Spagna, la storia si ripete. Anzi, no

Il terrorismo jihadista colpisce i turisti a Barcellona. Tredici anni dopo gli attentati di Madrid il paese iberico rimane un simbolo importante della mistica jihadista. Questa volta l'attentato sarà un punto di svolta per la tollerante e civile società spagnola?
scritto da ETTORE SINISCALCHI

Gli attentati di Barcellona, come vengono chiamati, sanciscono un terribile ritorno del terrorismo jihadista in terra di Spagna. Ma costituiscono anche un capitolo specifico al quale guardare, una vicenda sulla quale farsi domande, perché tante ne pone, per vedere cosa riusciamo a capire di quanto sta succedendo, se e cosa ci dice su quel che possiamo aspettarci dall’emergenza terrorista.

Si diceva che la Spagna non fosse nel mirino, la meta turistica ideale, che a differenza di Francia e Belgio non avesse il problema delle seconde generazioni, che il suo passato coloniale fosse più lontano nel tempo. Invece stiamo scoprendo che la Spagna, in particolare la Catalogna, conosce una forte presenza di fiancheggiatori della jihad, di reclutatori, di logistica; che la vicinanza col Marocco ne fa un’importante collegamento con l’Europa anche per le reti del terrore.

Barcellona, tredici anni dopo le stragi di Madrid

Lo scoprimmo anche l’undici marzo 2004, con le stragi di Madrid. Da allora molte cose sono cambiate, la sorveglianza è più attenta, la collaborazione tra istituzioni spagnole e comunità islamiche stretta, le informazioni circolano abbastanza fluidamente tra le forze di sicurezza dei paesi europei.

Lo stiamo riscoprendo in queste ore, dalle 16,50 di giovedì, quando un furgone proveniente da Plaça Catalunya è saltato sul grande marciapiede centrale della famosa passeggiata barcellonese delle Ramblas, è sceso ad alta velocità verso il mare travolgendo cose e persone per circa seicento metri fermandosi, dopo aver schiantato un chiosco, all’altezza del mosaico di Joan Mirò, anzi proprio sopra, vicino alla fermata della metro Liceu, nei pressi dell’omonimo teatro, lasciando in terra tredici vittime mortali (una quattordicesima si aggiungerà poche ore dopo nella notte di Cambrils) e oltre cento feriti.

È un attentato terrorista, che verrà rivendicato da Daesh, il sedicente Stato islamico. Parte il dispositivo di sicurezza denominato Cronos. Ancora una volta, come l’undici marzo 2004, la risposta nell’emergenza del sistema di soccorso spagnolo è egregia (il dispositivo coprirà dall’immediata emergenza all’accoglienza dei parenti delle vittime, con supporto medico e psicologico e lo stretto coordinamento di tutti i centri medici della città). Scatta l’operazione Jaula (gabbia) che chiude le strade di uscita dalla città. Sembra, nella prima serata, un fatto isolato e finito, tanto che il commissario capo dei Mossos d’Esquadra, Josep Lluís Trapero, si spinge a dichiarare che non prevede sia «imminente un altro attentato».

Nessuno, apparentemente, ha ancora capito che il meccanismo del terrore è già in atto da ben diciassette ore, sfuggito di mano agli stessi terroristi che lo hanno ideato; che la sua partenza, drammaticamente anticipata e incontrollata, ha scombinato i loro piani costringendoli ad improvvisare rispetto a un’iniziale azione preparata, probabilmente ancor più dirompente e sanguinaria.

Una macchina del terrore sfuggita di mano

L‘inizio è stato la notte prima, alle 23,17 di mercoledì, quando un’esplosione distrugge una villetta a Alcanar, località sita oltre l’Ebro, centosettanta chilometri a sud di Barcellona. Quella che inizialmente pareva una fuga di gas ora sappiamo essere stato un incidente avvenuto durante la costruzione di uno o più ordigni esplosivi. Da lì la situazione è precipitata, i piani sono cambiati e i sopravvissuti hanno probabilmente dovuto improvvisare. Quindi l’azione di Barcellona il giovedì pomeriggio, e poi quella nella notte, all’1,15 del venerdì, a Cambrils, comune costiero a un centinaio di chilometri da Barcellona, dove muore la quattordicesima vittima, sono frutto di una situazione di emergenza per i terroristi: della necessità di agire subito con quel che resta facendo più male possibile, prima che i fili della trama vengano tirati da qualcuno e si scopra cosa succedeva a Alcanar. Non sappiamo ancora con certezza come e dove si sarebbe tenuto l’attentato o gli attentati, né come sarebbero stato usati gli ordigni esplosivi. In una vicenda, del resto, tutt’ora in atto, con un uomo ancora in fuga che non si sa se abbia oltrepassato il confine spagnolo.

