Alvise Marangon, uno 007 nella Venezia del ‘700

"Ascension", una detective story ben bilanciata tra romanzo storico, usi e costumi della città, humour British e avventura picaresca, il tutto condito da una spruzzata di romanticismo. Abbiamo conversato con l'autore, Gregory Dowling
scritto da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

Sean Connery, Roger Moore, Timothy Dalton, Pierce Brosnan, Daniel Craig. C’è l’imbarazzo della scelta su che faccia dare ad Alvise Marangon, semplice Cicerone ma destinato a diventare l’agente segreto per eccellenza della Serenissima. Ma forse ci vorrebbe qualcosa di meno attuale: consiglio quindi la cartolina di un quadro, o più, del Guardi, da usare come segnalibro durante la lettura di “Ascension”, e il gioco è fatto. Gregory Dowling, autore del romanzo, a ogni pagina ci accompagna nel Settecento veneziano, con la descrizione di tutto quello che c’era allora – e che ormai si è dissolto – ma anche di quello che c’è ancora; così da poter andare a controllare, vedere con i propri occhi e “rivivere” il racconto sul posto.

Senza svelare nulla della spy story, si può anticipare che il personaggio principale, Alvise Marangon, da aspirante pittore si ritrova invischiato in un giallo per risolvere il quale si adatta a vestire anche i panni di 007 del suo tempo.

L’immaginazione di Dowling fa sì che il romanzo sia una detective story ben bilanciata tra romanzo storico, usi e costumi della città, humour British e avventura picaresca, il tutto condito da una spruzzata di romanticismo.

E così “Ascension” diventa un libro gradevolissimo per un target di lettori che spazia dai giovani ai maturi, tra quelli che prendono il libro perché hanno qualche ora di treno da spendere e coloro che hanno deciso di leggere senza muoversi dal divano. Una cosa è certa: è uno di quei romanzi che preferiresti non posare sul tavolo fino a quando non l’hai terminato.

Un difetto lo abbiamo trovato subito però, fin dalla prima riga: è scritto solo in inglese. Per ora…?

Gregory Dowling (foto di Christopher Dowling)

Da professore universitario a scrittore: come mai? Cosa è scattato?
In verità non c’è stato nulla d’improvviso o sorprendente, almeno non per me. Ho sempre desiderato essere uno scrittore, o perlomeno raccontare delle storie, sin dall’infanzia. E seppure “Ascension” possa aver sorpreso qualcuno che mi conosce semplicemente come insegnante, ho già pubblicato in passato quattro romanzi sparsi tra gli anni ‘80 e ‘90, tutti ancor disponibili su Amazon e altri siti con libri di seconda mano, spesso a prezzi imbarazzantemente bassi. Uno di questi è disponibile anche in e-book (“Every Picture Tells a Story”, sempre ambientato a Venezia) e spero che anche tutti gli altri possano venire ristampati. Il motivo per cui ho smesso di scrivere è semplicemente che non guadagnavo abbastanza rispetto alla mole di lavoro richiestami; essendo padre di famiglia con due bimbi e un lavoro non estremamente ben pagato (allora ero un lettore all’università), mi sono imposto, con qualche rimpianto, di impegnarmi maggiormente nella carriera accademica.

Decisione presa anche per via del rifiuto ricevuto per un quinto romanzo proposto. Avevo tentato di fare qualcosa di diverso con un libro per bambini; era un fantasy ma non ha trovato approvazione. Sia l’agente sia gli editori interpellati mi dissero: “Gregory, siamo nel 1990, i ragazzi di oggi non sono interessati a cose come i maghi”. E questo la dice lunga sul fiuto degli editori…

