Lyda Borelli, torna in scena la “primadonna del Novecento”

Dall'1 settembre al 15 novembre, la casa-museo di Palazzo Cini a San Vio ospiterà una mostra fotografica dedicata alla grande attrice italiana. Qui un profilo della diva, della contessa e del suo ambiente, com’è tramandato dalle cronache e dalla storia del tempo.
scritto da ENNIO POUCHARD

[VENEZIA]

Ritorna in quella che fu la sua dimora dopo il matrimonio con il ricchissimo industriale (e dal 1940 conte di Monselice) Vittorio Cini, ma in veste di diva teatrale e cinematografica di fama mondiale, Lyda Borelli, “primadonna del Novecento”, come la definisce il titolo della mostra fotografica visitabile dall’1 settembre al 15 novembre nella casa-museo di Palazzo Cini a San Vio, riaperta nei mesi scorsi grazie alla partnership con Assicurazioni Generali.

In attesa dell’evento, proponiamo un profilo della diva, della contessa e del suo ambiente, com’è tramandato dalle cronache e dalla storia del tempo.

Lyda, figlia e sorella di teatranti, nacque nel 1887 a Rivarolo Ligure, inglobato poi nella grande Genova, e, salita sul palcoscenico quattordicenne, appena diciassettenne si trovò a recitare a fianco di Irma Grammatica, nella Figlia di Iorio di Gabrielle d’Annunzio in prima assoluta al Teatro Lirico di Milano. Nei commenti la stampa rilevò “la bella testa d’una madonna di Sandro Botticelli” e “la vaga floreale persona d’una vergine di Dante Gabriele Rosetti”.

L’anno seguente, chiamata come prima attrice giovane, lavorò accanto a Eleonora Duse al Politeama Nazionale di Firenze nella Fernanda di Sardou e al Manzoni di Milano nell’Albergo dei poveri di Gor’kij.

Nel 1906 arrivò al ruolo di prima attrice, dapprima nella Drammatica Compagnia Sociale di Virgilio Talli, con un repertorio sconfinato, italiano (D’Annunzio, Benelli, Bracco, Ferrari, Ferrigni, Testoni) e straniero (Bataille, Feydeau, Veber, Wilde), e dopo un triennio con Ruggero Ruggeri, quando ebbe il riconoscimento di “attrice tipicamente drammatica” da parte di uno dei critici teatrali italiani più influenti, Stanis Manca, e acquisì fama mondiale nella veste della Salomè di Oscar Wilde.

In questa foto Mario Nunes Vais la ritrae mentre, da Salomè, bacia la testa mozzata del Battista.

La tournée con quest’opera in Argentina fu un trionfo mondiale; rientrò in Italia il primo d’aprile del 1910 – a Genova, con il piroscafo Duca di Genova – e il giornalista Arnaldo Fraccaroli che l’attendeva tra la folla scrisse che ad attrarre la sua attenzione fu

un cappello immenso, rotondo, frangiato d’un enorme velo giallino. Il cappello e il velo camminavano: con ogni probabilità ci doveva essere sotto una persona. C’era infatti Lyda Borelli, e quand’ella fu discesa il vento fortissimo le incollò le vesti strettamente intorno alla figura snella, modellandola come un artefice virtuoso…

Di lei, certamente, si decantavano le doti professionali, ma a esse si aggiungevano la “eleganza parigina”, a volte tanto ardita da indossare la jupe-culotte (prima versione d’un pantalone femminile) e – perché no? – l’amore per la velocità che la portava a guidare l’automobile e, da antesignana, a salire sui traballanti aeroplani del tempo (sarà aviatrice nel film La memoria dell’altro); questo dice quanto la sua personalità contribuisse alla gloria.

Eccola, vista da Emilio Sommariva, nel 1911, e in due scatti di Riccardo Bettini in data imprecisata.

Le foto di scena in cui Lyda recita, a parte quella in veste di Salomè di Mario Nunes Vais, fino a oggi sono state rare e difficili da reperire; si vedranno finalmente nel libro Il teatro di Lyda Borelli, edito da Firenze Alinari, in uscita per la mostra. Volume e rassegna sono curati da Maria Ida Biggi, direttrice dell’Istituto per il Teatro e il Melodramma, e da Marianna Zannoni della Fondazione Cini.

