Madre vergogna. L’aumento delle disuguaglianze sociali nell’era Merkel

Chi grida “Merkel deve andarsene”, rimproverandole di aver spalancato le porte ai migranti, punta il dito contro gli “errori” sbagliati – sostiene Stephan Hebel nel suo libro. La vera “vergogna” della cancelliera sarebbe infatti un’altra…
scritto da Matteo Angeli

Sembra lontano anni luce il 4 settembre di due anni fa. Quel giorno, Angela Merkel aprì le frontiere del suo paese al grido di “wir schaffen das” (“ce la faremo”), consentendo così ai circa seicento profughi bloccati nella stazione di Budapest di entrare in Germania.

Merkel rischiò di pagare a caro prezzo la sua decisione. Precipitò nei sondaggi e spianò la strada all’ascesa di un soggetto politico relativamente nuovo, Altenative für Deutschland (AfD – Alternativa per la Germania), che, cavalcando il malcontento per gli arrivi dei migranti, è riuscito a imporsi come terza forza politica del paese.

Migranti bloccati alla stazione di Budapest (4.9.15)

Ora, per la cancelliera sembra essere tornato il sereno. Tra meno di un mese si vota per il rinnovo del Bundestag, la camera bassa del parlamento tedesco, e la sua riconferma alla guida del paese viene data per scontata da tutti gli istituti di sondaggi. La maggioranza dei tedeschi sembra averle “perdonato” la decisione del 4 settembre di due anni fa. Alcuni, per questo, la hanno addirittura innalzata a eroina per la libertà.

Pochi si sono, invece, resi conto che la cancelliera continua a perseguire indisturbata la sua “agenda segreta”.

È questa la tesi di Stephan Hebel, giornalista del Frankfurter Rundschau e autore di Mutter Blamage und die Brandstifter (Madre vergogna e gli incendiari), volume edito dalla casa editrice tedesca Westend e nelle librerie tedesche da questa primavera.

Il j’accuse di Hebel è già tutto nel titolo del suo libro, che rimanda, come da lui esplicitamente dichiarato, a Omobono e gli incendiari (1953) dello scrittore svizzero-tedesco Max Frisch. Nell’opera di Frisch, due incendiari riescono con l’inganno a ottenere la fiducia di un industriale senza scrupoli, Omobono, e cominciano a immagazzinare benzina nel suo sottotetto.

Omobono si rende conto di ciò che i due stanno preparando, ma finge di non vedere, nella speranza che il problema si risolva da solo. Così non è: la casa di Omobono va a fuoco e i protagonisti all’inferno.

Così come Omobono si starebbe comportando anche Angela Merkel, che fa finta di non vedere le disuguaglianze crescenti che affliggono la società tedesca. Secondo Hebel è, infatti, questo il vero “tradimento” della cancelliera, la “vergogna” per cui dovrebbe passare alla storia: il non aver fatto nulla – anzi l’aver accresciuto con le sue politiche – le disparità che attraversano la Germania e l’Europa.

Stephan Hebel


La cancelliera camaleonte

Chi grida “Merkel muss weg” (“Merkel deve andarsene”), rimproverandole di aver spalancato le porte ai richiedenti asilo siriani, punta il dito contro gli “errori” sbagliati. E questo permette alla cancelliera di perseguire indisturbata la sua agenda nascosta – denuncia Hebel.

Il giornalista del Frankfurter Rundschau vuole sfatare un mito: quello della cancelliera “madre della nazione”, la Mutti pragmatica, né di destra né di sinistra. Così la dipinge la stampa tedesca: come qualcuno che fa la cosa giusta.

A sostegno di questa narrativa, ci sono tutte le misure che Merkel sembra aver preso in contrasto con la linea tradizionale del suo partito, come la regolamentazione del settore bancario dopo la crisi, l’eliminazione del servizio militare obbligatorio, la “svolta energetica” – con l’attenzione sempre maggiore per le energie rinnovabili, l’introduzione del salario minimo, l’accoglienza dei migranti e l’adozione di qualche misura per limitare precariato.

“Per una Germania dove vivere bene” – poster della campagna elettorale 2017

Secondo Hebel, però, dietro alla “cancelliera di tutti”, che strizza l’occhio a destra e sinistra e che come un camaleonte assume il colore politico che più le conviene, si nasconde un’ideologia chiara, quella neoliberale, ovvero l’estremizzazione del liberismo economico.

In quest’ottica, la svolta energetica, il salario minimo o l’accoglienza dei migranti non sarebbero altro che concessioni fatte perché la pressione sociale a favore della loro introduzione era diventata troppo forte. Misure una tantum per mettere sotto scacco gli avversari politici, che non influiscono in maniera significativa sul corso che Merkel vuol dare all’economia.

