Una politica dell’umanità

In "Un mondo di tutti e di nessuno" pubblicato da Inschibboleth edizioni Daniel Innerarity analizza il mondo in cui viviamo e formula idee e proposte per una nuova politica capace di governare le sfide globali.
scritto da MARCO MILINI

Daniel Innerarity è professore di filosofia politica e sociale alla Universidad del Pais Vasco e direttore dell’Instituto de Gobernanza democratica. Nel 2004 Le Nouvel Observateur lo ha incluso nella lista dei venticinque maggiori pensatori del mondo. Un mondo di tutti e di nessuno. Pirati, rischi e reti nel nuovo disordine globale è uscito in Spagna nel 2013, e nel 2015 è stato pubblicato in Italia da InSchibboleth Edizioni.

Si tratta di un libro di filosofia scritto da un filosofo ma, come scrive Leonardo Mattana nell’introduzione all’edizione italiana, il grande pregio di questo libro è che usa un linguaggio comprensibile per tutti e, in sostanza, si fa capire. E aiuta a capire il mondo nel quale viviamo, un mondo che appare spesso fuori controllo: non solo fuori dal nostro, di noi singoli individui, ma fuori dal controllo di quelle istituzioni, in particolare gli Stati nazionali, che fino a tempo fa garantivano ai loro cittadini, in primo luogo, la sicurezza.

Nelle parole di Leonardo Mattana, la ragione d’essere di questo libro:

La spinta progressista del XX secolo si è esaurita, la socialdemocrazia è stanca, il suo sguardo disincantato, rinunciatario, eppure ai tempi della globalizzazione, nel momento in cui non c’è più il paracadute dello Stato nazionale, le sfide richiedono un nuovo vigore e una nuova immaginazione politica. Abbiamo bisogno di una filosofia che aiuti a decidere, che sia in grado di fornire chiavi di interpretazione del mondo e che contribuisca a stabilire i temi prioritari delle agende internazionali.

Un mondo di tutti e di nessuno è un affresco del nostro mondo e della sua complessità. Affronta le questioni capitali di un mondo globalizzato e cerca di offrire delle risposte, di avanzare proposte. E lo fa, come sottolinea Mattana, con una pacatezza e lucidità che stupiscono. Ed è appunto questo tono un altro pregio di questo libro, che lascia intendere come ragionando dei problemi si possa trovare una soluzione, cosa che, in tempi di politica spesso gridata, è merce rara.

Due sono i concetti fondamentali del libro di Innerarity: la riconversione della sovranità in responsabilità e l’umanismo transnazionale. E una è la domanda fondamentale rispondendo alla quale si può pensare di definire l’orizzonte all’interno del quale sviluppare delle politiche democratiche per il futuro: chi siamo noi? In questo periodo in cui è sempre più forte la spinta verso delle identità spesso escludenti, l’orizzonte in cui Innerarity cerca risposta è l’umanità. Perché solo in questo modo è possibile dare vita, e un senso, a una governance globale, capace di risolvere problemi altrimenti fuori dalla nostra portata.

Comincia così Daniel Innerarity:

Il mondo attuale è pieno di paradossi e molti di questi potrebbero riassumersi nell’idea che questo sia un mondo di tutti e di nessuno. Si moltiplicano le questioni che sono di tutti (che ci riguardano tutti e che richiedono azioni congiunte), ma delle quali, nello stesso tempo, nessuno può o vuole farsi carico (per le quali non vi è una sede competente, o delle quali nessuno si sente responsabile).

E da qui si capisce il riferimento ai pirati del titolo, perché in quelle zone d’ombra dove non si capisce chi sia competente c’è sempre pirateria, qualcuno che agisce per il proprio tornaconto, o comunque al di fuori di regole certe e condivise, esternamente alla collettività. Nel nostro mondo si sono persi gli equilibri passati e ne vanno trovati di nuovi, soprattutto tra Stato, mercato e società; viviamo al momento in quello che Innerarity chiama un “mondo all’intemperie”, dove ciò che ci unisce sono i rischi e i problemi che ci minacciano e che non possiamo risolvere isolatamente.

