Tra Karlsruhe e Francoforte

La corte costituzionale tedesca (Karlsruhe) si pronuncia sulla politica monetaria espansiva della Bce di Mario Draghi (Francoforte)
scritto da FRANCESCO MOROSINI

La politica monetaria espansiva della Bce di Draghi da tempo trova l’ostilità di vaste aree di opinione pubblica tedesca che vi vedono la violazione, in materia di moneta e fisco, sia dei Trattati europei sia della Legge fondamentale tedesca. In particolare, ora sotto accusa è il quantitative easing (Qe), cioè il massiccio programma d’acquisto, da parte di Francoforte, di tranche di titoli, tra cui debito sovrano degli Stati dell’Euroarea. L’accusa è grave; tant’è che, se così fosse, per questa opinione, verrebbero meno le stesse condizioni giuridiche per la permanenza della Repubblica federale nell’Eurozona.

E ora molti occhi sono puntati su Karlsruhe, chiamata dai tedeschi la Città del diritto, avendovi sede la Corte costituzionale della Germania, l’organo decisivo a tutela delle libertà e dell’equilibrio dei poteri nella Repubblica federale. Infatti, è lì che confluiscono gli innumerevoli ricorsi presentati contro l’azione della Bce. Conseguentemente, la Corte di Karlsruhe, per l’importanza che la Germania ha in Europa, è divenuta dirimente nel determinare il futuro dell’Unione europea e, in particolare, dell’Eurozona. Lo fa ancorandosi a un preciso punto di vista politico/giuridico: l’intrascendibilità dei valori costituzionali tedeschi (come da essa interpretati) anche nei confronti dei Trattati europei.

Per il vero, questo accade non da oggi; e in più ambiti. Certo, molti sono gli interventi in materia di finanza pubblica (questioni prioritarie dati i valori d’ambito finanziario e monetario tutelati dalla Legge fondamentale tedesca), invero poi tradottisi in sentenze interpretabili come “salvataggi condizionati” dell’Eurozona. Nondimeno, i togati di Karlsruhe sono pure intervenuti in materia elettorale europea.

Ad esempio, nel 2011 imposero, per le elezioni europee, la riduzione della soglia di sbarramento dal cinque al tre per cento; poi, con sentenza del 26 febbraio 2014, dichiarandone l’incostituzionalità, imposero la sua totale abrogazione, di fatto così favorendo l’ingresso nel parlamento europeo dei partiti ostili all’unione.

Sebbene le materie decise siano diverse, la filosofia giurisprudenziale ivi applicata, come anticipato è costante nel tempo, almeno a partire dalla sentenza del 12 ottobre 1996, quando il Collegio di Karlsruhe definì l’Ue una mera “aggregazione tra Stati” reciprocamente sovrani. Difatti, allora furono posti le linee guida, o condizioni vincolanti, per la partecipazione della Repubblica federale sia all’Ue che all’Unione economico/ monetaria europea (Uem): la tutela dei principi della Costituzione tedesca (e ciò vale fortissimo se in gioco è il valore della moneta). Logico, quindi, che le “lame” del presidente della Bce e di parte dell’opinione pubblica tedesca possano, via Karlsruhe, incrociarsi.

Ricapitolando, il quesito, in apparenza semplice nel porlo, ma difficile nella risposta per le potenziali sue conseguenze, è: il Qe rispetta i Trattati europei? Da un punto di vista strettamente formale, soprattutto guardando con gli occhiali della Teoria dell’economia sociale di mercato, che vi siano dei dubbi non dovrebbe stupire per nulla. Ma tutto cambia se si assume l’angolo visuale, liberista e pragmatico in stile anglosassone, dell’attuale vertice della Bce e del suo conseguente obiettivo di “fare tutto ciò che serve” – parole pronunciate a Londra il 26 luglio 2012 di fatto preannunciando il varo del cosiddetto “scudo anti spread”: le Outright monetary transactions (Omt) – per evitare il crollo dell’Euroarea.