Cosa vuole davvero Merkel per l’economia tedesca? Secondo Hebel, per capirlo, bisogna tornare al congresso della CDU di Leipzig, del 2003, e alla campagna elettorale del 2005. Allora Merkel, non ancora cancelliera, invocava senza remore una svolta liberale per il paese. La sua ricetta includeva un abbassamento al 36 per cento dell’aliquota massima sul reddito e un contributo per l’assicurazione sanitaria identico per tutti i lavoratori, indipendentemente dal reddito. Questa retorica, però, le costo quasi le elezioni, dove – nonostante fosse netta favorita alla vigilia – riuscì a battere solo sul filo di lana il suo rivale, Gerhard Schröder.

Merkel in tv, dopo la vittoria elettorale nel 2005

Fu lì che Merkel comprese che avrebbe dovuto nascondere la sua bussola ideologica dietro la retorica della “cancelliera di tutti” – sostiene Hebel.

Secondo il giornalista del Frankfurter Rundschau, sarebbe la stessa biografia di Merkel a spiegarne l’attaccamento ai principi del libero mercato: in quanto donna cresciuta nella DDR, sotto il diktat dell’uguaglianza sociale, la cancelliera guarderebbe con sospetto alla lotta per una maggiore giustizia sociale, come un lusso per il quale non vale la pena rischiare di sacrificare la tanto agognata libertà.

Merkel con Helmut Kohl (congresso CDU del 1991)

Merkel non sarà pure riuscita a mettere in pratica le idee radicali che professava prima di diventare cancelliera, ma il suo corpetto ideologico le ha comunque permesso di impedire il successo di idee popolari (e molto spesso promosse dal suo principale avversario, la SPD), come la Bürgerversicherung, un’assicurazione per tutti i cittadini, alla quale tutti i lavoratori dovrebbero contribuire e per la quale datori di lavoro e lavoratori sarebbero chiamati a versare la stessa quota (ora non è così, il lavoratore si fa carico della maggior parte dei costi), o l’innalzamento delle tasse (soprattutto per i ricchi, con l’introduzione di una tassa patrimoniale o l’aumento delle tasse sull’eredità).

La madrina dell’AfD

I detrattori di Merkel spesso le rimproverano che Altenative für Deutschland (AfD), il partito di estrema destra che ha scalato i sondaggi proprio durante la crisi dei migranti, sarebbe il prodotto diretto della sua “svolta a sinistra”, culminata nell’apertura delle frontiere il 4 settembre 2015.

Stephan Hebel offre una versione alternativa: L’AfD non sarebbe nata perché Merkel ha svoltato a sinistra, ma, piuttosto, perché non l’ha fatto. Da quando Merkel è cancelliera, le disuguaglianze sociali sono, infatti, aumentate e la politica di integrazione ha semplicemente fallito, istillando nei cittadini una sfiducia nelle istituzioni e il desiderio di un’alternativa.

L’AfD ha raccolto i frutti amari di questo “tradimento”.

Se l’alternativa è stata trovata a destra, poi, la colpa è anche della sinistra di governo, che in tutti questi anni non ha fatto altro che scendere a patti con la politica economica di Merkel.

Alice Weidel e Alexander Gauland, i candidati AfD alla cancelleria

Ma l’AfD non è davvero un’alternativa, perché sul piano economico ripropone la stessa ideologia neoliberale di Merkel, che non diminuisce le disuguaglianze, ma, anzi, le accresce.

I punti in comune più evidenti: la critica ai paesi del sud Europa (che non avrebbero fatto abbastanza per migliorare la loro competitività), la proposta di diminuire le imposte sui redditi (Merkel ha promesso di non alzarle), e il desiderio di eliminare l’imposta di successione.

Le similitudini tra l’AfD e la CDU, il partito cristiano-democratico di Merkel, non sono solo economiche ma anche culturali.

L’AfD, nato come un partito anti-euro, che sosteneva una politica economica liberista, è rapidamente diventato un partito nazionalista autoritario. Ennesima prova che il salto dal liberismo economico al nazionalismo è breve.

Jens Spahn

L’ala destra della CDU non gli è da meno. Si pensi ad esempio a Jens Spahn, giovane stella del partito, segretario di stato per il ministero delle finanze, che per riconquistare il voto di chi ora sostiene l’Afd propone di

fare pressione sui migranti, quando questi non accettano l’offerta di integrazione – costituita, ad esempio, da corsi di tedesco.

In questo modo la CDU ha contribuito a trasformare i migranti in capro espiatorio.

In ogni caso, il probabile ingresso dell’AfD nel Bundestag a settembre andrà tutto a vantaggio del partito di Merkel. Chi ha più da perdere, infatti, è un’eventuale coalizione di sinistra.