E la ricerca storica? “Ascension” è dettagliato e preciso (a parte delle “libertà” temporali e del teatro di cui spieghi alla fine): quanto è stata faticosa e come è stata realizzata la ricerca?
Non è stato per nulla stancante, anzi mi sono divertito. Ho scelto il diciottesimo secolo perché volevo un io narrante e ho pensato che non sarei stato convincente con i pensieri e la testa di qualcuno del secolo precedente. L’età dell’Illuminismo è relativamente vicina al nostro tempo, credo, in modo da permetterci ancora di identificarci con il processo mentale dell’epoca. Ho letto quanta più storia ho potuto, approfondendo la conoscenza della vita quotidiana della Venezia del secolo dei Lumi. “La storia di Venezia nella vita privata” di Pompeo Molmenti è un classico ancora irrinunciabile. E ovviamente il XVIII secolo è l’epoca dei grandi memorialisti: Rousseau resta famoso come il primo grande “diarista”, ma Casanova gli sta alle calcagna: da lui si può cogliere una gran quantità di utilissimi dettagli nella vita di tutti i giorni. Ora lo sto leggendo dall’originale in francese per la prima volta e ho la netta sensazione di essergli ancora più vicino. Anche le commedie del Goldoni sono perfette per carpire il senso della società lagunare, sebbene lui con determinazione non accenni mai ad alcun nobile veneziano.

E c’è inoltre un libro indispensabile scritto da uno storico francese, Jean Georgelin, “Venise au siècle des lumières”, che è ricco d’ogni sorta di dettagli affascinanti, sebbene sia troppo accademico e poco invitante alla lettura per svago.

Ti sei ispirato a qualche tipo di romanzo particolare o scrittore? L’idea era scrivere la storia in modo divulgativo o realizzare una detective novel con accenni storici?…O nulla di tutto questo?
Prima di tutto l’intreccio del racconto, inoltre cerco di fare in modo che il background storico sia accurato, senza però mai dare la sensazione di fare lezione di storia.
Sui libri fonte di inspirazione l’elenco sarebbe lungo. Uno dei miei modelli è senz’altro la serie di gialli su Roma di Lindsey Davis, ambientati nell’epoca di Vespasiano: in particolare ammiro molto la sua leggerezza e il suo tocco humour. Ci sono poi due scrittori che ho sempre amato, ormai quasi dimenticati, che sono Stanley Weyman e Rafael Sabatini; il primo scrisse a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo ed era molto sul filone tradizionale di Dumas; molti fra i suoi scritti sono ambientati in Francia. Sabatini, i cui genitori erano cantanti d’opera (madre inglese e padre italiano), scrisse un numero di best seller nella prima metà del Novecento, la versione cinematografica forse è ora più famosa, come “Capitan Blood” con Errol Flynn. Appunto, non sono molto letti al giorno d’oggi ma entrambi contengono grande senso d’avventura e romanticismo e sapevano come impostare un racconto.

Quando ero giovane il solo modo per trovare i loro libri era rovistare tra le librerie con libri di seconda mano. Ora, ovviamente, in rete è molto più semplice scovarli e ci sono persino edizioni e-book. Facile, ma toglie un po’ del brivido della scoperta, che era uno dei piaceri nel frequentare le librerie impolverate, ciò che oggi non faccio quasi più, purtroppo.
In ogni caso, forse l’autore che più mi ha influenzato è uno scrittore per bambini poco conosciuto in Italia, Geoffrey Trease. Sono praticamente cresciuto con i suoi racconti storici e quel poco di storia che ho imparato da piccolo è dovuto ai suoi libri piuttosto che alle lezioni di scuola…Ora ho scoperto che vale la pena leggere le sue storie anche in età adulta. Tra l’altro, dopo aver riletto uno dei suoi libri poco più di vent’anni fa, gli scrissi una lettera di ammirazione per il suo lavoro e mi piace ricordare che da allora avemmo uno scambio epistolare fino alla sua morte, nel ’97. Mi entusiasmai al suo invito di andare a trovarlo a Bath.

Sono convinto che le letture durante l’infanzia possano avere una forte influenza su di noi dopo diversi anni nonostante poi con l’età si leggano ovviamente cose di tutt’altro genere.
Non posso esimermi dal menzionare i romanzi storici di Conan Doyle: non credo che esista nessun altro come lui per far comprendere il periodo Napoleonico; le sue storie sul brigadiere Gerard sono migliori persino di quelle su Sherlock Holmes.

Oggi mi piacciono i romanzi di Hilary Mantel ma hanno obiettivi e scopi talmente differenti che sarebbe per lo meno presuntuoso da parte mia definirli come influenti sul mio lavoro.

Recentemente ho invece scoperto Jean-François Parot che scrisse una serie di gialli ambientati nella Francia del diciottesimo secolo. Ho appena cominciato a leggerlo, quindi sarebbe assurdo parlare di influenza…ma sono certo che imparerò parecchie cose nel leggerlo.