L’aspetto dirimente della questione è che, per i giudici della Corte costituzionale tedesca, il mandato della Bce è assolutamente limitato alla stabilità dei prezzi. Pertanto, essi dubitano – come già fecero sia col cosiddetto Fondo salva Stati (Esm) che con le Omt anche se poi ne respinsero entrambe le volte i ricorsi (37.000 nel caso dell’Esm) e ne dichiararono la legittimità – del Qe, intravvedendovi, in violazione dei Trattati, un finanziamento monetario, per quanto indiretto, ai singoli Stati membri dell’Eurozona.

A ogni modo, ancora una volta il Collegio di Karlsruhe, come già fece per il “caso Omt”, prima di pronunciarsi ha deciso di rinviare la questione, chiedendo un parere interpretativo, però per essa vincolante, alla Corte di giustizia europea, così riconoscendo, almeno parzialmente, il “peso” condizionante della normativa europea. In materia due sono gli aspetti da considerare.

Il primo è il contesto politico che porta i giudici di Karlsruhe a prendere di mira la Bce: è il timore, comune a vari settori dell’opinione pubblica germanica, di doversi assumere l’onere delle “leggerezze fiscali” degli altri coinquilini europei: in sostanza, dei mediterranei. Difatti, nel caso del Qe sono stati i ricorsi presentati da membri qualificati della Destra tedesca, sia di governo (la Csu bavarese) che di opposizione (Alternative für Deutschland), ossia i meno simpatizzanti per le supposte “cicale fiscali” europee, ad indurre la Corte costituzionale tedesca ad accendere nuovamente i fari sulle decisioni della Bce. In questo anche suffragati, merita ricordarlo, da un contesto di studiosi critici sui vantaggi per la Repubblica federale di appartenere all’Eurozona (ad esempio, Thilo Sarrazin, “L’Europa non ha bisogno dell’euro”, Lit Edizioni, 2012).

Nessun dubbio che l’obiettivo politico più ambito dai ricorrenti, e dall’opinione che vi si riconosce, sarebbe di riuscire ad imporre con sentenza di Karlsruhe il ritiro della Bundesbank (Buba) dalla partecipazione alla politica monetaria comune; ma è difficile da conseguire. Altri, viceversa, intermedi, lo sono meno: ad esempio, condizionare in senso opposto l’europeismo della Merkel (in autunno in Germania si vota); oppure facilitare nella Bce un post Draghi (la presidenza italiana scadrà nel 2018) a guida tedesca; o, almeno, avere un’Eurotower più vicina alla visione propria alla Bundesbank, la cui voce merita comunque grande attenzione.

Insomma, per queste aree d’opinione già sarebbe un risultato avere a Francoforte un banchiere centrale più rigido nell’interpretare il mandato della stabilità dei prezzi. Attenzione, però: la Bce è già tuttora attentissima ad essa; ma pragmaticamente (lo stile Draghi) ricorda che dovere del banchiere centrale è, in primis, garantire la sopravvivenza della moneta affidatagli. Ma, ovviamente, è proprio su ciò che dissentono i promotori dei ricorsi a Karlsruhe contro l’attuale politica monetaria della Bce.

Il secondo aspetto riguarda, specificandolo meglio di quanto fin qui fatto, la costante perplessità della Corte costituzionale tedesca (salvo poi riconoscere la legittimità di singole operazioni) per la politica monetaria della Bce. Punto dirimente è che quello che per l’Eurotower null’altro è che lo scongiurare che i rendimenti dei debiti sovrani dei membri dell’Eurozona rispondano più alle aspettative di un euro-crack (testimoniate dalle impennate degli spread) che ai fondamentali delle rispettive economie, viceversa per Karlsruhe significa che la Bce, accettando dalle banche come collaterali i titoli di debito sovrano, di fatto fa politica fiscale occulta a favore degli Stati dell’Euroarea, il tedesco compreso.