Dal 1913 al 1918 l’artista si dedicò al cinema, senza però abbandonare il teatro: in particolare, nel ’14 interpretò Il ferro di D’Annunzio e nel ’15 Le nozze dei Centauri di Sem Benelli, nella prima al Carignano (Torino).

Con lei, scrissero, si chiuse un’epoca, un gusto, uno stile; e con gli undici film e i due documentari propagandistici di guerra (L’altro esercito, intitolato anche La leggenda di Santa Barbara, e Per la vittoria e per la pace, perduti) si concluse anche la sua vita da diva.

Questo l’elenco dei film con relative foto:

1913, Ma l’amor mio non muore! di Mario Caserini

e La memoria dell’altro, di Alberto Degli Abbati, in entrambi con accanto Mario Bonnard;

1914, La donna nuda e Rapsodia satanica (foto 1 e 2) 1915, Fior di male (3) e La marcia nuziale (4); 1916, La Falena (5), gli ultimi tre di Carmine Gallone;

1916, Madame Tallien, di Enrico Guazzoni;

1917, Malombra e La storia dei tredici, entrambi di Carmine Gallone, e Rapsodia satanica di Nino Oxilia;

1918, Carnevalesca di Amleto Palermi.

I soggetti sono vari ma hanno una costante: il clima decadentistico, di un simbolismo liberty fatto di amore e di morte, che le diede una fama eguagliata solo da Francesca Bertini, altra primadonna del cinema muto italiano, e scatenò le belle del tempo in imitazioni definite con i neologismi “borellismo” e “borelleggiare”.

Cosa sia la sua arte, scrisse nel 1917 Antonio Gramsci, nessuno lo sa spiegare,

perché non esiste: la Borelli non sa interpretare nessuna creatura diversa da se stessa

ma anche che la lingua con cui si esprime

è il corpo umano nella sua plasticità sempre rinnovantesi.

Quale sia stato il peso della sua presenza nell’organizzazione di quei film, infine, lo dice, per esempio, il fatto che l’accompagnamento musicale di Rapsodia satanica fu affidato a Pietro Mascagni, che l’ha composto in esclusiva.

L’iconografia borelliana è stata oggetto di un saggio scritto in italiano da Ivo Blom (docente di Film Studies presso la Vrije Universiteit di Amsterdam) nel quale la diva è vista nel quadro della “nascita del glamour, dal teatro, via pittura e fotografia, al cinema”.

L’autore lega il cinema italiano degli anni Dieci del Novecento non solo al teatro, ma anche alla fotografia e alla pittura; e come immagine eloquente, nello specifico di Lyda Borelli, a una fotografia di Emilio Sommariva scattata nel 1911 nello studio del pittore Cesare Tallone.

La diva, al centro, figura nella stessa posa del ritratto in cui è dipinta, posto alla sua sinistra, accanto al quale, seduto di profilo, si vede Tallone; dal lato opposto ci sono le tele che raffigurano l’editore Ettore Baldini (di Baldini & Castoldi) e Lina Cavalieri, quando, una decina di anni prima, quale donna più bella del mondo, non aveva rivali.

Quanto alla brusca conclusione della sua carriera, è reale il pandemonio che ha creato presso il suo pubblico mondiale, fino a spingere al suicidio un industriale comasco.

Ma è innegabile che la sua figura alta e slanciata, congiunta al suo raffinatissimo e liricamente drammatico modo di muoversi e di atteggiare le espressioni, non avrebbero potuto in alcun caso essere compatibili con le atmosfere postbelliche.

Non dimentichiamo, a questo proposito, il bisogno di distruggere la diffusa retorica apologetica della guerra per mandare milioni di giovani al martirio, che spingerà Hemingway a definire “astratte” e “oscene” le parole “gloria”, “onore”, “coraggio”, “sacro”.

La Borelli era entrata nell’alta società, come moglie di Vittorio Cini, nel giugno del 1918, già incinta di Giorgio, che nacque cinque mesi dopo. Forse nemmeno seppe che quasi subito il gelosissimo marito aveva comperato tutte le pellicole dei suoi film per farle sparire dalla circolazione, e non ci volle molto tempo perché diventasse figura di un passato da dimenticare.

Nacquero poi Mynna, nel ’20, e le gemelle Yana e Ylda nel ’24 (in omaggio a lei, tutte quelle “Y”?).

Qui è ripresa con Giorgio di pochi mesi e con lui e la piccola Mynna qualche anno dopo; sotto, con le tre figlie e con Giorgio adulti.

