Quando è un falco a salvarti la vita

Falco è l'eliambulanza H145 T2 che decolla più volte in una giornata trascorsa con gli uomini del Corpo nazionale del soccorso alpino e speleologico (CNAS) nel centro operativo del 118 di Pieve di Cadore.
scritto da ENZO BON

Non vogliono essere chiamati angeli o eroi, e hanno ragione: perché gli uni stanno in cielo e gli altri, spesso, sottoterra. Uomini coraggiosi, questo sì, lo sono, pronti a mettere a disposizione la loro professionalità e il loro tempo per dare sicurezza, specie in questo mese, a chi vuole trovare divertimento in montagna, affrontando, qualche volta anche senza le dovute cautele o preparazione fisica, sentieri, ferrate, alte vie.

Sono gli uomini del Corpo nazionale del soccorso alpino e speleologico (CNAS), che nel Veneto ha proprio personale che turna quotidianamente nelle basi di elisoccorso di Pieve di Cadore, Treviso e Verona, che operano in stretta collaborazione con le rispettive centrali del Suem 118.

In particolare, nella struttura del Suem 118 dell’ospedale di Pieve di Cadore nel periodo estivo sono presenti un tecnico di centrale e un tecnico di elisoccorso appartenenti al Soccorso alpino grazie a una collaudata collaborazione con l’Azienda ULSS 1 “Dolomiti”, che mette appunto a disposizione tutta la struttura operativa del Suem, compreso personale e mezzi, per operare soccorsi in montagna.

È qui, proprio alla centrale 118 di Pieve di Cadore, che passo una giornata di agosto.

È un mese pieno di lavoro per noi – mi spiega l’addetta stampa del CNSAS Veneto, Michela Canova, incontrandomi presso l’eliporto dell’ospedale – perché qui arrivano tutte le chiamate per i soccorsi in montagna e, come puoi immaginare, agosto è il periodo che vede più turisti in giro per i monti.

Nella piccola sala riservata all’operatore del CNSAS mi accoglie Vittorio Stoka. Oggi è di turno, a coordinare tutti i soccorsi sulle Dolomiti bellunesi. È un lavoro non facile. Davanti a lui due monitor: uno con tutte le specifiche delle varie chiamate e delle attività in corso; l’altro con una aggiornatissima cartografia regionale che mostra nel dettaglio sentieri, ferrate, vie, ostacoli al volo, punti critici, cime.

La sala operativa del Suem 118 di Pieve di Cadore (Foto di Enzo Bon)

Nelle sale accanto, gli operatori del Suem 118 stanno svolgendo le loro normali attività. Michela mi vuole far conoscere Enrico, il pilota di turno di Falco, l’elicottero – un H145 T2 – che è il mezzo principe dei salvataggi in quota. Ex pilota militare, Enrico lavora ormai da anni per la Babcock Mission Critical Service Italia, una azienda che mette a disposizione piloti perfettamente addestrati per affrontare operazioni complicate, specie in ambito montano.

Non è un uomo di grandi parole: sigaro spento tra le dita, mi racconta del suo lavoro come fosse la cosa più normale del mondo. Alle mie insistenze sulla pericolosità del suo operato, mi spiega amabilmente che non c’è in tal senso molta differenza tra il guidare un elicottero o una macchina in autostrada, mentre a pochi centimetri, nell’altra corsia sfrecciano in senso contrario altrettanti bolidi. Ha una calma e una sicurezza davvero invidiabili. Gli chiedo quanto gli manca alla pensione. Mi risponde che a differenza di molti altri lavori, il suo è motivato fortemente dalla passione. Non ci pensa, o meglio rifugge al pensiero. Quando verrà il momento, mi dice, sapendo però che sarà anche il momento nel quale smetterà di volare e quindi di vedere quei panorami meravigliosi che ogni giorno ammira. Mi mostra una foto con un arcobaleno e le Cinque Torri di sfondo. Lo invidio profondamente per i panorami che si gode…

L’equipaggio di Falco è composto, oltre che dal pilota, dal tecnico di volo, che ha il compito fondamentale di coadiuvare il pilota e di manovrare il verricello; dal tecnico di elisoccorso, che in alcuni casi è una guida alpina o, comunque, un profondo conoscitore della montagna, la cui principale attività è quella di garantire la sicurezza della squadra medica nella fase operativa a terra e di coadiuvare il tecnico di volo durante la discesa e risalita di personale e infortunato; da un medico e da un infermiere specializzato.

Oggi il medico di turno è il direttore del Suem 118 di Pieve di Cadore, Giovanni Cipolotti. Sessantuno anni portati divinamente, laureato a Padova, specializzato in anestesia e rianimazione, Giovanni non è il tipico medico di corsia, anche se il suo curriculum è di tutto rispetto. Penso che non sia capace di stare fermo a lungo: mi racconta di un’esperienza in Afghanistan, fatta qualche anno fa, e dell’ormai lungo periodo che lavora in medicina d’emergenza, iniziato con i primi usi dell’elisoccorso nell’ormai lontano 1986.