La Spagna confine d’Europa

Resta la domanda, perché la Spagna, perché Barcellona. La Spagna, certamente, perché è un paese europeo. Ma anche per il valore simbolico che ha nella mistica jihadista. Come ricorda Alberto Negri sul Sole 24 Ore di sabato,

Non bisogna mai dimenticare che cosa significa la penisola iberica nell’immaginario del mondo musulmano su cui puntano le organizzazioni terroristiche di matrice islamica: questo è Al Andalus, il nome che gli arabi hanno dato a quei territori della Spagna, del Portogallo e della Francia occupati dai conquistatori musulmani (conosciuti anche come Mori) dal 711 al 1492.

Sempre Negri ricorda che dopo Madrid vennero arrestati seicentotrentasei jihadisti, allora era Al Qaeda, e riporta un recente studio dell’Instituto Elcano che ha rilevato che dei centocinquanta jihadisti arrestati in Spagna negli ultimi quattro anni, centoventiquattro (l’81,6 per cento) erano collegati allo Stato islamico e ventisei (il 18,4 per cento) ad Al Qaeda.

Sulla valenza simbolica di Barcellona è stato detto molto, città giovane, accogliente, cosmopolita. Città europea. È stata colpita la Catalogna; certamente è stata colpita Barcellona; sicuramente è stata colpita la Spagna nel suo interesse maggiore, il turismo. La Spagna che è una porta che collega il nord Africa con la Francia, la direttrice che passando dalla Catalogna attraversa in Francia. Come l’Italia, snodo di flussi di merci e persone tra l’Europa e l’area del Mediterraneo. La Spagna come confine d’Europa.

Il Marocco, amico dell’Occidente e fucina di foreign fighters

Una chiave che emerge è la vicinanza al Marocco. Nella nazionalità dei terroristi, spesso doppia con quella spagnola. Il vicino di confine, col quale sono finalmente buoni i rapporti con re Mohamed IV - argine al radicalismo jihadista e in buoni rapporti con l’occidente  – che hanno per tanto tempo preservato la Spagna dai flussi migratori, grazie al controllo dei confini e delle acque da parte di Rabat, ma la pressione aumenta nuovamente e solo dieci giorni fa in mille hanno sfondato a Melilla.

Il Marocco dei foreign fighters. Si stima (Foreign Fighters: An Updated Assessment of the Flow of Foreign Fighters into Syria and Iraq, The Soufan Group, dicembre 2015) che siano almeno millecinquecento i marocchini andati a combattere nei diversi scenari e in particolare in Siria, di cui duecentocinquanta con nazionalità spagnola (i dati, riferiti al 2015, sono considerati in crescita, come la ricerca, del 2017 del National Bureau of Economic Research, riportata qui e accessibile alla fonte originale ma con restrizioni qui, confermerebbe).

Il Marocco che forse è più attraversato da conflitti di quello che si crede. In cui movimenti etnici, scontri territoriali e contrasti tribali, e tra interessi tribali e quelli del governo, trovano nuova linfa nello scenario della jihad, che offre coperture, finanziamenti e armi a consueti, a volte vecchissimi, scenari di guerra.

Il Marocco con le enclave di Ceuta e Melilla. Lascito del secolo scorso, di cui sociologi e esperti segnalano da tempo i fenomeni di radicalizzazione tra le giovani generazioni, in territori che, malgrado gli aiuti di Madrid, conoscono una crisi economica e una mancanza di prospettiva senza precedenti.

Cambrils

La Spagna era nel mirino? 

