Come si dice stallo in spagnolo?

La politica italiana si trova nell'impasse. Il nodo della legge elettorale sembra difficile da sbrogliare. E i principali partiti cercano di correre ai ripari. In attesa del test delle amministrative in Sicilia.
scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

Stallo. Stalemate. Dicesi negli scacchi di una partita senza vincitori e in cui le mosse sono destinate a ripetersi invariabilmente determinando posizioni ripetute e, alla lunga, inutilmente ripetute.

Una figura retorica classica della politica. A volte assolutamente necessaria perché prepara il futuro “salto” del cavallo, la mossa che tutto accelera e mette fine all’equilibrio più o meno ricercato. Ad agosto in Italia è anche consuetudine. A tal fine, quando l’equilibrio non era ancora stabilito, in tempi antichi si trovava anche un bel “governo balneare” che aveva un compito non banale: raffreddare gli animi, leggere e scrivere auliche riflessioni su De Gasperi o Proudhon oppure rileggere i fatti del Cile e, al termine della pausa, decidere il campo e i termini dello scontro dell’anno a seguire (in genere anno “scolastico” da settembre al giugno-luglio successivi).

Stavolta lo stallo non è solo ad agosto e il governo di Paolo Gentiloni non è un governo balneare. Qualunque cosa se ne possa pensare sta comunque affrontando questioni basilari di governo senza rimandare le scelte (rapporti con alleati, vedi Macron e Fincantieri, l’immigrazione, la ripresa economica con buoni dati predittivi ad oggi…), confermando uno status che attualmente lo vede come il più probabile candidato alla successione a se stesso nella prossima legislatura.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi

Proprio considerato lo stallo che ci accompagna da mesi, e che rischia di accompagnarci anche dopo agosto.

Il nodo centrale rimane la legge elettorale: la vicenda dell’accordo a quattro tra Partito democratico (Pd), Movimento Cinque Stelle (M5S), Forza Italia e Lega Nord – accordo che non ha retto nemmeno il primo voto segreto – sta lì a ricordarci che in parlamento è francamente difficile passi qualcosa che riguardi gli equilibri elettorali a pochi mesi dal voto… al massimo, e con oltre il novanta per cento a favore, potrebbe passare solo l’eliminazione dei capilista fissi (il dieci per cento a favore sono i presunti capilista….).

Tutti capiscono che un accordo per favorire una vittoria di chicchessia, probabilmente in coalizione, garantirebbe la certezza di un governo vero con una maggioranza stabile, ma nessuno se la sente di accettare il rischio considerando che per alcuni è preferibile perdere o mantenere lo stallo piuttosto che costruire una coalizione con gli inevitabili compromessi necessari e con la certezza di rafforzare i piccoli partiti della propria coalizione dopo anni passati ad esaltare vocazioni maggioritarie singole, mediaticamente eccitanti al di là dei risultati reali.

Sicuramente si tenterà qualcosa tra settembre e ottobre, ma dietro l’angolo c’è un decreto del governo ispirato dal Quirinale con poche, semplici e necessarie sistemazioni dovute alla sentenza della Corte costituzionale.

Il consultellum, secondo un recente sondaggio riservato totalmente libero da riserve ideologiche, assegna al Pd 183 deputati, al M5S 184, alla Lega Nord 96 e a Forza Italia 94; con la presenza in parlamento di Alleanza popolare, qualora superasse la soglia del tre percento, i dati sarebbero i seguenti: Pd 187, M5S 178, Lega Nord 93 e Forza Italia 92.

La sindrome spagnola – quattro gruppi simili e tre volte al voto prima del compromesso di astensione socialista che ha permesso di ripartire al popolare Mariano Rajoy – si avvicina….

Cambia qualcosa con il sistema tedesco? Non molto: i deputati sarebbero 211 al Pd, 202 al M5S, 105 alla Lega Nord e 103 a Forza Italia.

Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini

Certo, il dato è forgiato sui sondaggi di luglio e sul sentiment odierno, e può variare nei prossimi mesi, ma non vi è dubbio che presenta uno scenario ragionevolmente credibile.

E che vedrebbe – ipotizziamo – in assenza di un accordo diverso e delle posizioni politiche attuali, Paolo Gentiloni succedere a se stesso in attesa di cambiare la legge elettorale o di favorire “grandissime” – non solo grandi – coalizioni.

Oppure?

Oppure si decide di andare alla proposta di una legge elettorale che favorisca le coalizioni e si “blinda” il testo di legge elettorale. Come?

Il M5S difficilmente collaborerà e la Lega Nord di Matteo Salvini dovrebbe accettare le pur “diplomatiche” forche caudine dell’accordo con Silvio Berlusconi. Quest’ultimo sta ampiamente meritando il titolo che fu di Amintore Fanfani: l’arieccolo…. rimasto indietro dalla fuga di Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Gianni Alemanno e Francesco Storace, in poco tempo li ha risucchiati tutti e dopo le ultime amministrative deve solo regolare i conti con Salvini a cui pare contrapporre al momento il più governativo Luca Zaia, il presidente della Regione Veneto… Berlusconi appare antico e perfino troppo soft, visti i truculenti tempi mediatici che viviamo ma ha dalla sua un argomento inoppugnabile: le coalizioni di centrodestra unito vincono alle amministrative e nei sondaggi e godono del “rientro” del voto di protesta dal M5S che potrebbe permettergli di vincere le elezioni ed avere i seggi sufficienti a governare. Argomento su cui perfino Salvini potrebbe essere indotto a cedere.

Più difficile per Matteo Renzi costruire una coalizione: deve ammansire Giuliano Pisapia e il suo movimento (che per il momento non ha deciso se essere una raccolta di sinistra sparsa o un nuovo Ulivo e questa indeterminatezza può spegnere entusiasmi alla lunga…) ma soprattutto deve immaginare una torsione ideologica e dialettica alla sua ragione d’essere fondata tutta su autosufficienza e governo maggioritario del partito e del Paese.

Inoltre in caso di obbligo alla grande coalizione, potrebbe non bastare se, alla sua maniera furba, Berlusconi decidesse di proporre un governo di unità nazionale ma senza i leader al governo, il che lo taglierebbe fuori nuovamente dalla premiership. Partita difficile per il leader toscano che non ha certo ecceduto in pacche sulle spalle attorno a lui in questi anni.

Le elezioni in Sicilia in tutto ciò hanno una valenza nazionale e certamente decisiva per il movimento di Beppe Grillo: dopo i primi problemi del sindaco di Torino, Chiara Appendino, il disastro romano di Virginia Raggi e la scintillante vittoria di Federico Pizzarotti a Parma, che di fatto ha indicato una strada politica diversa da percorrere a tutto il movimento, in Sicilia il M5S si barcamena tra le tradizionali parole di retorica anti-casta e proposte politiche che si situano tra l’apologia del milazzismo e storie di ordinario abuso edilizio.

Una sconfitta equivarrebbe ad uno stop molto forte prima delle politiche e ad un’ulteriore sconfessione della linea ufficiale Grillo-Casaleggio. Non si può pensare che non ci sarebbero conseguenze, soprattutto perché ciò avverrebbe in presenza di un’annunciata disfatta del Pd a causa della delusione per il governo regionale di Rosario Crocetta e delle difficoltà del centrodestra a costruire una coalizione innovativa rispetto alla classe dirigente che guidò l’isola ai tempi del trionfo dei “sessantuno parlamentari a zero” e della giunta di Totò Cuffaro.

Beppe Grillo

Dunque, stallo.

Per ora agostano.

Ma presto scopriremo – già a settembre – se è la condizione continuativa della politica italiana attuale ed una premessa ad elezioni politiche in salsa spagnola, o solo una pausa prima che tutto si rimetta in moto.

Come si dice stallo in spagnolo? ultima modifica: 2017-08-17T20:36:06+00:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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