I mesi estivi – mi spiega – sono il periodo più gravoso per quantità di interventi, a causa del grande afflusso turistico nelle Dolomiti. La maggioranza dei turisti, infatti, vive la montagna con passione e rispetto; altri invece come se fosse un luna park, affrontando la gita in maniera un po’ sconsiderata, senza programmazione e magari sopravvalutando le loro capacità. Poi, verso il pomeriggio chiamano dicendo che non ce la fanno più e allora dobbiamo andare a prenderli, a seconda di dove si trovano, o con l’elicottero o con le squadre a terra.

La Regione Veneto non va però leggera con questo tipo di utenza: le persone illese, soccorse con l’elicottero, devono farsi carico di una parte delle spese di soccorso, pari a novanta euro a minuto di volo. Una cifra non da poco, che porta alle casse dell’Azienda ULSS 1 circa 350 mila euro all’anno.

Il dottor Cipolotti mi conferma che chi adesso va in montagna ha la possibilità, a differenza di qualche tempo fa, di essere informato nel dettaglio sull’itinerario che si prefigge di percorrere: cartografia on line, gps sui cellulari, siti meteo, informazioni sullo stato dei sentieri sono elementi che possono e devono essere utilizzati per una sicura gita sui monti.

Due sono le cose – continua – che hanno agito sugli esiti degli incidenti gravi in montagna negli ultimi anni: l’uso dell’elicottero, che ha ridotto di oltre dieci volte i tempi di intervento, e la diffusione dei telefoni cellulari, che permette la chiamata in diretta. Spesso, però, la gente pensa che il cellulare sia l’ancora di salvezza, non considerando il fatto che la copertura, soprattutto in alta quota non è completa o che le batterie possono esaurirsi. E allora si ritorna a essere indifesi e per chiamare i soccorsi si deve in qualche modo arrivare al primo rifugio.

Sono curioso di sapere quali sono le principali patologie che il suo team soccorre.

Principalmente quelle traumatiche: cadute, contusioni anche di poco conto, che però in montagna impediscono all’infortunato di proseguire autonomamente. Poi ci sono i malori, purtroppo qualche volta anche gravi. E poi gli sfinimenti: magari uno crede di farcela e poi non riesce più a proseguire e allora chiama il 118. E quando arrivi, devi fare la diagnosi servendoti delle mani, delle orecchie e di quella poca tecnologia che possiamo portarci sulle spalle, facendo cioè la medicina che faceva una volta il medico di condotta, che non aveva certo a disposizione la Tac o gli altri sistemi che quotidianamente usiamo negli ospedali.

Non resisto dal chiedergli cosa spinge un medico a scegliere un lavoro per certi versi ben più pericoloso rispetto a quello che fanno i colleghi in corsia. Mi risponde serafico:

Serve la passione, come in tutte le cose, e non pensare al fatto che è un mestiere particolare, per certi versi anche pericoloso, poiché ci si muove in ambienti poco protetti, in condizioni di emergenza e sotto continuo stress psicologico. Ma ti assicuro che la cosa più faticosa è l’attesa quando, durante il tuo turno, aspetti che suoni il telefono che segnala un intervento. E allora scatta l’adrenalina e parti.

Gli chiedo di un intervento che ricorda in particolare.

Ce ne sono molti – risponde – ma uno me lo ricordo come se fosse successo ieri per l’impatto psicologico ed emotivo che ha avuto. Si trattava di un bambino, caduto da un salto di roccia in un torrente, in inverno. Aveva sia i sintomi dell’annegamento che quelli dell’ipotermia, e vedere i genitori che tentavano di soccorrerlo e la loro disperazione è stato davvero duro. Abbiamo fatto tutto quanto era necessario e trasportato il piccolo dapprima a Belluno, poi a Padova. Adesso sta bene, ma questo ti fa capire che quella storia non sarebbe andata a buon fine se non ci fosse un sistema come questo sempre pronto a scattare velocemente quando c’è un’emergenza.

Mentre il dottor Cipolotti finisce di parlare, sento alle spalle un cicalino insistente. È il segnale di una chiamata giunta alla sala operativa del Suem che richiede l’intervento dell’elicottero: sono le 12.50. Si tratta di un escursionista che lamenta un forte dolore toracico dopo aver percorso la Ferrata Roghel ed essere arrivato al Bivacco Cadore, sotto i campanili di Popera.

Falco decolla dall’eliporto dell’ospedale di Pieve di Cadore (Foto di Enzo Bon)

Esco per vedere la partenza. Per primo sale a bordo dell’elicottero il pilota, che avvia i motori, poi velocemente gli altri membri dell’equipaggio. Saluto con un cenno il dottor Cipolotti. L’elicottero decolla e si perde velocemente alla vista. Rientro e chiedo a Vittorio, il tecnico della sala operativa, qualche dettaglio sull’intervento. Mi spiega che la squadra arriverà velocemente alla meta e che l’elicottero dovrebbe poter atterrare nei pressi del bivacco, così da accelerare al massimo l’intervento.