Giornalisti in buoni rapporti col ministero dell’interno confermano i segnali dagli Stati Uniti col riferimento alla Catalogna, ma non abbiamo voci ufficiali. Abbiamo fonti che vengono utilizzate abitualmente dalla propaganda del Daesh che hanno citato Al-Andalus, come la parte della penisola iberica veniva chiamata quando era una colonia moresca. Vedremo più avanti. Segnali simili vengono spesso dal Daesh, si moltiplicano gli obiettivi, si confondono le acque, si buttano le reti per pescare a strascico rivendicazioni successive di eventuali attentati.

Certo è che altre fonti ci dicono che l’attività di sicurezza è stata molto intensa. Ci son state perquisizioni, espulsioni, arresti – proprio a Barcellona due settimane fa perquisizione notturne e fermi. Anche la cronaca nera, a rileggerla a posteriori e a mettere in fila i singoli avvenimenti, ci fa capire che negli ultimi sei mesi c’è stata un’intensa attività di interdizione da parte delle forze di sicurezza, e che – probabilmente, forse, si dice – altre azioni sarebbero addirittura state sventate.

La sicurezza, le indagini, qualche polemica

Qualche polemica è stata fatta in merito al coordinamento tra le forze di polizia. I Mossos de Esquadra, la polizia della regione autonoma, hanno piena potestà sul territorio catalano. Policía Nacional e Mossos sono autonomi, i secondi hanno alcune competenze esclusive sul territorio, ma lavorano in coordinamento su temi di sicurezza nazionale. Nulla a che vedere con la disastrosa condizione che regnava in Belgio, dove cinque diverse agenzie di sicurezza cantonali si omettevano informazioni agendo in concorrenza tra loro, ma in passato non sono mancati episodi, anche imbarazzanti, di sovrapposizioni o intralcio.

Certamente, oggi, la nuova sicurezza antiterrorismo ha imposto i suoi parametri e ci sono maggior attenzione e coordinazione. Pare che la Policía sia stata avvisata in ritardo dei sospetti sull’origine dell’esplosione di Alcanar dalle autorità catalane; e che la Generalitat non abbia ascoltato il consiglio di mettere dei dissuasori proprio sulle Ramblas. Polemiche inevitabili, che per ora il fair play dei protagonisti politici sembra mantenere in secondo piano. Le indagini ci diranno se veramente c’è di mezzo un imam che è stato allontanato, per quale motivo, se le autorità siano state avvertite e, nel caso, come abbiano gestito l’informazione. O se, come nelle ultime ore strilla la stampa spagnola, sia addirittura il nuovo imam a essere indagato per la radicalizzazione del giovane gruppo di amici e parenti di origine marocchina.

Nella serata di sabato, abbiamo registrato la discrepanza tra il ministero dell’interno di Madrid e il Govern della Generalitat, coi primi che dichiarano la rete jihadista disarticolata e i secondi che considerano la vicenda aperta fino alla localizzazione dell’ultimo membro.

In parte, proprio sapere della presenza di reti di attività jihadiste può aver predisposto a ritenere improbabile un attentato, controproducente per quelle stesse reti. Quanto accaduto smentirebbe il ragionamento, prospettando forse una possibile escalation delle azioni sul suolo europeo, oppure potrebbe spiegarsi con le caratteristiche della anomala cellula che le indagini stanno descrivendo.

E solo le indagini potranno far luce su eventuali legami coi centri decisionali del Daesh o con altre cellule in Europa (si parla di un quarantenne con un’auto con targa francese nella quale stazionava per lunghissime telefonate, che sarebbe entrato nella vita dei giovani con assiduità negli ultimi tempi); o, viceversa, ipotizzare la totale autonomia di elaborazione e decisione della cellula, e un’avventatezza giovanile che non ha tenuto conto dei contesti tattici.

Quello che certamente possiamo dire è che l’attenzione sulla Spagna era alta  – la sicurezza elevata dal ventisei giugno al quarto grado di allerta, quello precedente al dispiegamento dell’esercito nelle strade, confermato sabato dal Consiglio dei ministri  – e che l’attività di interdizione è stata molto intensa negli ultimi mesi.

