Rimembranze letterarie tra gli onsen

scritto da MARIA TERESA ORSI

La penisola di Izu è un po’ per i tokyesi quello che la riviera ligure è per i milanesi: un luogo di vacanza, non troppo vicino e non troppo lontano, adatto per soggiorni lunghi ma anche per brevi puntate. È facilmente raggiungibile in automobile e anche in treno. Anzi, visto che l’autostrada si limita a tagliare alla base la penisola lasciando ben distanti le località più note, il treno è il mezzo più rapido e comodo. Non solo: è anche la migliore introduzione alla regione di Izu, nel più perfetto stile giapponese.

Alla stazione di Tokyo per salire sull’espresso giusto non serve accertarsi della destinazione: basta il nome del treno, Odoriko. E si può essere certi che, a differenza dei superveloci ma in questo caso inutili shinkansen, non si limiti a sfiorare la penisola ma vi si inoltri, seguendone la sinuosa costa, ricca di insenature e promontori, spiaggette, scogli, porticcioli, proprio come la Liguria. E si può anche essere certi che arriverà a Kawazu. Odoriko, che significa «danzatrice», e Kawazu. O per meglio dire il sentiero lungo il fiume omonimo che ha la foce al centro di questa cittadina e proviene dall’interno montuoso della penisola, sono indissolubili per l’immaginario collettivo giapponese e oggi anche per un’industria del turismo che macina attrazioni usando come materia di base le emozioni e le suggestioni derivanti dalla letteratura.

Dire Izu, in Giappone, significa dire mare, ma anche, anzi soprattutto, onsen, ovvero bagni termali. E gli onsen sono il luogo più di ogni altro deputato all’evasione dalla città e dalla routine, alla ricerca di un sollievo anche spirituale, sia esso connesso con una solitaria pausa di distensione, o al contrario con la socialità, in tutte le sue forme, amore compreso. Una locanda fornita di onsen, la Fukudaya, al limitare del minuscolo borgo di Yugano non lontano da Kawazu, era tra le preferite di Kawabata Yasunari, il più noto e venerato scrittore giapponese del Novecento.

È una semplice struttura di legno resa particolarmente suggestiva dal fiume che la sfiora e dal fragile ponticello, anch’esso di legno, che ne costituisce l’unico collegamento col resto del mondo. Ancora oggi vi si può prenotare una camera, circa centocinquanta euro a persona per notte tranne la camera Omoide, («ricordo»), che costa centottanta euro perché è proprio quella dove negli anni Venti soggiornò Kawabata. Nel piccolo giardino, sotto gli ombrosi alberi, la statua a grandezza naturale di una ragazza seduta su una panchina, lo sguardo perso nel vuoto come in attesa di qualcosa o di qualcuno.

È l’odoriko, la danzatrice girovaga protagonista del racconto La danzatrice di Izu, scritto da Kawabata nel 1926, quando si trovava alla Fukudaya, e che tutti i giapponesi conoscono, perché lo si studia a scuola e perché ha dato la stura a una serie pressoché infinita di film strappalacrime, adattamenti televisivi nonché, ovviamente, manga. Proprio lungo la via che, serpeggiando verso sud, conduce a Yugano, trasformata in immaginario luogo del cuore, sarebbe avvenuto secondo il racconto l’incontro tra la giovanissima danzatrice, icona della purezza, e lo studente che, invaghito della sua innocente grazia, la segue per tutto il viaggio.

Kawazu in realtà non è nota solo per la gentile odoriko. Tokyesi e non, la conoscono per la festa dei ciliegi precoci, uno hanami che precede di un buon mese quello canonico. Pare che quasi per caso, all’inizio degli anni Cinquanta, qualcuno a Kawazu si sia accorto che qui cresceva una specie tutta particolare, la cui fioritura comincia a febbraio e si protrae molto più a lungo rispetto a quella effimera degli altri ciliegi primaverili. Si decise così di piantarne un gran numero, lungo le rive dove il fiume Kawazu attraversa la cittadina, creando un ambiente suggestivo e un business ragguardevole, col suo corollario di bancarelle e ristorantini. Se poi i fiori dei ciliegi non hanno l’incantevole evanescenza di quelli primaverili e le bancarelle sono uno spettacolo fin troppo usuale nelle kermesse di questo genere, il tocco in più è dato proprio dalla Danzatrice di Izu.

