Raccontare Shakespeare ai ragazzi. Senza tradirlo

scritto da IDALBERTO FEI

Qualche volta, non sempre, per fortuna, quando mi capita di riascoltare l’Inno alla Gioia dalla Nona Sinfonia di Beethoven, mi torna alla mente un suo scellerato adattamento anni Sessanta ove il cantante gorgheggiava: “Lei era bella ma non sapeva amare…”. Capisco dunque le perplessità di molti quando si parla di adattamenti di classici, si tratti di musica o di letteratura.

Certo, se siete di quelli che a cinque anni rileggevano Proust, se siete così bravi da leggere Tolstoj e Goethe in lingua originale, se ai vostri figli per Natale regalate Sant’Agostino invece delle favole, vi consiglio di interrompere subito questa lettura, non fa per voi.

Se avete invece un atteggiamento più morbido e credete che un grande classico sia un continente che si estende ben al di là delle pagine su cui è scritto, un mondo dove fa bene entrare fin da piccoli, possiamo restare in compagnia appena per un po’e vi racconterò la nostra esperienza.

Lo scorso anno cadeva l’anniversario della morte di William Shakespeare avvenuta nell’aprile del 1616. Forse fu allora che l’aprile meritò l’appellativo de “il più crudele dei mesi”, ché a distanza di pochi giorni scomparve anche Miguel de Cervantes. La casa editrice romana La Nuova Frontiera che, diretta da Rodolfo Ribaldi, pubblica da anni una collana di classici per ragazzi, mi chiese di occuparmi di Shakespeare, affidando le illustrazioni a una giovane ed affermata artista veneziana, Anna Forlati.

Per lo stesso editore avevo pubblicato l’anno precedente Orlando furioso e innamorato dai poemi di Ariosto e Boiardo con le figure di Rita Petruccioli, un libro che comincia così:

Tanto tempo fa, nel lontano Oriente, c’era un re molto, troppo ricco. Aveva tutto quello che desiderava: montagne di diamanti, centinaia d’elefanti, dozzine di mogli, spade meravigliose e cavalli straordinari. E poiché aveva tutto, Galafrone – questo era il suo nome – non avendo più nulla da desiderare si annoiava. Destino volle però che un giorno un viaggiatore giunto da lontano gli raccontasse che dall’altra parte del mondo, in Occidente, alla corte del potente re Carlo Magno, ci fossero la miglior spada dell’universo, chiamata Durindana, e Baiardo il miglior cavallo della terra. La prima apparteneva al paladino Orlando, la seconda a suo cugino Rinaldo. Finalmente qualcosa che non aveva, finalmente qualcosa da conquistare!.

Il Furioso è un mare immenso, più lungo di Iliade, Eneide, Odissea poggiati l’uno sull’altro, avevo la scrivania piena di fogli con schemi dei movimenti infiniti dei personaggi principali, così avevo pensato di suddividere la narrazione in quattro stagioni, con Ariosto che raccontava il suo poema mano a mano che lo scriveva e leggeva ai signori di Ferrara, d’inverno davanti al fuoco nel salone del castello, a primavera nel giardino, d’estate in un’isola sul fiume e d’autunno nel teatro del palazzo.

Il tentativo era far entrare i ragazzi in questo mondo fantastico di magie, duelli, incantamenti, mondo che sta all’origine di tanta fantasy contemporanea, e di fornire loro un filo d’Arianna nella sterminata e complicata fantasia ariostesca.

Per il libro su Shakespeare, prima ancora di pensare a come raccontarlo, c’era da scegliere quale delle sue opere narrare. Ne parlammo a lungo con Marta Corsi, responsabile del settore ragazzi della casa editrice, decidemmo di scartare tre opere a caso, ci voleva una triade unitaria e la trovammo nei romance, lavori dell’ultimo Shakespeare, dei veri e propri romanzi d’avventura che riuniscono in se tanti generi diversi: tragedia, commedia, dramma pastorale, favola. E dunque scegliemmo Racconto d’inverno, Cimbelino, La tempesta.