Si pensi alle ultime elezioni regionali in Meclemburgo-Pomerania Anteriore: in quell’occasione, l’AfD ha sottratto “solo” ventiduemila elettori alla CDU, mentre ne ha tolti quindicimila alla SPD, sedicimila alla Linke e tremila ai verdi, per un totale di quarantaquattromila voti sottratti e un’eventuale alleanza rosso-rosso-verde.

La leggenda della “cancelliera dei rifugiati”

L’autore di Madre vergogna ci tiene a sfatare un altro mito, quello della cancelliera dal cuore buono, che commossa, il 4 settembre 2015, di comune accordo con il suo omologo austriaco, Werner Faymann, aprì le porte della Germania ai migranti che erano bloccati in Ungheria e soggetti a condizioni spaventose.

Il selfie con un migrante

La stampa tedesca parlò di questo come del giorno più importante dell’era Merkel. C’è addirittura chi arrivò a paragonarlo alla “caduta di un secondo muro”.

Hebel, invece, stigmatizza la decisione di Merkel come “una misura una tantum”, una concessione per impedire che la “fortezza Europa” – unica politica migratoria che sta a cuore alla CDU – crollasse sotto il peso dello sdegno popolare per quello che stava succedendo in Ungheria.

Secondo Hebel, Merkel è stata sempre un’accesa sostenitrice della politica di chiusura e respingimento che da anni caratterizza la Germania e l’Europa – almeno dai tempi di Helmut Kohl.

Con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

Prova ne è l’accordo con la Turchia, che ha bloccato di nuovo il flusso dei migranti lungo la rotta balcanica.

Purtroppo, i migranti sono ormai l’unico prisma attraverso il quale la società tedesca guarda la cancelliera: c’è chi vede nei migranti e, di conseguenza, in Merkel, la causa di ogni miseria, e chi invece vede in lei un’icona di liberà e umanità.

E questo distrae tutti dal vedere i numerosi errori della cancelliera in materia di politica sociale, economica ed estera.

La regina dell’Europa tedesca

Hebel comincia la sua critica alla politica europea della cancelliera parlando di un “euro tedesco”, cioè una moneta unica concepita a pennello per tutelare gli interessi di un’economia basata sulle esportazioni, com’è appunto la Germania.

Secondo il giornalista del Frankfurter Rundschau, la strategia europea della Germania è sempre stata quella di impedire l’attuazione di una politica monetaria espansiva per stimolare l’economia. In tal senso, non è cambiato niente da Kohl a Merkel. L’ossessione per l’inflazione è sempre lì.

Con il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble

Lo si è visto durante la crisi.

A detta di Hebel,

tutti i paesi, indipendentemente dalla loro struttura economica, sono soggetti a una politica monetaria che segue il modello tedesco.

Non a caso la banca centrale europea è stata costruita a immagine e somiglianza della Bundesbank e ha come compito immettere meno denaro possibile nel sistema.

In questo modo, si elimina il rischio di inflazione ma si toglie anche alle economie più deboli il loro strumento più utile: queste non possono più né rilanciare le esportazioni – modificando il tasso di cambio della propria moneta e rendendo così i loro prodotti più economici sul mercato globale – né possono finanziare la spesa pubblica e uscire così dalla congiuntura negativa – attraverso un programma di acquisto di bond da parte della banca centrale.

Mario Dragh

E poco conta se il quantitative easing di Mario Draghi ha reso possibile in ultima analisi l’acquisto del debito pubblico, sui mercati secondari. Questa è una strategia complementare a quella della cancelliera, non alternativa, perché ha evitato una crisi finanziaria di dimensioni catastrofiche e ha tenuto in vita il “modello Merkel”.

Un modello neoliberale, che impone agli altri paesi dell’eurozona riforme strutturali, che riducono le prestazioni sociali e, più in generale, limitano l’intervento dello stato nell’economia.

Per Merkel tutti i paesi della zona euro dovrebbero comportarsi come la “casalinga sveva”, emblema di parsimonia e frugalità. Lo “zero nero”, ovvero il divieto di avere un deficit di bilancio pubblico, inserito nella costituzione tedesca, è la stella polare del “merkelismo”.

“Merkelismo” che, non a caso, fa rima con “mercantilismo”. Tanto lavoro, pochi consumi: questa la ricetta di Merkel per liberarsi dal giogo del debito e rilanciare le esportazioni.

Una ricetta orientata a un surplus commerciale che funziona, però, solamente fino a quando i nostri partner sono disposti a indebitarsi. Quindi, mai nel lungo periodo.

Donald Trump

Una ricetta che sta mostrando tutti i suoi limiti, in un periodo in cui la Cina sta vivendo una crisi congiunturale e l’America di Donald Trump sta imboccando i binari del protezionismo.

Secondo Hebel, la questione non è se sia opportuno fare più o meno debiti.