Finito il lungo fiume alberato, infatti, basta poca strada per arrivare a Yugano. E qui pian piano la valle si stringe, trasformandosi in una gola profonda. Oggi, a mezza costa, la risale una carrozzabile che ha bisogno di soluzioni tecnologiche davvero originali per sormontare gli improvvisi dislivelli, come un curioso ponte a spirale su due piani chiamato ruupubashi (ovvero, loop bridge). All’inizio del secolo scorso c’era soltanto una mulattiera che oggi offre l’occasione di una passeggiata assai piacevole tra rocce, rivoli e cascate.

Qui i ciliegi lasciano il posto all’oscuro, fittissimo bosco di cedri citato nell’incipit della novella: vince la natura selvaggia, che dà al romanticismo un sentore di tragedia. E nei luoghi più panoramici non mancano mai le statue, in bronzo o in pietra, della odoriko col suo tamburo e dello studente, berretto con visiera di ordinanza, in piedi o seduti, un po’ distanziati o vicinissimi, sempre comunque con lo sguardo di lui puntato su di lei. Impossibile per un giapponese (e non solo) resistere all’impulso di farsi una foto accanto alla celebre coppia.

Meno famosa è una seconda coppia letteraria, alla quale un’altra cittadina della penisola di Izu, Atami, ha voluto dedicare un monumento: si tratta di Omiya e Kan’ichi, protagonisti di un romanzo, L’usuraio, apparso a puntate tra il 1897 e il 1902. Atami, dove la vicenda è ambientata, costituisce in un certo senso la porta di Izu perché è il primo importante centro abitato che si incontra venendo da Tokyo. Da sempre è una stazione termale. Oggi, a prima vista, quando ancora non ci si è addentrati nelle stradine della città vecchia, può sembrare una piccola Montecarlo, con la sua costa scoscesa, sulla quale si abbarbicano alberghi e grattacieli, strade tortuose e piene di traffico.

A dominare dall’alto il golfo, una costruzione moderna in marmo rosa, fatta di scaloni e vetrate: un museo, il MOA Museum of Art, che ospita opere di pregio ma che certo è un inno allo spreco. Infine il lungomare, su vari piani, con palme da Costa Azzurra, il cui principale punto di attrazione è appunto la statua di Omiya e Kan’ichi. Ben pochi giapponesi hanno davvero letto L’usuraio o ricordano il suo autore, Ozaki Koyo. Ma cinema e Tv si sono impossessati della vicenda, così come hanno fatto con la danzatrice di Kawabata e hanno impedito che finisse nell’oblio. E soprattutto è divenuta proverbiale, con buona pace di Marilyn Monroe, una frase pronunciata dal protagonista, Kan’ichi. «Sei accecata da un diamante», rinfaccia lo studente, nel momento topico del romanzo, alla fidanzata Omiya, rea di volerlo lasciare per sposare un uomo ricco che le ha donato un anello con un grosso diamante.

Ma la statua colpisce l’immaginazione e suscita discussioni, oltre che divertiti commenti, perché coglie i due giovani amanti nel momento in cui Kan’ichi respinge Omiya con un calcio. Questo monumento, irriverente e certo non gradito alle femministe, sembra quasi dire: parlate pure male di me, purché ne parliate. D’altra parte, quello che conta è ciò che esso simboleggia: l’attaccamento dei giapponesi ai «luoghi letterari» e a tutti quei personaggi che, attraverso prosa, poesia e teatro, hanno plasmato la coscienza nazionale e che è piacevole andare a trovare, quasi a salutare. Come dei vecchi amici.

Pubblicato il: 11 Mag, 2017 @ 23:57

Rimembranze letterarie tra gli onsen ultima modifica: 2017-08-13T08:57:41+00:00 da MARIA TERESA ORSI

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