Da qui si deve cominciare. È interessante che in tempi in cui, nei media e nella politica, si fa spesso un uso “terrorizzante” della paura, Innerarity invece parli di una “coltivazione ragionevole” della paura, intesa come il motore che può spingere ad agire per risolvere i problemi:

La politica serve, tra le altre cose, per coltivare nella società una paura proporzionata e ragionevole. Certamente vi è un “mettere paura” antidemocratico, populista (…) Ma c’è anche una paura che può essere fonte di lucidità e liberazione (…) utile per uscire dalla passività autodistruttiva e recuperare la forza motrice contro la catastrofe.

Ma come governare un mondo costituito da minacce comuni e “sovranità sopraffatte”, ancora parzialmente integrato, che magari lo è economicamente, tecnologicamente, o per quanto riguarda certi stili culturali, ma non lo è ancora politicamente? La risposta non è facile, ovviamente, e va trovata a metà strada tra un astratto cosmopolitismo e la tendenza a richiudersi delle società più fortunate:

possiamo soltanto offrire soluzioni cooperative, progetti di maggiore integrazione e forme di giustizia complessa per le quali abbiamo appena modelli e precedenti. (…) I beni pubblici comuni – la reciproca esposizione ai rischi globali riguardo alla sicurezza, nutrizione, salute finanziaria o ambientale – richiedono una corrispettiva politica dell’umanità. Ciò che potremmo definire come civilizzare la globalizzazione non è altro che reinventare la politica su scala globale in modo tale che il mondo smetta di avere proprietari e diventi uno spazio di cittadinanza.

Data questa premessa, Innerarity si occupa di descrivere il mondo in cui viviamo, le novità che lo contraddistinguono e fanno sì che gli strumenti in passato utilizzati per regolarlo, governarlo, non siano più sufficienti. È impossibile fare un resoconto accurato di tutti gli argomenti toccati, degli  innumerevoli spunti di riflessione e le suggestioni che arricchiscono il libro. Certo è che vengono toccati moltissimi temi al centro dell’attenzione nei dibattiti pubblici e politici, e in questo senso il libro, nonostante sia del 2013, rimane molto attuale. Perché questioni come la crisi degli Stati nazionali, la manifesta incapacità dei mercati di autoregolarsi, la crisi dei tradizionali partiti politici nelle democrazie occidentali, o il cambio climatico, per dirne alcune, non sono di certo state risolte, anzi.

Daniel Innerarity

Se nella prima parte Un mondo all’intemperie Innerarity descrive la natura del mondo attuale e della globalizzazione, nella seconda L’incompiuta promessa di proteggere affronta i temi della paura e dei rischi globali, delle risposte, quasi sempre inefficaci, degli Stati, incapaci di affrontare singolarmente i fenomeni in atto, e della tendenza ad “asserragliarsi”, a innalzare muri. Si diceva prima dell’attualità del libro nonostante sia stato pubblicato quattro anni fa: il famoso muro di Trump al confine tra Stati Uniti e Messico ne è la prova lampante. I muri e le barriere sono inutili e dannosi, manifestano

l’incapacità di governare le potenze liberate dalla globalizzazione. Il ricorso alla barriera e al blocco è un tentativo di porre rimedio disperatamente a questa situazione di ingovernabilità. (…) è giunto il momento di pensare ad una concezione diversa di frontiera come opportunità, che smetta di essere concepita come muro e si costituisca come luogo di riconoscimento, comunicazione e demarcazione.

