Venezia. Il turismo, la separazione e l’antico Dogado

scritto da ROBERTO ELLERO

Con buona pace della matematica, che è per prima cosa una logica, di uno che comincia a non starci più con la testa si dice che dà i numeri. I numeri di Venezia, ad esempio, dove per il turismo di massa (che certamente c’è, facendosi sempre più pesante) si spara la cifra dei trenta milioni di turisti l’anno: basta una calcolatrice per verificare che la media giornaliera sarebbe di oltre ottantamila presenze, decisamente troppe perché sussista un briciolo di ragionevolezza. E dove, ancora, per sottolineare il progressivo spopolamento si fa costante riferimento al calo dei residenti, in picchiata verso il minimo storico dei cinquantamila: dato inoppugnabile ma certo mitigato dalle migliaia di studenti e lavoratori che, pur non formalmente residenti, “vivono” la città, almeno di giorno…

Un bel reportage di Matteo Pucciarelli su Repubblica segnalava giorni fa il caso di Montecarlo, dove quarantamila precari – provenienti dall’Italia e dalla Francia, pendolari giornalieri – mandano avanti la lussuosa baracca monegasca, per la gioia e le tasche degli appena trentacinquemila residenti e dei non pochi abbienti che, per svariate e non sempre confessabili ragioni, soggiornano volentieri nel Principato. Avete mai sbirciato nelle cucine dei ristoranti veneziani? Avete mai incocciato, verso le 11 di sera, a Piazzale Roma, le fiumane dei “nuovi italiani senza cittadinanza” che sciamano verso la città diffusa, al di là del ponte? Leggo Montecarlo e penso Venezia. Il sonno della ragione genera turisti persino dove non ci sono, omettendo cittadini che pur ci sarebbero. Che si tratti di una curiosa variante del lapsus freudiano?

Venezia non ci sta più con la testa. E si capisce. Al di là e prima ancora dei numeri, l’essersi via via trasformata negli ultimi decenni in luogo di arrivi e partenze ha prodotto l’estinzione (o quasi) di qualsiasi altra attività. Da risorsa e importante fattore produttivo il turismo s’è fatto totalizzante, unica (o quasi) fonte di reddito, di profitto o forse soltanto di rendita, capace di fagocitare ogni altra cosa (abitazioni, negozi, uomini, beni). Non è questione di turismo buono o cattivo (e chi lo stabilisce, con quali criteri?), di eventi concentrati o diluiti (un vernissage di Biennale ogni quattro mesi, una Mostra del cinema ogni tre?), di itinerari canonici o alternativi (per la prima volta a Venezia, poche ore a disposizione, un giro a San Marco o di ombre a Cannaregio?).

La domanda di Venezia si è imposta sul mercato del prendere o lasciare. E la città (una sua parte, almeno) ha abbondantemente preso, adottando logiche univoche nell’offerta e piegando ogni altra vocazione. Per esempio quella vocazione al terziario avanzato, alla ricerca, alla produzione immateriale e culturale, alla new economy (nel frattempo già vecchia) che pure sarebbe stata nelle sue corde, dopo le “pesanti” vicende industriali novecentesche. Vocazione di cui molto si è favoleggiato nei decenni scorsi, senza peraltro pratiche politiche e amministrative davvero conseguenti, capaci di guadagnare a quest’altra causa occupazione e residenza, pilastri di normalità per qualsiasi città degna di questo nome. A mancare, credendoci davvero, un’idea plurale e vincente della città. Mica solo di Venezia, peraltro, anche di Mestre e di Marghera (ora spolpate di negozi e funzioni, prossimi dormitori turistici a prezzi stracciati, o se preferite competitivi, con ampia gamma di ipermercati in cintura).

Dice: ma allora è vero che sei separatista? Mica troppo. Vorrei soltanto che l’unione non continuasse ad essere una parola vuota, usata per nascondere disfatte ormai epocali, storici imbarazzi politici o contingenti interessi autocratici, nel momento – oltretutto – in cui le sospensioni democratiche si vanno infittendo.

Vorrei che Venezia (e con essa Mestre, Marghera e gli altri luoghi che compongono l’antico “arcipelago”) diventasse sul serio la città metropolitana di cui s’era detto,certo non rinvenibile nell’odierno scatolone vuoto, capace di autogovernarsi con la dovuta attenzione nei suoi specifici e di esprimere un progetto “alto” nel suo insieme. Vorrei anch’io – tanto, tantissimo, ci ho dedicato una vita col mio lavoro – che si smettesse di pontificare sulla morte a/di Venezia. Solo che non basta una parziale rettifica nelle pagine interne. Alberto Asor Rosa, tra il serio e il faceto, sulla capitale: “La sola speranza per Roma è una dittatura illuminata”. Mi sa, per analogia di paradosso, che noi dovremmo puntare a ripristinare l’antico Dogado…

Pubblicato il: 23 Feb, 2017 @ 17:14

Venezia. Il turismo, la separazione e l’antico Dogado ultima modifica: 2017-08-23T09:14:21+00:00 da ROBERTO ELLERO

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1 commento

marco 18 marzo 2017 a 23:11

Ma il Roberto Ellero che scrive è un intellettuale che è appena arrivato a Venezia e vede come è stata gestita male la città; “come il turismo ha fagocitato qualsiasi cosa” , come “non sono state sviluppate produzioni culturali, e non sono state colte opportunità della new economy” e sono mancate “adeguate pratiche politico-amministrative”, o è l’ex direttore del settore cultura-turismo del comune per oltre 20 anni ? Strano paese l’Italia in cui lo sport principale è IL chiagne e fotti, in cui noi non sbagliamo mai e se le cose vanno male le responsabilità sono sempre degli altri o del destino avverso… Ma forse è un divertissement letterario da salotto per cui va bene tutto

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