Il sindaco di Barcellona Ada Colau

Gli elementi atipici. Una «cellula giovanile spontaneista»?

La radicalizzazione sembra essere il cuore di questa terribile vicenda. Se non ci sono foreign fighters, se gli ordini non venivano da basi lontane, se non siamo all’inizio di un cambiamento tattico delle operazioni dei terroristi, tutto, o perlomeno buona parte, risiede nell’ambito del meccanismo per cui giovani più o meno introdotti iniziano un processo di radicalizzazione.

Quali acque arrivino a ingrossare il fiume della radicalizzazione  – disagio giovanile, esclusione sociale, bisogno identitario, sentito non da chi arriva ora ma da chi è nato qui con genitori venuti da fuori  –  è oggetto di confronto di idee tra chi si occupa di queste vicende. Gli esperti si confrontano da tempo sul tema, avvertono che, ancor più in caso di sconfitta militare di Daesh, questo fenomeno potrebbe avere una recrudescenza  – e potrebbe aggirarsi come novello spettro in Europa per anni. Paesi europei, l’Inghilterra su tutti, lavorano con piani e norme specifiche. Questi esperti, operatori, studiosi, ci dicono che il carcere e internet sono dentro all’ottanta percento dei fenomeni di radicalizzazione in Europa.

[Per approfondire il contesto italiano si vedano gli atti relativi al progetto di legge approvato alla Camera il diciotto luglio scorso “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista”, ora assegnato alla prima commissione Affari costituzionali al Senato; questo è il collegamento alla scheda del provvedimento durante il passaggio alla Camera con utili risorse nel dossier].

In questo caso il carcere non c’entra e nessuno dei ragazzi rientra da scenari di guerra. A colpire è la giovane età dei protagonisti, dai diciassette ai ventisei anni (esclusi un gestore di un internet point, che non si sa se e quanto sia coinvolto, e l’imam, oltre al fratello di uno degli attentatori coi cui documenti d’identità sono stati affidati i furgoni ma che potrebbe essere estraneo ai fatti). Tutti amici o parenti tra loro, integrati. In grado di immaginare –  e di mettersi a organizzare per davvero –  un crimine gratuito, complicato e orrendo. Una strage che probabilmente non doveva essere così, che voleva colpire ancora più duro in una pratica di odio feroce e inumana. Anche, come rilancia El Confidencial in queste ore, in modo ancora più eclatante e immaginifico, forse ingenuo, colpendo la Sagrada Familia, il simbolo della cristianità di Barcellona.

Non un lupo solitario ma un gruppo, non una vera e propria cellula, nessun foreign fighter, legami diretti con Daesh tutti da scoprire.

Certo è che questa cellula anomala di giovani diventerà un caso di scuola di cosa sia la radicalizzazione e di come il suo contrasto rappresenti, già oggi, un fronte fondamentale di quel conflitto in atto nel mondo islamico, perlomeno negli scenari relativi alle ripercussioni negli scenari europei. A Barcellona, per esempio. Ma anche in Francia, Italia, Germania. Un fronte colpevolmente lasciato fuori dai riflettori dai protagonisti della politica e dalla macchina dell’informazione.

La politica. La lezione compresa delle stragi del 2004

La lezione delle stragi di Madrid sembra essere stata appresa dal Partido Popular (Pp) di Mariano Rajoy. Anche allora, da candidato premier e ministro del governo facente funzioni, fu un protagonista di quel dramma umano e politico. Quando il terrorismo islamista entrò in Europa, uccidendo centonovantadue persone e ferendone quasi duemila, nella spaventosa serie di attentati coordinati che flagellarono la rete delle linee ferroviarie locali della Comunità di Madrid la mattina dell’undici marzo 2004.