La terza, corposa e ultima parte, s’intitola Governare, ovvero l’arte di farsi carico. Innerarity comincia analizzando quella che chiama la “società dell’osservazione”, in cui viviamo, dove le nuove tecnologie, in particolare la rete, hanno reso possibile una diffusione della conoscenza e dell’informazione senza precedenti, con un forte impatto sulla politica e il potere. Punta subito il dito contro false mitizzazioni, osservando che una società più vigile e attenta deve anche essere in grado di gestire le informazioni di cui dispone. Secondo lui negli ultimi anni c’è stata un’irruzione della società nella scena politica, e grazie ai nuovi strumenti di comunicazione e alla diffusione dei valori democratici si sta formando uno spazio pubblico globale che mira “alla formazione di un nuovo soggetto, l’umanità globale, che è l’istanza ultima che valuta le pratiche politiche.” Si creano nuove comunità transnazionali di protesta e solidarietà, l’umanità è ormai il nostro orizzonte politico.

Particolarmente interessante è la riflessione sui limiti dell’indignazione che segue a questa crescita di trasparenza, di controllo della società sulla politica. Bisogna stare attenti, quando si tratta di indignazione, perché essa “può continuare a sostituirsi in forma accomodante alla riflessione e allo sforzo democratico”. Disporre di più informazione non è necessariamente un bene, poiché questa informazione va capita. È giusto che le società democratiche esigano un maggiore accesso all’informazione, però è necessario “mobilitare una comunità di interpreti in grado di ricreare un contesto, un senso e una valutazione critica.”

E qui Innerarity, ammettendo egli stesso di andare controcorrente, rivaluta la figura dei giornalisti, chiamati a “promuovere il dibattito pubblico e decifrare la complessità del mondo”. Questo in opposizione alla tendenza a considerare l’informazione “amatoriale” come più veritiera e affidabile. Certo, precisa, non sta difendendo i singoli casi, sempre migliorabili:

Alla fine ci accorgiamo di aver bisogno di mediazione, professionalità e rappresentazione. Senza di esse il mondo è meno intelligibile e più ingovernabile. Consideriamo piuttosto se questi elementi fanno bene ciò che devono fare e non lasciamoci prendere dalla pigra illusione secondo cui la loro semplice assenza ci renderà liberi.

Lo stesso discorso si può fare per quanto riguarda le istituzioni, così criticate e sotto attacco negli ultimi anni:

Il fatto che la rete stia distruggendo barriere, indebolendo il potere delle istituzioni e degli intermediari, non dovrebbe farci dimenticare che il buon funzionamento delle istituzioni è fondamentale per la conservazione delle libertà.

Le istituzioni, appunto. Ma quali? Nel capitolo dedicato al passaggio dalla sovranità alla responsabilità, uno dei concetti centrali del libro, Innerarity spiega che una nuova governance globale non può essere garantita dai soli Stati nazionali, ma sono necessarie altre istituzioni, che spesso però faticano a legittimarsi davanti agli occhi dei più. E tuttavia, al momento, l’alternativa sembra non regolare affatto la globalizzazione, cosa ancor meno democratica, poiché essa è “depoliticizzata, cioè scorre senza indirizzo oppure con un indirizzo non democratico, spinta da processi ingovernabili o da autorità non legittimate.”

La globalizzazione ci spinge a occuparci dei problemi di tutti, e molto spesso tutti i problemi sono collegati e interdipendenti. Nel pensiero di Innerarity, nell’orizzonte di azione politica che si auspica per il futuro, sono fondamentali due concetti come “giustizia globale” e “umanismo transnazionale”. Prendiamo ad esempio la povertà:

La povertà non si spiega soltanto attraverso le cause locali ma anche attraverso i fattori che hanno a che fare con l’ordine internazionale. (…) La loro povertà e la nostra ricchezza si basano su una storia comune. (…) Non ci troviamo di fronte all’obbligo positivo di diminuire la sofferenza attraverso gli aiuti umanitari quanto piuttosto di fronte a quello negativo di giustizia, che ci impone di cambiare l’attuale ordine del mondo in modo tale che non si continuino a ledere i diritti umani.