Bisogna piuttosto chiedersi: L’austerità è la ricetta per uscire dalla crisi e rilanciare la produzione? La risposta – a detta dell’autore – è no. La politica del risparmio, infatti, riduce le entrate fiscali e aumenta l’indebitamento pubblico. Il caso della Grecia è lì a testimoniarlo.

Martin Schulz

Sarebbe certamente più efficace rilanciare gli investimenti in Europa, sostiene Herbel. Un’idea condivisa anche dal principale avversario di Merkel alle prossime elezioni, il socialdemocratico Martin Schulz, che ha proposto di introdurre in costituzione una clausola che obblighi a reinvestire il surplus.

Ma Merkel su questo punto sembra proprio non voler sentire ragioni.

Ricordiamo che sugli eurobond, strumento di condivisione del debito mirato appunto ad aumentare gli investimenti, la cancelliera si espresse in maniera categorica:

Mai fino a quando sarò in vita.

Il trionfo delle disuguaglianze

Da quando sono al governo, Merkel e i suoi uomini non perdono occasione per ricordare che “in Germania le cose non sono mai andate bene come oggi”, fieri del fatto che negli ultimi dodici anni la disoccupazione è scesa di cinque punti, dall’ 11,7 nel 2005 al 6,1 per cento del 2016, toccando un minimo senza precedenti nella storia della Germania unita.

Hebel, precisa però che, quando Angela Merkel fa notare che durante il suo governo sono aumentati i lavoratori dipendenti, bisognerebbe ricordarle che la loro ricchezza complessiva non è aumentata.

Tradotto: la fetta che spetta ai lavoratori dipendenti non è cresciuta, ma è cresciuto il numero di persone tra le quali spartirla. Niente di cui sorprendersi: nella visione che Merkel ha di competitività, questa viene chiamata “riduzione dei costi associati al lavoro”.

Gerhard Schröder

Nell’era Merkel, il numero dei precari è salito alle stelle.

Dopo l’introduzione di Agenda 2010, un complesso di riforme approvato da Gerhard Schröder, il predecessore di Merkel alla cancelleria – che tagliarono il periodo del sussidio di disoccupazione, ammorbidirono le regole sui licenziamenti, resero quasi obbligatoria l’accettazione di un lavoro per i disoccupati e introdussero regole molto più stringenti per la copertura sanitaria – il numero dei lavoratori dipendenti impiegati a tempo determinato o part-time è salito da sei a sette milioni e mezzo, quasi un quarto in più e, comunque, più di un quinto di tutti i lavoratori dipendenti in Germania.

A inizio 2017, poi, è stato reso noto che dall’introduzione di Agenda 2010, nel 2005, al 2014, il numero dei disoccupati di lungo periodo è aumentato di un milione.

A completare il quadro si aggiunge poi la tassazione, che, a detta di Hebel, contribuirebbe ad accrescere gli squilibri nella ripartizione della ricchezza a favore delle classi più agiate.

In tal senso, l’autore sostiene che la tassazione in Germania sia tutt’altro che progressiva. Infatti, è sì vero che l’imposta sul reddito è progressiva, ma lo stesso non vale per le imposte indirette, come Iva e tasse sull’energia. Questo consentirebbe ai ceti più benestanti di mettere da parte una quota maggiore della loro ricchezza.

“Lasciate i ricchi in pace”, si sente spesso dire negli ambienti vicini alla Cdu, facendo notare che il 20 per cento più ricco della popolazione paga il 50 per cento complessivo di tasse e spese sociali. Ma è anche vero che questo 20 per cento guadagna ben il 58 per cento del reddito totale netto.

In campagna elettorale

E che dire poi del salario minimo, introdotto durante questa legislatura grazie alla SPD, che ne aveva fatto una precondizione per partecipare alla grande coalizione? È una vittoria di Pirro, taglia corto Hebel, che fa notare che in molte città, il salario minimo dovrebbe essere di almeno nove euro, e non gli 8,5 attuali. A Monaco poi, secondo l’agenzia del lavoro locale, i costi di abitazione sono talmente alti che il compenso minimo dovrebbe raggiungere gli 11,5 euro.

C’è alternativa, una vera alternativa, al “merkelismo”? Hebel crede sì. Per lui l’alternativa può essere una coalizione di sinistra che unisca socialdemocratici, sinistra radicale e verdi. Quella che in Germania chiamano una coalizione “rosso-rosso-verde”.

Secondo tutti i sondaggi, però, una vittoria delle forze di sinistra alle prossime elezioni è quasi fanta-politica.

Ne riparleremo, forse, tra quattro anni.

Madre vergogna. L’aumento delle disuguaglianze sociali nell’era Merkel ultima modifica: 2017-08-28T11:56:14+00:00 da Matteo Angeli

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La Rassegna Stampa del CRS - CRS - Centro per la Riforma dello Stato 6 settembre 2017 a 12:44

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