In questi casi conta la grande esperienza del pilota, capace di atterrare in spazi davvero ristretti. Restiamo in attesa di sapere qualcosa, seguendo virtualmente sulla carta il tragitto che farà l’elicottero per arrivare in Val Stalata. Dopo qualche decina di minuti, via radio, la squadra comunica che è arrivata sul posto e sta già operando. L’infortunato è stato trovato a terra, con i compagni visibilmente scossi che stavano tentando un massaggio cardiaco. La situazione, infatti, è velocemente precipitata e al dolore toracico è seguito un probabile arresto cardiaco, forse per lo sforzo compiuto nell’affrontare il percorso. Ancora attesa, la parte più difficile da sopportare, come mi diceva poc’anzi Giovanni.

Sono passate da poco le 14 quando arriva la comunicazione che, dopo circa 45 minuti di tentativi di rianimazione da parte della squadra medica, purtroppo l’escursionista non ce l’ha fatta. Adesso occorre trasportare ad Auronzo i compagni di escursione, estremamente provati dall’accaduto, e dare loro una assistenza psicologica; poi, dopo l’autorizzazione del magistrato, anche la salma dovrà essere trasportata a valle.

Ci penserà Falco e il suo equipaggio, che nel frattempo sono stati allertati dalla centrale operativa per un’altra chiamata. Si tratta di un turista sessantottenne, che dopo aver percorso la Ferrata della Tofana di Dentro, non è stato capace di proseguire e di tornare alla base, sfinito dallo sforzo. Qui, mi spiega Vittorio, il recupero dovrebbe avvenire attraverso l’uso del verricello, poiché l’area non presenta spazi per un eventuale atterraggio. Attendiamo ancora finché arriva la comunicazione che l’escursionista è stato imbarcato in elicottero con un verricello lungo quindici metri e trasportato all’ospedale di Cortina per le normali verifiche. Si tratta, verosimilmente, solo di stanchezza, per fortuna.

La squadra del soccorso alpino e Falco al Bivacco Venezia (Foto CNSAS Veneto)

Nel frattempo anche l’elicottero è rientrato e gli operatori si rilassano sorseggiando un caffè. Ne approfitto per fare alcune domande a Giovanni Zanettin, che è il tecnico di elisoccorso e che da circa dieci anni fa parte del Soccorso alpino. Fa la guida d’estate e il maestro di sci d’inverno e conosce le montagne della zona come le sue tasche. Mi spiega i suoi compiti, che sono quelli di garantire la sicurezza a tutto l’equipaggio e alle persone soccorse sia nella fase di imbarco e sbarco, che a terra. Perché non ci si deve dimenticare che spesso i salvataggi avvengono lungo vie ferrate, su cenge esposte o su vie di roccia dove è facile scivolare. Serve quindi grande esperienza, unita a grande passione. È questo, infatti, che traspira dalle sue parole. Credo che Giovanni viva per le montagne.

La nostra conversazione s’interrompe per un’altra chiamata: c’è un alpinista in difficoltà sulle Cinque Torri. Dopo aver scalato la Via Finlandia, sulla Torre Grande Nord, un errore di discesa lo ha fatto rimanere sospeso a quindici metri da terra. Serve recuperarlo. Giovanni a memoria spiega all’equipaggio lo scenario che troveranno. In quel posto, dice, la via è stretta e servirà calare una squadra dall’alto. La centrale operativa allerta pertanto la squadra del Soccorso alpino di Cortina che s’imbarcherà sull’elicottero per provvedere all’intervento. Ma serve far presto, perché un temporale, avvisano dall’Ufficio meteo, si sta abbattendo sull’area.

Falco riparte. Io rimango allibito dalla professionalità che dimostrano gli uomini che oggi ho conosciuto. Chiedo a Michela Canova, giornalista, da dodici anni addetta stampa del CNSAS Veneto, quale sia il punto di forza del Soccorso alpino.

Credo che sia la capacità di mettere a disposizione una grande passione ed esperienza, la totale conoscenza del territorio e la capillarità delle stazioni, che coprono tutto il territorio alpino e prealpino regionale. E poi chi entra nel Soccorso alpino deve avere già una buona esperienza maturata sul campo, quindi una grande professionalità che va aggiornata continuamente con corsi di formazione specifici. Il tutto su base assolutamente volontaria.

Ringrazio Michela per aver reso possibile questa mia visita. Saluto tutti. Passo davanti alla piazzola dove è atterrato da poco Falco. Sono le 18.30: mancano ancora due ore e mezza circa perché faccia buio. Due ore nelle quali gli uomini coraggiosi che oggi ho conosciuto possono portare ancora aiuto a qualcuno in difficoltà, lassù, davvero ad un passo dal cielo.

video del decollo di Falco per una missione di soccorso

 

Quando è un falco a salvarti la vita ultima modifica: 2017-08-12T11:46:14+00:00 da ENZO BON

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1 commento

leonioconte Crespano del Grappa 13 agosto 2017 a 16:02

Una dettagliata descrizione della giornata del ” Falco ” ; del suo esperto equipaggio , e di tutti gli operatori del SUEM e del CNSAS . Meriterebbe ampia divulgazione di tutta la Stampa e dei Media .

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