Come esempio paradigmatico di un problema che necessita di una nuova governance globale per essere risolto, in un’ottica non di sovranità ma di responsabilità, attraverso soluzioni cooperative, Innerarity porta il cambio climatico, senza dubbio

il maggiore problema d’azione collettiva che il mondo abbia mai dovuto affrontare. Questo problema è il prototipo degli scenari complessi di un mondo globalizzato: nessuna azione si limita ad avere conseguenze nel locale, ma nemmeno esiste un’istituzione transnazionale che possa gestire la vicenda da una prospettiva globale (…) Si tratta chiaramente di una gestione della complessità.

Il clima è un esempio di “bene comune”. E dei beni comuni si occupa l’ultimo capitolo, beni che un tempo venivano garantiti dagli Stati ma ora, con l’aumento dell’interdipendenza, ciò non è più possibile. Interessante l’osservazione di come la globalizzazione sia spesso sempre intesa come legata alla privatizzazione, ma possa essere intesa come un incremento del pubblico, nel senso che le società sono sempre più interdipendenti. E Innerarity tocca qui a un aspetto importante del suo discorso, che sta alla base del suo concetto di “umanità”:

La reciproca esposizione ai rischi globali, in materia di sicurezza, nutrizione, salute, finanza o ambiente, rafforza la nostra interconnessione e contribuisce alla configurazione dell’umanità come nuovo soggetto che si costituisce non su basi metafisiche, bensì a partire da un’interdipendenza di fatto.

Un’umanità reale, con necessità pratiche, che impone una “politica dell’umanità” capace di governare fenomeni come, ad esempio, il capitalismo globale. L’analisi del quale induce Innerarity ad affermare che

la logica attuale della competitività internazionale è incompatibile con il trattamento dei problemi globali e per questo motivo dobbiamo indirizzarci verso un modello di cooperazione.

Per il futuro, non si prevede un governo mondiale, ma una situazione complessa, in cui la governance sarà determinata spesso dagli accordi presi tra varie istituzioni e attori spesso senza vincoli e costrizioni. Si pensi ad esempio al caso degli accordi di Parigi sul clima: nessuno era costretto a farlo. E infatti gli Stati Uniti, con Trump, sembrano essersi tirati indietro (un esempio lampante di ritorno alla sovranità nazionale, ma di irresponsabilità globale). Tutto questo sembra mettere in crisi la politica come la conosciamo, ma in realtà è l’inizio di una nuova era della politica:

Benché il regime di governance globale non sia diretto secondo modalità politiche tipiche degli Stati nazionali, alla politica corrisponde il compito autentico sia dell’elaborazione strutturale di tale regime che della configurazione dei corrispondenti processi di decisione.

Il libro ha un epilogo, che si occupa della domanda fondamentale che ci si era posti all’inizio, ovvero: chi siamo noi? Inizia così:

In un mondo come il nostro, che è di tutti e di nessuno, di minacce condivise e beni comuni, dove la proprietà deve essere rivista e le esigenze di cooperazione sono sempre più forti; in un mondo che si apre e si protegge, che è privo di dintorni e nel quale siamo esposti allo stesso modo, frammischiati in interdipendenze e contagi, la domanda più difficile e nel contempo più esigente è: chi siamo noi? Come dobbiamo pensarci e agire noi che abitiamo questo mondo comune? Distinguere tra noi e gli altri è una questione dirimente per determinare le nostre responsabilità, i nostri diritti e nostri doveri.

Una riflessione su “chi siamo noi” che aiuta a fare chiarezza in tempi di grande incertezza, richiami a questa o quella identità, ritorno dei nazionalismi; tempi di diffidenza, paura e timore nei confronti degli altri e degli stranieri; tempi nei quali la politica ha bisogno di rinnovarsi:

Una “politica dell’umanità” potrebbe essere definita come il progetto di recuperare la simmetria tra coloro che decidono e coloro che subiscono. La legittimità di qualsiasi noi – di qualsiasi delimitazione o circoscrizione di interessi – si stabilisce in funzione del fatto che si ponga o meno in questa linea di tensione.

Una politica dell’umanità ultima modifica: 2017-09-04T13:18:44+00:00 da MARCO MILINI

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