“Quando lo straniero era considerato un ospite”. Parla Giacomo Marramao

scritto da VERA MANTENGOLI

In origine la parola ospite indicava lo straniero, il foresto, il pellegrino. Gli ospiti erano quelle persone che arrivavano da lontano in un luogo sconosciuto. Necessitavano protezione, ma portavano anche racconti da mondi differenti. Era proprio quella diversità a renderli un arricchimento. Oggi lo straniero rappresenta per molti la minaccia, ma come si è arrivati a considerarlo un pericolo? Il filosofo Giacomo Marramao sviscererà la questione giovedì 8 settembre alle 18 nella Tensostruttura in Piazzale Candiani, proponendo anche una via per superare i conflitti che si chiama Europa.  L’intervento, in programma al Festival della Politica di Mestre e moderato dal filosofo Massimo Donà, s’intitola «Identità e terrore: la nuova logica del conflitto-mondo».

L’autore di Passaggio a Occidente, classe 1946, sostiene che dopo l’11 settembre 2001 la globalizzazione abbia prodotto nuovi conflitti e un esasperato reclamo al diritto della propria differenza: «Più abbiamo un processo di interdipendenza tra gruppi umani e culture differenti – spiega il docente di Filosofia politica dell’Università degli Studi Roma Tre – tanto più avremo forme di divisione e differenziazione».

Gli scontri esplosi dopo le torri gemelle non sono però assimilabili alle forme di conflitto tradizionali, dove il conflitto veniva posizionato nella teoria della strategia e la logica strategica sul piano internazionale della geopolitica. «Certo – spiega Marramao, membro direttivo della rivista filosofica Iride – queste due dimensioni sono ancora collegabili a una logica razionale di accaparramento degli spazi e potere sulle risorse, ma oggi è subentrata una forma nuova di conflitto che è quella della dimensione del conflitto identitario».

Nel mondo globalizzato il mercato è determinato dal fenomeno della rimozione dell’identità, come dimostra per esempio la macdonaldizzazione che tende a omologare le metropoli di tutto il mondo proponendo spazi interni sempre uguali. Più il mercato riduce gli spazi dello scambio delle differenze culturali, più si generano forme di chiusura e difesa della propria identità. La posta in gioco è quindi altissima: si lotta per difendere la propria identità, in particolare contro quella occidentale che tende a uniformare le differenze. «Si tratta di un meccanismo frustrante – prosegue il filosofo, autore anche de Il Leviatano, La passione per il presente e Contro il Potere – che dà luogo a un’autoaffermazione identitaria che può assumere livelli di notevoli dimensioni».

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Giacomo Marramao

L’ospite, un tempo accolto con curiosità proprio perché diverso, oggi è visto come minaccia di annientamento della propria identità. «Non è nuova la sfida del terrore dell’altro – continua Marramao scegliendo con cura ogni parola e spiegandosi lentamente, dando modo al suo interlocutore di seguirlo nel ragionamento – ma la novità degli ultimi anni sta nella grandezza dell’ondata migratoria che non si può fermare cancellando l’altro. Sono appena stato in un convegno in Toscana, dove ho ascoltato l’intervento del ministro degli esteri tedesco, Frank Walter Steinmeier, che ha detto che alzare i muri è inutile per due motivi: determina nuovi conflitti e non ha nessuna efficacia».

Ma chi è oggi lo straniero, quell’ospite di cui abbiamo il terrore e che continuiamo a proiettare fuori dal nostro campo identitario? «Viene rifiutata un’idea di civiltà occidentale che uniforma tutti – afferma il filosofo – senza che ci rendiamo conto che gli stranieri più radicalizzati sono già da noi. I loro nonni erano riusciti a integrarsi, ma loro non lo sono più. Ognuno reclama un diritto alla differenza, lo si vede nella ricerca ossessiva delle proprie tradizioni che va in controtendenza per esempio alla ricerca di universalità dell’epoca della modernizzazione». L’Italia degli anni Sessanta puntava proprio all’universalità della modernizzazione. Pensiamo alla voce degli speaker che parlavano un linguaggio senza accenti che potessero rivelare il paese d’origine, al contrario di oggi quando ogni lingua viene con forza marcata.

Marramao spiega questa idea di conflitto contemporaneo nel concetto chiamato «universalismo della differenza»: «Il problema – ribadisce il filosofo, fondatore di riviste storiche come Laboratorio Politico e Il Centauro – è che il modello di integrazione fondato sull’uniformità toglie le tematiche della differenza. L’universalismo identitario scatena i fondamentalismi ed è questo che noi dobbiamo governare. Pensiamo all’Italia, noi abbiamo nella parte migliore della tradizione proprio la valorizzazione delle differenze. Il diritto alla differenza non può essere confuso con la differenza al diritto che deve essere universale».

Giacomo Marramao

Giacomo Marramao

Cosa significa tradotto nel linguaggio della quotidianità? La questione del velo può chiarire di cosa sta parlando il filosofo. Se la regola è che nei luoghi pubblici si va a volto scoperto in quanto bisogna essere riconoscibili, viene infranta solo se qualcuno copre il proprio volto. «La Francia è un grande Paese – commenta Marramao – che ha creato l’universalismo politico moderno, ma se improvvisamente vieta di portare il burkini allora applica quel processo che vuole tutti uniformati».

Per difenderci dall’altro l’Europa sembra investire molto nella sicurezza delle proprie frontiere: «Per definizione l’Europa – spiega Marramao – è un continente delle frontiere, formata da stati nazioni, ma oggi penso che questa idea vada superata. L’Ungheria e l’Austria dimostrano le implicazioni violente della volontà di difendere le proprie differenze, ma sono contrario a chi predica il ritorno agli stati nazione perché significa non rendersi conto della struttura del mondo globale. Pensiamo agli Stati Uniti, all’India, al Brasile, alla Russia o al Sudafrica. Nessuno stato da solo avrebbe qualche chance di sopravvivere nel mondo globalizzato». Il filosofo non nasconde che l’Europa degli ultimi anni abbia moltiplicato la burocrazia e abbia contribuito con una politica di austerity ad allontanare il cittadino dalle istituzioni, ma comunque sostiene che un’Europa che tenga conto delle differenze culturali sia l’unica strada per tornare a considerare lo straniero un ospite e avviare una politica che includa l’altro, senza esserne terrorizzato.

Giacomo Marramao

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«Il diritto d’asilo non appartiene all’epoca contemporanea – spiega Marramao che in sintesi ha anticipato alcuni passaggi dell’intervento – ma proviene dall’antica Grecia e prosegue poi per Roma ed è sempre stato un pilastro per la cultura antica da cui noi proveniamo e dove affondano le nostre radici. Per i greci lo straniero è per definizione un ospite, un hostis, e non a caso la stessa radice la ritroviamo in osteria, ospedale e anche in hostess. In tutta l’Odissea lo straniero viene accolto e rispettato». Come si può tornare a considerare lo straniero un ospite? «Il segreto – conclude il filosofo – è un messaggio che dico sempre ai giovani e ai miei studenti: siate aperti al mondo e andate orgogliosi della vostra storia. Il segreto è tenere insieme le due cose».

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Pubblicato il: 6 Set, 2016 @ 15:57

“Quando lo straniero era considerato un ospite”. Parla Giacomo Marramao ultima modifica: 2017-08-22T15:57:06+00:00 da VERA MANTENGOLI

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