Il perdono

Ora si trattava di raccontarle senza tradirle. Sappiamo che il bello del nostro autore è non solo e non tanto nelle storie che porta in scena – nessuna inventata da lui, secondo l’uso dell’epoca – ma nel come le racconta, con quelle sue frasi che volano al di sopra della realtà illuminandola. Cercai allora di inserirle nella narrazione, come potete vedere fin dall’inizio del libro, usando l’immagine degli agnellini innocenti:

C’erano due ragazzi amici per la pelle.
Come agnelli gemelli che giocano al sole, belando l’uno all’altro, scambiandosi innocenza con innocenza, non sapevano niente del male e neanche sognavano che qualcuno lo conoscesse.
Non pensavano che ci fosse un dopo, credevano che il domani sarebbe stato uguale all’oggi e che sarebbero rimasti ragazzi per sempre.

E invece, come tutti, crebbero e diventarono adulti e la vita li separò. Uno, Leonte dai capelli corvini, diventò re della bella e assolata Sicilia; l’altro, il biondo Polissene, re della fredda Boemia. Benché tanto lontani, rimasero in contatto e non passava mese senza che si scambiassero lettere e doni e promesse di visite reciproche. Finalmente un giorno Polissene si decise, lasciò il regno, la sposa, il figlio appena nato – che si chiamava Florizèl – e si recò dall’amico, fermandosi parecchi mesi, addirittura nove…

E poi nei dialoghi: come si fa a sostituirsi a Shakespeare, con quale stolto coraggio riscrivere ad esempio una battuta come questa, quella che recita Antigono, il consigliere vile che per ordine del re impazzito ne abbandona la figlia su una desolata spiaggia della Boemia (la geografia del Bardo è molto approssimativa):

Andiamo, povera bambina…chissà che qualche spirito potente non insegni ai corvi e agli avvoltoi ad allevarti…raccontano che qualche volta addirittura i lupi e gli orsi, lasciando la loro natura selvaggia siano stati pietosi…andiamo, povera cosa condannata alla distruzione…addio, questo vento è una ninna nanna troppo aspra per te.

E quindi i dialoghi del libro – certo, ridotti di numero – sono tutti tradotti fedelmente dall’originale, senza variazioni.

Caliban

Infine, last but not least, ci sono le illustrazioni, che danno un contributo essenziale, ma qui cedo la parola a chi le ha disegnate, ad Anna Forlati:

Ringrazio molto Idalberto Fei per avermi dato l’opportunità di parlare brevemente di un lavoro che ha rappresentato una tappa importante del mio percorso di illustratrice.

Certamente in questa pubblicazione è stato l’autore del testo ad assumere il ruolo più importante ed oneroso, avendo realizzato un bellissimo riadattamento di tre opere che costituiscono dei pilastri della cultura occidentale. Anche nel mio caso però, secoli di elaborazioni sceniche, grafiche e pittoriche della tradizione shakespeariana hanno rappresentato un fardello di non poco peso con il quale confrontarsi.

Per questo libro, ragioni di esigenza editoriale e di ricerca personale mi hanno portato ad allontanarmi da uno stile marcatamente pittorico per concentrarmi su una ricerca più stilizzata, utilizzando una gamma cromatica ridotta: le immagini dovevano essere leggibili e scorrevoli e lasciare il giusto peso al testo. I personaggi e gli ambienti sono così tipizzati in modo da essere immediatamente riconoscibili, e la sintesi grafica viene prediletta rispetto alla descrizione dettagliata delle scene.

Durante la lavorazione delle tavole ebbi tra l’altro un brutto incidente che mi procurò la frattura della spalla destra, e una parte delle illustrazioni dovettero essere realizzate con la mano sinistra. Questo fatto, che inizialmente mi portò sull’orlo della disperazione, mi costrinse poi ad un’ulteriore sintesi grafica, che trovo abbia giovato al lavoro ed alla mia successiva ricerca. Così, citando Shakespeare/Fei, “tutto è bene quel che finisce bene”!

Nata nel 1980, veneziana, Anna Forlati si occupa da circa sette anni di illustrazione per l’infanzia, avendo pubblicato una trentina di libri illustrati in Italia e all’estero. Ha partecipato a varie rassegne internazionale di illustrazione per l’infanzia, tra cui la Mostra degli illustratori della Bologna Children’s Book Fair 2014. Dal 2016 è docente di illustrazione presso la scuola di illustrazione Ars in Fabula a Macerata.

http://www.annaforlati.com/

Pubblicato il: 26 Gen, 2017 @ 11:44

Raccontare Shakespeare ai ragazzi. Senza tradirlo ultima modifica: 2017-08-24T08:44:42+02:00 da IDALBERTO FEI

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1 commento

Vitaliano TIBERIA 26 Gennaio 2017 a 20:11

L’opera di Idalberto fei è bella, inconsueta, esemplare!

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