Ma il Pp era allora in mano a José María Aznar, il cui consigliere strategico formulò la storica e mai confermata frase: «Se è l’Eta vinciamo, se è Al Qaeda abbiamo perso». Il contesto era una campagna elettorale imprevedibilmente incerta, col giovane segretario socialista, José Luis Rodríguez Zapatero, che cresceva nel gradimento dopo aver dominato l’agenda politica degli ultimi mesi e condotto una partecipata campagna elettorale; sondaggi riservati che davano una situazione di pareggio tecnico, col Pp avanti di poco ma maggiori chance per il Psoe di riuscire a formare un governo di coalizione alle Cortes; sullo sfondo, un paese apertamente e maggioritariamente contrario, anche nell’elettorato di riferimento del Pp, all’avventura che portò Aznar e Berlusconi a rompere il fronte europeo in occasione della seconda guerra irachena. Come fu, le pressioni del governo per tenere in piedi l’ipotesi della matrice basca dell’attentato si risolsero in un boomerang che portò al sorpasso socialista. Al grido di «Quien ha sido?» (Chi è stato?), il paese chiedeva dalle piazze al governo conto della verità, quella che il mondo già conosceva e che internet portava nelle case di Spagna. Roma, Londra, Washington, già conoscevano la matrice jihadista che agli spagnoli era negata e nascosta dal governo di Madrid. E la cittadinanza fece pagare nelle urne ai popolari il loro cinismo politico.

Rajoy questa volta si è comportato da capo del governo. Ha tenuto informati, anche di persona, i leader di tutti i partiti; ha informato il paese attraverso la stampa di tutti i passi che si compivano; ha incontrato i rappresentanti istituzionali catalani; ha fatto una conferenza stampa congiunta col presidente della Generalitat, Carles Puigdemont.

Le tensioni, in particolare il duro scontro politico sull’indipendenza catalana, sono stati messi da parte. Una reazione istituzionale, certamente, e all’altezza della situazione, che va riconosciuta a tutti i protagonisti politici. Forse, anche una strada possibile, la possibilità di ricondurre lo scontro verso lidi meno estremi, meno sfiancanti per protagonisti usurati dal gioco al rialzo in cerca di una via d’uscita alla radicalizzazione dello scontro, più facile da imboccare davanti alle inderogabili necessità della risposta unitaria.

Le autorità nazionali e locali in Plaça de Catalunya per il minuto di silenzio in omaggio alle vittime dell’attentato

Quale Spagna davanti al terrore jihadista?

Che paese è oggi la Spagna? Quale il suo clima civile, quali le tensioni e i punti critici, quali i confini consensualmente riconosciuti del dibattito pubblico? Una crisi tanto grave costituisce anche un esame «in vivo» della condizione civile del paese, della sua capacità di affrontare le questioni complesse.

Colpisce il resistere di un confine, che da noi pare travolto da tempo, tra un livello del dibattito ufficiale (protagonisti politici e istituzionali, televisioni nazionali) in cui è ancora bandita la degenerazione lessicale che riempie il panorama del dibattito politico, non solo televisivo ma certamente tutto «televisivizzato», da noi consueto. Degenerazioni e volgarità ci sono, ma limitate ancora al web, oppure alle tertulias, i talk show radiofonici. Non mancano personaggi e posizioni discutibili, strumentali e estremistiche, ma in genere non sono i direttori dei giornali a pronunciare in televisione o a scrivere negli editoriali castronerie e feroci cattiverie, né i segretari di partito o i rappresentanti dei gruppi parlamentari. Vige ancora un certo rispetto istituzionale e del dibattito pubblico, la tendenza a evitare le strumentalità più marchiane.

La società sembra solida davanti al tentativo di irrompere del discorso xenofobo (congeniale, peraltro, a una certa destra tradizionalista spagnola). Ma pochi sono i tentativi e scarsi i risultati elettorali, divise le formazioni, i politici di destra non sono riusciti a imporre le parole d’ordine della guerra fra poveri e a trarre reddito dal fomentare le divisioni sociali e la paura, a imporre il conflitto tra «noi» e «loro». Il grande ombrello del Pp sembra resistere come unica attrazione delle destre spagnole e grande sedazione delle posizioni più estreme. Se quest’attentato determinerà un punto di svolta, lo sapremo presto. Per adesso il rifiuto della violenza e lo spirito solidale convivono, e gli anti islamici di destra vengono cacciati dalle piazze, in una società che la crisi ha piegato economicamente ma non ancora nel tessuto sociale e civile.

Spagna, la storia si ripete. Anzi, no ultima modifica: 2017-08-20T17:38:19+00:00 da ETTORE SINISCALCHI

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