collana ideale creando il nome del suo corridore beneamato. La bicicletta ha pure un fiocchetto rosa e ognuno può pensare al Giro d’Italia. Io penso che quella è la bicicletta di Gino Bartali e Fausto Coppi ma anche di Tom Simpson, l’inglese che al Tour de France morì di caldo, alcol, doping e fatica sul Monte Ventoux (io c’ero), ed è pure quella di Wladimiro Panizza gregario e anche più, mio amico, che stese come una creatura viva la sua bicicletta sull’asfalto rovente dell’Aprica, al Giro d’Italia in un giorno di gran sole, mi annunciò il suo prossimo ritiro dal ciclismo tutto ma prima mi disse, mi chiese: “Vero che siamo delle bestie a faticare così?” E gli dissi di sì, le più belle sane sante bestie del mondo dello sport.

Quella di Gribaudo è anche la prima e ultima bicicletta delle mie velleità agonistiche, a Pinerolo presi il via di una corsetta per giornalisti, caddi alla prima curva, fui soccorso da Nino Defilippis gran ciclista detto Cit, piccolo in piemontese, spalla lussata, amen anzi requiem per il mio pedalare agonistico. È la bicicletta di Gastone Nencini e poi di Felice Gimondi e infine di Marco Pantani nei tre Tour de France vinti da italiani sotto i miei occhi di suiveur sempre un po’ stracco. È quella di Gianni Bugno che sui pedali era bello di stile come nessun altro, Jacques Anquetil compreso, era Raffaello mentre Chiappucci era Picasso. Giusto che la madre e la figlia e la zia e la nonna e la nipotina di tutte le biciclette, insomma la bicicletta del dipinto di Gribaudo, stia a Castellania, dove Fausto nacque e dove riposa sotto la terra che dà grande vino prodotto da Marina sua figlia astemia.

L’ultimo 4 maggio canonicamente a Torino pioveva, per evocare anche meteorologicamente, come accade ogni anno, la tragedia di Superga nel piovoso anzi temporalesco 4 maggio1949. A mio nipote Matteo, anni sei, mio figlio spiegò che il cielo piange ogni anno quelli del Toro morti nello schianto dell’aereo, e Matteo disse: “Ma allora il cielo è del Toro come me”. Non c’è collegamento sensato però mi è venuto facile e giusto di vedere sulla bicicletta di Gribaudo anche Valentino Mazzola e i suoi compagni, e portano Matteo in giro con loro sul tubo del telaio, come io facevo con le ragazze che dopo pochi metri mi chiedevano di farle scendere perché pedalavo da pericoloso incapace.

Pubblicato il: 16 Mag, 2017 @ 19:58

La bicicletta eterna, assoluta, di Ezio Gribaudo ultima modifica: 2017-08-09T09:58:45+00:00 da GIAN PAOLO ORMEZZANO

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