Proprio per questo, la pronuncia dei medesimi giudici a favore della legittimità delle Omt fu, come detto, un “salvataggio condizionato” dell’euro. E ora queste stesse condizionalità potrebbero ritorcersi contro il Qe. La ragione è che i “paletti” di Karlsruhe sulle Omt (politiche invero mai attuate essendone bastato l’annuncio per placare i mercati) tornano nel rinvio al Tribunale del Lussemburgo.

Precisamente, le condizionalità nella sentenza del 2014 ammettevano acquisti di debito sovrano (ovviamente solo da Stati membri dell’Eurozona con accesso al mercato (credibili) esclusivamente se di volume limitato e non preannunciati: altrimenti, per questo Collegio, uno Stato ne farebbe, in violazione dei Trattati, strumento di finanza pubblica. Infine, sempre a tutela della separatezza tra moneta e politica fiscale, l’emissione di debito sovrano e il suo acquisto (fatto in relazione alla partecipazione al capitale della Bce) devono rispettare precise tempistiche, onde evitare distorsioni delle condizioni d’emissione.

Ebbene, il Collegio di Karlsruhe dubita che queste condizionalità siano rispettate. Perché? Perché ritiene che gli Stati siano certi del loro riacquisto da parte dell’Eurotower (insomma, possano contarci); in più, la tempistica tra emissione di debito sovrano ed acquisti della Bce, il cui senso sta nell’esistenza di uno scarto temporale tale da evitare agli Stati membri la certezza di fruire di emissioni prive di rischio di mercato, è difficile da verificare. In più, come rilevano molti analisti, l’acquisto di titoli ultra sicuri e, perciò dal rendimento negativo (come i tedeschi) comporterebbe un costo per la Bce.

Contro Francoforte può ragionevolmente obiettare, intervenendo sul mercato secondario (mai in asta primaria) e seguendo parametri oggettivi nell’acquisto dei bond sovrani, di rispettare i Trattati. E, soprattutto, di ottemperare al proprio mandato garantendo col Qe la massima unitarietà del mercato monetario e finanziario europeo, altrimenti a rischio di balcanizzazione (che, però, resta latente, essendo l’ottanta per cento del rischio sovrano a carico delle singole Banche centrali nazionali del Sebc; ma questo dipende dall’assetto politico dell’Eurozona): cioè di fine dell’euro.

Chi ha ragione, Karlsruhe o Bce? È questione interpretativa, certo; ma il deciderlo è fare politica del diritto, che poi, nel caso, sarebbe politica economica tout court. Anche perché il decidere in materia potrebbe segnare il confine tra l’andare in default o meno di vari membri dell’Euroarea. La prima mossa, ad ogni buon conto, tocca alla Corte di giustizia europea; poi, la palla tornerà alla Corte costituzionale federale tedesca.

Nella sostanza, si tratta di stabilire quanto i Trattati possano concedere alla tutela dell’Euroarea; e, stando alle pronunce fin qui fatte a Lussemburgo e a Karlsruhe, per l’euro le prospettive paiono relativamente ottimistiche. Ma cosa accadrebbe se il Tribunale di Lussemburgo bocciasse il Qe? Inevitabilmente, lo stesso farebbe Karlsruhe, con la conseguenza di impedire la partecipazione della Buba al residuo Qe (è temporalmente limitato): sarebbe il collasso per l’Euroarea. Tuttavia, per tempi tecnici è probabile che Lussemburgo “parli” a Qe ultimato; nel caso, la vicenda va e andrà considerata come un indicatore dei dubbi che attraversano la Germania sulla sua convenienza a partecipare all’Eurozona. Politicamente, una questione decisiva.

immagini tratte dal sito della Corte costituzionale tedesca

Tra Karlsruhe e Francoforte ultima modifica: 2017-08-20T22:03:16+00:00 da FRANCESCO MOROSINI

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