Visse da mater familias, tenendosi lontana dall’ambiente ufficiale di Vittorio, arrivato ai più alti livelli dell’industria e della politica.

E passò in seguito momenti di grandi ansie quando il marito, essendosi dissociato dal fascismo, fu catturato dai tedeschi, dopo l’armistizio del 1943, e internato a Dachau, provocando l’immediata reazione del venticinquenne figlio Giorgio, determinato a liberarlo.

Ci riuscì seguendo un suo progetto più che romanzesco, ottenendo a Roma dall’ambiguo colonnello Dollmann il permesso di visitare il padre e, giunto nel Lager, corrompendo con gioielli a gogò (tutti quelli di famiglia e tanti altri acquistati lì per lì) prima i diretti responsabili, che lo fecero trasferire in un campo di prigionia in Italia, e successivamente i membri della pattuglia nazista di scorta, che fuggirono con loro due in Svizzera usando i mezzi militari.

A guerra finita, inoltre, Vittorio Cini fu sottoposto al giudizio dell’alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo per il suo operato quale collaboratore del regime, e anche qui fu Giorgio a farlo prosciogliere.

Era sulle spalle di lui, promettente erede dell’autorevolezza e delle competenze del padre in tutte le grosse imprese, che si fondavano perciò le speranze degli ormai maturi genitori. Il giovane amava il lavoro, ma amava pure il rischio. Il 31 agosto 1949, a Cannes, prese il volo, pilotando un aereo secondo lui acrobatico (in qualche cronaca lo definì “il suo aeroplanino”), e appena decollato volle eseguire, come saluto alla donna amata di quei giorni, rimasta a terra, una manovra ardita, che si concluse con uno schianto e un rogo. Lei era un’attrice di successo dal bellissimo viso misterioso: si chiamava Merle Oberon, nata da madre indiana e padre inglese sette anni prima di lui, reduce di parecchi matrimoni.

Lyda Borelli morì nel 1959; Vittorio Cini nel 1977. Sono sepolti insieme nel cimitero monumentale della Certosa di Ferrara.

La memoria concreta che di lei rimane è la casa di riposo per artisti drammatici di Bologna, che porta il suo nome grazie a una ricca donazione fatta alla sua morte dal marito; ben più corposa quella dedicata a Giorgio, con la Fondazione dell’omonima isola veneziana, tornata con tale iniziativa a nuova vita, il cui simbolo credo possa essere lo splendido Teatro Verde, costruito nel 1952.

Se il nome di Lyda continua a riemergere, è inevitabilmente in rapporto al suo primo film (rintracciabile in Internet), con il quale concludo, riassumendone la storia, ideata per lei da Emiliano Bonetti e Giovanni Monleone, due giovani soggettisti torinesi.

Comincia con la scena di uno spione, Moise Stahr, che per rubare i piani di difesa di un immaginario Granducato di Wallenstein, custoditi dal colonnello Julius Holbein, si dilunga a corteggiare la bella figlia Elsa, interpretata, appunto, da Lyda Borelli.

Scoperto il furto, l’ufficiale corre al suo comando e denuncia la misteriosa scomparsa dei documenti. Accusato di alto tradimento, non può fare altro che uccidersi.

Elsa cambia città e vita, diventando un’acclamata cantante e pianista sotto un nome d’arte creato ad hoc.

Come tale viene scoperta dal figlio del Granduca, che viaggia in incognito; tra loro nasce un grande amore, ma a guastare tutto ricompare il malvagio Stahr, che urla la sua passione per lei e, respinto energicamente, per vendicarsi architetta il modo di far richiamare il principe in patria.

Elsa viene così a scoprire chi è il giovane amato, e quando lo rivede durante una sua performance, rendendosi conto dell’impossibilità di una loro unione, si avvelena: cade a terra a metà di un brano. Lui corre vicino a lei, la stringe tra le braccia e la sente mormorare flebilmente le sue ultime parole:

Ma l’amor mio non muore!

Nulla di più efficace per renderla immortale, così come appare nel busto scolpito da Pietro Canonica nel 1920 e conservato nel museo dello scultore a Roma.

 

 

 

Lyda Borelli, torna in scena la “primadonna del Novecento” ultima modifica: 2017-08-26T17:40:06+00:00 da ENNIO POUCHARD

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