Il porno non consensuale. Un boom, come fermarlo

scritto da JOHN JAY DEER

Nel solo mese di gennaio 2017 – rivela The Guardian – Facebook ha ricevuto 51.000 segnalazioni di revenge porn, “pornovendetta”, con conseguente disabilitazione, da parte di FB, di 14.000 account.

Secondo Data&Society Research Institute il quattro per cento degli utenti di internet negli Usa – qualcosa come 10.4 milioni di americani – è stato minacciato dalla (ho ha vissuto l’esperienza della) diffusione e condivisione senza autorizzazione di proprie immagini personali intime. Sempre secondo Data&Society, gli utenti di internet LGTB (lesbiche, gay, transessuali, bisessuali) sono vittime o denunciano la minaccia di condivisione non consensuale di proprie immagini intime molto più di utenti che si definiscono eterosessuali.

Cyber Civil Rights Initiative (CCRI), un gruppo nonprofit che monitora questo tipo di abuso e reato, sostiene che un utente su venti di social media ha postato immagini intime senza previo consenso dell’interessata/o. Il boom tecnologico e culturale delle fotocamere, unito all’infinita platea digitale globale a disposizione di qualsiasi post, favorisce enormemente e in misura crescente la diffusione del porno non consensuale.

CCRI fornisce assistenza online alle vittime del nonconsensual porn e finora ha raccolto oltre cinquemila richieste di aiuto, con una media attualmente di 150/200 richieste al mese.

La rivista Time lancia l’allarme su un fenomeno ormai dilagante e in crescita, il digital sex crime, la criminalità online a sfondo sessuale, che contempla non solo i post di cosiddetta pornovendetta ma anche quelli di nonconsensual porn, il porno non autorizzato dal soggetto fotografato.

La distinzione – scrive Charlotte Alter, autrice dell’inchiesta – riguarda la motivazione ma non gli effetti: il revenge porn è spesso inteso a molestare la vittima, mentre qualsiasi immagine fatta circolare senza il consenso del soggetto è nonconsensual porn. Il risultato per le vittime, in entrambi i casi, è pubblica umiliazione, isolamento sociale, stigmatizzazione nel posto di lavoro.

Il boom tecnologico e culturale delle fotocamere, unito alla platea digitale globale a disposizione di qualsiasi post, favorisce enormemente e in misura crescente la diffusione del porno non consensuale.

Molto spesso, alla violenza di vedere la propria immagine nuda circolare in rete s’associa una serie di spiacevoli e anche crudeli conseguenze. Time racconta della preside, cinquantenne, licenziata dal suo istituto in Illinois dopo che l’ex marito aveva inviato ai membri del consiglio scolastico un video esplicito della moglie. Una diciannovenne minacciata dal suo ex fidanzato di trovarsi in pose intime sul web se non accettava di avere sesso con lui e altri tre teenager. Una ventenne si è trovata strani tipi alla porta di casa, dopo che l’ex-boyfriend aveva postato sue immagini nude con tanto di suo indirizzo di casa e invito ad andarla trovare… solo alcuni esempi, tra gli innumerevoli casi, che mettono in evidenza come queste violenze, comunque terribili, non siano confinate nel perimetro virtuale della rete ma possano sconfinare nella “realtà” con strascichi spesso molto seri per le vittime.

Secondo un’indagine del CCRI, il 93 per cento delle vittime della diffusione non consensuale di proprie immagini intime denunciano gravi disturbi emozionali, l’82 per cento serie conseguenze personali nella sfera sociale, lavorativa e in altre aree importanti della loro vita. E occorre tener conto che, una volta in rete, le immagini sono lì per sempre, anche se, come vedremo, sono in corso di realizzazione strumenti per la loro cancellazione, ma solo in certi ambienti di internet.

Va detto che, come rileva Charlotte Alter, certi episodi sono anche risultato di una relazione non pienamente consapevole con il mondo digitale e con il suo funzionamento. Specie tra i giovanissimi.

Secondo una ricerca dell’Indiana University condotta su un campione di seimila individui adulti, 335 di loro, cioè il sedici per cento, ha inviato in rete una foto “sessuale”, oltre uno su cinque ne ha ricevuta una. Tra quelli che hanno ricevuto la foto, il 23 per cento l’ha condivisa con altri, gli uomini il doppio delle donne.

Se per i giovani e non più giovani trovarsi nudi in rete è sconcertante e umiliante, per molti cosiddetti nativi digitali non è particolarmente trasgressivo. Si è già molto parlato del sextesting tra i giovanissimi. Nel 2014 ci fu un’inchiesta, in Virgina, su cento ragazzi che avevano fatto circolare su Instagram un migliaio di foto nude di loro coetanee. Da allora diversi altri casi del genere sono stati segnalati negli Usa.

La pratica è così diffusa che l’American Academy of Pediatrics ha realizzato una guida per i genitori su come affrontare con i figli la questione del sextesting, i messaggini con contenuti o immagini sessuali.

Come dice a Time Sherry Turkle, docente di scienze sociali al MIT, “è una questione che non merita una risposta se sei cresciuto con un cellulare in mano”. Secondo la professoressa Turkle, molti nativi digitali sono talmente a proprio agio su internet che pensano ci siano regole su quanto può o non può succedere al contenuto che condividi. “Se senti che internet è sicuro, ti va di condividere tutto, perché fa sentire più vicini, ed è uno strumento nuovo”. È come se, nella loro testa, ci fosse un “contratto” sugli spazi della rete in cui si muovono.

Seppure in modo diverso l’uno dall’altro, sono ormai 38 gli stati americani che hanno una legislazione specifica sul revenge porn. Nel 2013 erano tre. Segno di una crescente e più diffusa consapevolezza del problema.

A livello di legislazione federale, va segnalato l’Intimacy Privacy Protection Act (IPPA), il disegno di legge della deputata democratica della California Jackie Speier che rende la pornografia non consensuale crimine di portata federale, anche in assenza della volontà da parte dell’autore di molestare la vittima.

Facebook e Twitter sostengono l’iniziativa della congresswoman e Facebook stessa, lo scorso aprile, ha annunciato nuovi strumenti per assistere coloro che segnalano la diffusione non consensuale di proprie immagini intime, strumenti che possono bloccarne la condivisione su FB, Messenger e Instagram.

 

L’illustrazione in alto è tratta dal sito Cyber Civil Rights Initiative

Pubblicato il: 14 Giu, 2017 @ 17:15

Il porno non consensuale. Un boom, come fermarlo ultima modifica: 2017-08-14T10:15:22+01:00 da JOHN JAY DEER

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