Non hai citato Donna Leon, e la domanda è d’obbligo… che distanza c’è tra il tuo tipo di romanzo e il suo?
Non voglio sottolineare la differenza che ci distingue, anche se è evidente il genere diverso tra i nostri romanzi. Il suo scopo è dare un’immagine della Venezia contemporanea mettendone in evidenza aspetti che il turista medio non può percepire. La sua scrittura è avvincente. Quando si comincia a leggere un suo libro non è facile posarlo prima di averlo terminato. Spero che possa succedere lo stesso con il mio.

Ho ammirato che in quasi ogni capitolo c’è una curiosità sulla vita e la città di Venezia: dettagli che inducono il lettore a sorprendersi o farsi domande o ad “andare a vedere” di persona persino. Perché? È una tecnica per rendere il romanzo più serio di quanto non sia la parte noir, o cos’altro?
Mi piace l’idea del lettore che possa andare a controllare con i propri occhi. Certo, vorrei che il libro possa essere godibile dal lettore che non ha mai visitato Venezia, ma sono contento se i miei romanzi possano dare quel pizzico di curiosità extra a quei lettori che la città la conoscono e persino bene. Per questo in effetti ho cominciato a scrivere anche dei brevi racconti sul mio sito (www.gregorydowling.com) ripercorrendo i luoghi di “Ascension”, con immagini e spunti; Curiosità veneziane di Tassini è una fonte indispensabile per questo. Purtroppo non ho scritto di tanti luoghi quanti avrei desiderato ma ho cercato di far meglio e di più con “The Four Horsemen”.

C’è da dire che non ho inserito questi dettagli o curiosità in modo sistematico da farne una tecnica o un modello di scrittura. Però lo scopo è certamente quello di incuriosire sulla storia veneziana. Non saprei dire se questo ne fa un romanzo più o meno “serio”…

Ritorniamo alle origini: com’è nata l’idea?
Difficile una risposta. In realtà è stata una serie di idee che ne hanno assemblata una sola. In parte grazie alla lettura della favolosa collezione di Giovanni Comisso “Agenti segreti di Venezia, 1705-1797″, la cui attenta documentazione proviene dall’Archivio di Stato. L’idea dell’eroe bilingue è arrivata semplicemente osservando i miei figli, di come s’adattano nel parlare due lingue contemporaneamente (tre se includiamo il veneziano) e avere la doppia nazionalità. E poi ho letto una cospicua quantità di detective stories

Differenze tra lo scrivere venti anni fa e oggi?
Be’, posso semplicemente sottolineare l’ovvio, come il fatto che ora scrivo al computer perennemente collegato a internet. Ovviamente con pregi e difetti: quando voglio controllare una data o correggere lo spelling o usare il vocabolario va benissimo, d’altro canto diventa una distrazione continua (per esempio, cos’ha detto Trump o, meno spesso, cosa NON ha detto di farneticamente oltraggioso negli ultimi cinque minuti? O come sarà il tempo domani? Magari qualcuno ha riscritto su Twitter il mio tweet, o magari ha postato sulla mia pagina FB…?). Certo, è una questione di disciplina, ma confesso che non è la mia prima qualità.

Ma hai magari un tuo rituale nello scrivere o delle regole precise che imposti?
No. Continuo a ripetermelo però, che dovrei impormi delle regole…Almeno una tabella di marcia sui tempi di lavoro. Ma non ci arrivo neppure vicino. Posso giustificarmi affermando che non ho particolari esigenze per scrivere: non chiedo il silenzio assoluto o una speciale colonna sonora di sottofondo o qualche aroma nell’aria che aiuti la mia concentrazione, né una sedia speciale o una scrivania…mi basta il computer con una tastiera di dimensioni adeguate (non posso scrivere a lungo sul tablet o sul cellulare).

Il titolo del primo libro, “Ascension”: scelto tu o l’editore? Puoi raccontarci il perché di questo titolo senza svelare il mistero del libro?
Scelto da me. Il cosiddetto climax del libro avviene durante la festa dell’Ascensione, la Sensa, che era una delle più importanti festività nel calendario di Venezia. Posso arrivare fin qui nelle spiegazioni (perché è rivelato altrettanto nella controcopertina). Non mi dispiacciono i titoli di una sola parola. E in più, se si vuole, si può interpretare il proprio personale messaggio filosofico o metafisico con quella singola parola.

