Il Paese delle nevi, l’eco perduta di Kawabata Yasunari

scritto da MARIA TERESA ORSI

[Tokyo, febbraio 2017]

Usciti dalla lunga galleria di confine si era già nel paese delle nevi”. È l’incipit, nella  bella traduzione di Giorgio Amitrano, del più celebre romanzo di Kawabata Yasunari, che tutti i giapponesi conoscono e che non perdono occasione di citare. Quasi un tormentone che non poteva non diventare una fonte di attrazione per quella forma di turismo culturale che in Giappone è diffusa forse più che in qualunque altro paese del mondo e che conferisce interesse ai luoghi in ragione dei richiami letterari.

Il paese delle nevi, iniziato da Kawabata nel 1935 e completato solo nel dopoguerra, non è nato come una singola opera compiuta all’atto della pubblicazione, ma è stato ripreso più volte, a partire dal nucleo originario, al quale poi si sono aggiunti via via altri frammenti fino all’edizione “completa” del 1947, che però è stata a sua volta riveduta, ampliata e modificata a più riprese. Questo andamento non deve stupire perché il romanzo non è costruito su un intreccio convenzionale, ma procede in modo rapsodico, dando voce a sensazioni immediate che non passano attraverso il filtro di un ragionamento logico.

La raffinata ed elegante prosa di Kawabata, premio Nobel nel 1968, è evocativa, allusiva, ricca di associazioni e citazioni implicite. Quell’incipit così scolpito e essenziale è però molto di più, perché ha trasformato in un’icona poetica e carica di complessi significati quella che in fondo poteva essere soltanto una denominazione meteorologico/paesaggistica. Un’icona anche perché Il paese delle nevi di Kawabata nella realtà è di incerta collocazione, anzi, volendo essere filologicamente rigorosi non esiste. Lo scrittore non ha inserito elementi che ne consentano l’identificazione con un preciso luogo reale.

Sappiamo soltanto (ma qualcuno dubita anche di questo) che Kawabata scrisse il primo capitolo dell’opera mentre si trovava a Yuzawa, luogo rinomato, allora come oggi, per le sue onsen, che solo una traduzione molto approssimativa e semplificatrice può rendere come “terme”. E poi c’è quel tunnel con cui il libro si apre, così espressionistico non solo nel linguaggio ellittico, ma anche in quel brusco mutarsi dell’oscurità nella inaspettata luce regalata dal candore della neve. Una immagine che ritorna nella breve frase successiva: il fondo della notte si tinse di bianco.

A Yuzawa, o per meglio dire a breve distanza dalla stazione della cittadina, un tunnel effettivamente esiste. Di per sé non sarebbe una prova; la linea ferroviaria che passa da qui, ora elevata al rango di Shinkansen (con tutto ciò che questo comporta nel restringere i tempi e soprattutto nello stravolgere il significato simbolico che al viaggio si accompagna) taglia il Giappone da est a ovest lungo una dorsale montagnosa dove non mancano le gallerie. Ma, sarà un caso o forse la suggestione, quell’ultimo tunnel che annuncia Yuzawami è sembrato davvero qualcosa di speciale. Prima, il paesaggio invernale era quello più prevedibile: colline dagli alberi spogli, qualche spruzzata di neve.

Dopo il tunnel, un quadro fiabesco, con la neve che diventa padrona assoluta. Sembra penetrare, anzi plasmare ogni cosa come nel lungo intermezzo del romanzo dedicato alla descrizione della filatura di un tipo particolare di tessuto, il chijimi:

Già in passato qualcuno ha scritto: tutto, dall’inizio della filatura alla fine della tessitura si svolge fra la neve. Si crea il filo in mezzo alla neve, lo si tesse in mezzo alla neve,lo si lava con l’acqua della neve, lo si candeggia sopra la neve.

Poi Yuzawa, pur trasformata oggi in un’importante stazione sciistica, ci mette del suo: al Takohan ci si fa vanto di essere la locanda dove alloggiò Kawabata. La stanza del maestro è stata trasformata in una specie di museo. E alla cultura per così dire “alta”, con i convegni sul paese delle nevi organizzati dal museo cittadino, si affianca quella più popolare del venditore di souvenir che inalbera nell’insegna il nome di Komako. Sarebbe come dire, a Lecco, Lucia Mondella o don Abbondio, perché Komako è la geisha, affascinante e sensuale, eroticamente attraente, che insieme all’altro personaggio femminile, Yoko, di segno opposto ma complementare nella sua innocenza e purezza, viene a costituire  un ideale femminile: un ossimoro caro alla poetica di Kawabata.

L’effetto serra non sembra aver influenzato il clima di questa zona. Le tranquille strade della cittadina sono fiancheggiate da spalliere di neve che in taluni casi quasi seppelliscono le costruzioni più basse. Colpa o merito, a seconda dei punti di vista, dei freddi venti provenienti dalla non lontana Siberia. Sono loro che impongono inverni così rigidi e che fanno di questa regione un luogo eccezionale per le precipitazioni nevose. Il capoluogo è Niigata e il freddo ne è l’elemento caratterizzante, nella realtà quanto nella letteratura. Sakaguchi Ango, forse il più noto scrittore nato in questa città portuale, in un suo breve racconto autobiografico, così interpreta questo ambiente invaso dalla neve:

Nelle notti in cui la neve cade e si accumula, tutto è silenzio. Chi non conosce il paese delle nevi pensa alla violenza della tormenta ma, assai più del vento che geme e urla nel cielo, riempie di angoscia il silenzioso deserto delle notti, quando la neve si posa incessante su uno strato di vuoto compatto dove anche il minimo rumore è soffocato.

Per Sakaguchi Ango la fuga sembra essere l’unico rimedio. Kawabata invece avverte un’attrazione irresistibile per il paese delle nevi. L’isolamento che lo contraddistingue, la lontananza dalla normale vita quotidiana sono trasformati dal suo estetismo in un mondo rarefatto, irrimediabilmente perdente, ma intriso di nostalgia, dove l’inutilità e il vuoto che sembrano circondare ogni atto diventano essi stessi simbolo della bellezza.

Pubblicato il: 15 Feb, 2017 @ 15:51

Il Paese delle nevi, l’eco perduta di Kawabata Yasunari ultima modifica: 2017-08-15T10:51:06+00:00 da MARIA TERESA ORSI

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