Ne riparliamo a papa morto

La commissione mista che doveva decidere sulla canonizzazione del cardinale Stepinac non raggiunge risultati e la chiesa croata dice di sperare molto nel prossimo pontefice
scritto da GIUSEPPE ZACCARIA

Negli ultimi mesi, un’ampia commissione composta da storici e alti prelati di Serbia e Croazia si è riunita, se non segretamente certo nel modo più riservato possibile, allo scopo di risolvere un dissidio che si trascina da più di sessant’anni, ovvero la natura dei rapporti che ai tempi della seconda guerra mondiale intercorsero fra l’arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac e il regime filonazista degli “ustasha” guidati da Ante Pavelić.

Ante Pavelić e Alojzije Stepinac

Per il mondo laico, la questione potrà anche odorare di polvere eppure non è così, visto che durante il pontificato di Giovanni Paolo II, che fu anche il primo vicario di Cristo a visitare la Croazia, Stepinac era stato proclamato beato mentre slavi ed ebrei protestavano furiosi.

Alojzije Stepinac

All’epoca, questa mossa aveva riportato indietro di mezzo secolo lo stato dei rapporti fra Vaticano, Israele e patriarcati ortodossi e si era levata una protesta corale: come, volete fare beato il vescovo che benedì le armate dei nazisti? Iniziate la procedura che sfocia nella santità per l’uomo che appoggiò Ante Pavelić anche mentre i suoi sterminavano ebrei, serbi, comunisti e rom nel campo di concentramento di Jasenovac?

Il campo di concentramento di Jasenovac

Questa non è una vicenda sepolta, tutt’altro, anzi rischia di far rimpiombare prima i Balcani e poi l’Europa nel clima di guerra fredda nel quale era nata.

Alojzije Viktor Stepinac divenne cardinale di Zagabria in un momento difficile; era il 1937, appena quattro anni dopo gli “ustasha” presero il potere dichiarando l’indipendenza dello stato croato, e le foto dell’epoca mostrarono un cardinale che brinda sorridente con il ducetto Pavelic.

Ciò che è davvero in discussione è però quello che fece negli anni successivi: i cattolici di Croazia ricordano i suoi sermoni contro il razzismo e le sue attività caritatevoli, mentre serbi ed ebrei condannano senza mezzi termini le sue benedizioni ai reparti degli “ustasha” in partenza per Jasenovac e il silenzio dinanzi agli orrori del campo di concentramento e alle torture che fecevo impazzire il metropolita ordotosso Antonij Dositej.

Pio XII

Una situazione, a ben vedere, che sembra riprodurre in piccolo quella vissuta negli stessi anni da papa Pio XII, che dinanzi al mondo mai denunciò apertamente l’olocausto, pure aprendo le porte dei conventi ai fuggitivi di religione ebraica.

Questo è chiaramente il primo motivo di imbarazzo della chiesa cattolica (esclusa quella croata, è ovvio), mentre il secondo sta nell’uso che il Vaticano fece della vicenda, trasformando a guerra appena finita il vescovo in martire dei comunisti.

Stepinac, in effetti, era stato arrestato dai partigiani di Tito, che avevano anche ucciso più di duecento sacerdoti in una vendetta in cui religione ed etnie si sovrapponevano, però il maresciallo non aveva nessuna voglia di tenersi in casa un sacerdote così ingombrante.

Il processo ad Alojzije Stepinac

Prima di celebrare il processo al prelato che aveva aiutato i nazisti, Belgrado fece giungere al Vaticano un’ampia documentazione sulle attività del prigioniero, chiedendo di nominare un nuovo arcivescovo di Zagabria e promettendo che a Stepinac sarebbe stato consentito di trasferirsi a Roma.

Pio XII preferì trasformare l’arcivescovo in martire e rispose con un rifiuto e, dunque, nell’ottobre del 1946 Stepinac fu condannato a sedici anni di lavori forzati per collaborazionismo, anche se non trascorse in carcere neppure un giorno: i comunisti gli concessero gli arresti domiciliari e lungo tutto il suo periodo di detenzione potè ricevere giornalisti e rilasciare interviste.

Alla sua morte, nel 1960 (nel frattempo era stato nominato cardinale) il governo autorizzò sia funerali solenni a cui parteciparono migliaia di zagabresi, sia la sua sepoltura nella cattedrale.

Facciamo un salto di quarant’anni e arriviamo al 1998, quando Giovanni Paolo II celebrò una sua visita in Croazia con l’annuncio che Stepinac veniva proclamato beato. Anche in quel momento al tripudio dei croati si oppose la sorda rabbia di Serbia e Israele, e i rapporti fra le grandi religioni monoteiste subirono un nuovo congelamento.

Il patriarca ortodosso serbo Jrinej

Infine, con l’elezione di Francesco al soglio di Pietro, una lettera del patriarca ortodosso serbo, Jrinej, denunciò la situazione al nuovo papa. Il resto è dovuto al prezioso lavoro di tessitura svolto dal professor Darko Tanaskovic, già ambasciatore in Vaticano e oggi alla sede Unesco di Parigi.

Dunque, il gesuita arrivato dall’Argentina decise di fermare tutto e di nominare una commissione mista che tornasse ad affrontare la questione.

Fin qui abbiamo ripercorso la storia, ma adesso arriviamo alle conclusioni: dopo sei incontri tenuti fra Italia a Montenegro (sempre terreni neutrali) gli esperti hanno concluso che un accordo non è possibile e, quindi, la discussione termina qui.

La cosa non è stata ancora resa ufficiale, ma a rivelare il “flop” è stato Aleksandar Rankovic, storico all’istituto nazionale di Belgrado.

La chiesa cattolica croata non è pronta a rinunciare alla canonizzazione di Stepinac, anzi afferma di voler andare fino in fondo e aggiunge che, se il papa non firmerà il decreto, a farlo sarà il papa successivo, magari nel 2018.

Forse l’ orgoglio nazionale ha giocato un brutto scherzo ai sacerdoti croati, ma certo l’augurare implicitamente a un papa di andarsene entro un anno non è stata una bella mossa.

Comunque, siatene certi, di questa vicenda si tornerà a parlare, soprattutto se i rapporti fra occidente e Russia continueranno a scivolare verso l’insulsa guerra fredda del terzo millennio.

Ne riparliamo a papa morto ultima modifica: 2017-08-23T11:09:07+00:00 da GIUSEPPE ZACCARIA

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