Gregory Dowling (foto di Barnaby Dowling)

E il titolo del secondo romanzo che hai nominato prima?
S’intitola “The Four Horsemen”. L’editore avrebbe potuto insistere nei titoli a una singola parola e con forti connotazioni religiose come, Assunzione, Resurrezione, Comunione…Fortunatamente non l’ha fatto ed è piaciuta la proposta del mio titolo. Qui però non aggiungo altro se non ricordare che ci sono quattro cavalli ben famosi che “galoppano” sul fronte della basilica di San Marco.

Il Bucintoro di Francesco Guardi “rivisitato” da Alick Dowling

Il protagonista Alvise: ti sei ispirato a qualcuno in particolare? E gli altri personaggi? Possiamo riconoscere qualche veneziano…?
Non ho seguito un modello specifico, sicuramente sono rimasto influenzato da qualche romanzo letto. Per esempio Philip Marlowe nei romanzi di Raymond Chandler. O anche Didius Falco nella serie del periodo Vespasiano di Lindsey Davis. E magari anche una punta di me stesso… per gli altri personaggi invece lascio libero il lettore di riconoscere chi desideri. Io non faccio nomi…

Abbiamo appena nominato il secondo romanzo in cui c’è di nuovo protagonista Alvise Marangon, giusto? Ed è un sequel del primo, ossia inizia dove termina il precedente o c’è un lasso temporale tra i due?
Comincia pochi mesi dopo gli eventi accaduti in “Ascension”. È, potrei dire, un romanzo autunnale, mentre “Ascension” ovviamente si svolge in primavera. C‘è un sacco di nebbia in “The Four Horsemen” e “caigo” (“nebbia” in veneziano, ndr) si pronuncia piuttosto spesso…

Stai pensando, o sperando, che possa nascere una serie di romanzi?
Mi farebbe molto piacere scoprire questo desiderio nei lettori. Ammetto di avere dei piani per Alvise e per coloro che lo circondano.

Mi sembra che ci siano anche tutti gli elementi per…un film d’azione: ci hai pensato mentre lo scrivevi? È già in ballo qualche proposta o progetto in questo senso?
Non posso dire di aver scritto il libro con questo pensiero in testa ma quando scrivo le parti d’azione le immagino e le pianifico, proprio come delle scene. Voglio che il lettore le veda chiaramente. E ormai quando visualizziamo qualcosa tendiamo a farlo in maniera naturalmente cinematografica. Quindi, in effetti, potrebbe funzionare come film. È chiaro che la produzione sarebbe piuttosto costosa. Ci dovrebbe essere un Bucintoro, a meno che non venga creato virtualmente al computer. E poi devo ammettere che ancora non mi ha chiamato Ben Affleck, e neppure James Cameron.

Solo per giocare: chi vedresti nella parte di Alvise Marangon come attore? E Lucia…?
Be’, credo cha sia importante che nella parte di Alvise ci sia un attore bilingue. Quindi uno dei miei due figli potrebbe andare…Ma nel caso nessuno dei due fosse disponibile, ho paura di non essere troppo aggiornato sul cinema contemporaneo e non conosco gli attori più giovani del momento. Se potessimo giocare con la macchina del tempo mi piacere un Alvise interpretato da un giovane Hugh Laurie (che può essere perfetto sia nel drammatico che nel comico) e una Claudia Cardinale per Lucia. Se no, Colin Firth e Jennifer Ehle, sempre usando il potente mezzo della macchina del tempo. Ma è benvenuto qualunque suggerimento…

E credo sia giusto anche chiederti, per conto delle lettrici e lettori italiani, se s’intravede in un prossimo futuro una traduzione in italiano. O anche altre lingue, senza mettere limiti alla provvidenza…?
Qui rispondo semplicemente con un: “magari…” traducendo il mio “I wish…”. Si è palesato qualche interesse, ma nulla è stato definito da un contratto, per ora.

“Ascension” e “The Four Horsemen”, Polygon Books, Edinburgh, UK, e St Martin’s Press, USA

ENGLISH VERSION

Alvise Marangon, uno 007 nella Venezia del ‘700 ultima modifica: 2017-08-28T17:28:03+00:00 da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

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