#Regeni. Pompeo Magno e il nuovo Faraone

scritto da RICCARDO CRISTIANO

Il calendario politico a Roma torna al cruciale 66 a.C. In quell’anno infatti Gneo Pompeo divise il Mediterraneo in tredici zone, determinato a risolvere il problema della pirateria. Sradicare la pirateria era un obiettivo, da perseguirsi però in modo progressivo. Prima sotto casa, cioè in quelli che Cicerone aveva definito i tre granai dello Stato, Sicilia, Nordafrica e Sardegna. Poi puntò la Cilicia, dove arrivò sull’onda dei successi ottenuti a Occidente. Il suo obiettivo non era quello di eliminare tutti i pirati, ma di convertirli da pirati in coltivatori fedeli. Oggi l’obiettivo può essere quello di farne non più ladri, ma guardie.

Busto di Gneo Pompeo Magno. Museo archeologico nazionale di Venezia.

I dati infatti parlano chiaro, e facile: Nel 2014 su 5281 migranti morti nel tentativo di attraversare i confini 3863 sono morti nel Mediterraneo, nel 2015 il totale è salito a 6259 e i morti nel Mediterraneo a 3784, nel 2016 il totale si è impennato a 7927 e nel Mediterraneo sono morti in 5143. Fermare tutto questo nei vecchi tre granai potrà consentire a Gneo Pompeo di arrivare anche in Cilicia, cioè negli odierni territori siro-libanesi? Lì oggi ci si affida ai turchi, ma il garante della diga non offre garanzie…

I nuovi pirati, si sa, sono furbi, e si sono avvalsi di un vantaggio rispetto ai loro precursori non trascurabile: il diritto internazionale, il rispetto dei diritti umani, l’idea stessa di soccorso. Loro poi la pirateria la esercitano a discapito non di terzi ma dei loro stessi trasportati, ai quali nessuno offre un trasporto legale, soprattutto se sono vittime alla ricerca di rifugio politico perché perseguitati in patria. E quindi li trasportano in modo piratesco, rubandogli tutti i loro averi in cambio del “passaggio”. Una sorta di taglieggiamento da parte dell’odierno Caronte capovolto, che dal limbo impone loro un caro prezzo per arrivare però in quello che nella fantasia dei fuggiaschi sarebbe non l’inferno, quello è il luogo da cui fuggono, ma il Paradiso, o quantomeno il Purgatorio.

Tutto questo deve finire. E siccome oggi Gneo Pompeo non estende il suo potere sull’altra costa del Mediterraneo, la sua preoccupazione riguarda solo il viaggio. I pirati, oggi a differenza di allora, possono controllare l’altra sponda, purché lo facciano per fermare, pagati dalla sponda nord, chi cerca di fuggire attraversando il mare.

Bellum piraticum di Pompeo, con i relativi comandanti, per area territoriale

Questo programma aveva un problema: le navi delle ONG che, applicando un diritto che Gneo Pompeo non conosceva, praticavano il dovere di soccorso in mare: per questo codice basta avere notizia di un’imbarcazione in difficoltà per dover intervenire. Insinuando il sospetto che quella notizia indicasse un “concorso” quelle navi sono state fermate. E Gneo Pompeo ha potuto avviare un incontro con i pirati. Non per sterminarli, ma trasformarli in guardiani.

Ora si dice che da Roma, per ottenere la verità sul caso di un cittadino romano ucciso dai pirati, Giulio Regeni, si stia per imboccare una strada del tutto inattesa; la pressione sarà effettuata infatti offrendo un cospicuo contributo economico proprio al ministero dell’interno egiziano, nel quadro di un vasto accordo per la lotta al terrorismo.

Siccome sono loro che sin qui non hanno funzionato bene, Roma ha deciso di aiutarli a superare le loro deficienze, anche formandone un bel po’ ai nuovi metodi di prevenzione e lotta. Un esempio: l’arresto dei malviventi che avrebbero ucciso Regeni, tanto da avere nel loro covo lo stesso passaporto del ricercatore italiano, si dimostrò un errore. Seguendo Gneo Pompeo non è importante che, se quei malviventi in realtà non avevano ucciso Regeni, era difficile capire come mai avessero il suo passaporto se non per una scaltra messa in scena di chi li aveva “scoperti”.

No, seguendo Pompeo si capisce che il problema non sono le intenzioni, ma l’approssimazione, per carenze di mezzi e di addestramento.

Quella grande operazione di polizia, come si ricorderà, scattò pochi giorni dopo l’ancor più grande intervista del rais al Sisi al giornale la Repubblica. Così grande che fu pubblicata in due puntate. L’impegno assunto formalmente per la verità in quella sede forse determinò un po’ di frenesia, e la fretta non è mai una buona consigliera. Ci rimisero soprattutto i malcapitati e accoppati malviventi, purtroppo incolpevoli del delitto Regeni e però misteriosamente finiti in possesso del passaporto di un cittadino romano. Ora la fretta non consiglierà più soluzioni rapide e strampalate. Ci penseranno mezzi e istruttori romani a rendere più accurate le mosse egizie.

Abd al-Fattāḥ al-Sīsī

Più complesso è lo scenario in Libia, dove il Faraone non c’è, piuttosto un sistema di “potere diffuso sul territorio”. Qui c’è una sorta di partenariato tra proconsoli, e quindi i pirati risponderebbero a più centrali di potere: i pirati del clan al Ammu a un ministero del governo Sarraj, il clan al-Dabbashi a un altro. Ma se si sfidavano nella gestione delle vittime del traffico, potranno unirsi nel fermarlo se il committente è lo stesso… Con loro, sulla stessa barca politica, c’è anche un certo Bija, che secondo l’Onu è in affari con il capo della Petroleum Facilities Guard e gestisce la milizia al-Nasr. Mettendo in piedi la Guardia Costiera libica e affidandola a lui forse il coordinamento potrà funzionerà. A ciascuno il suo… E poi, decisivo, c’è l’uomo forte del nuovo Faraone, il generale Haftar, col quale completare il controllo della costa.

C’è chi assicura che ci chiederanno qualche altro aiuto per migliorare la qualità del ristoro e delle coperte da offrire ai migranti in vista dell’imminente inverno. Pompeo ci pensa, magari presentando il suo intervento come sostegno alle “municipalità”, i cui amministratori sono eletti con il ben noto libichellum, e ansiosi di offrire servizi di qualità agli ospiti stranieri.

Il rischio è solo che qualcuno, memore della condanna di Roma nel 2009 per i respingimenti, possa accusarci di aver fatto lo stesso armando e inviando personale a bordo delle motonavi della guardia costiera libica del giovane Bija. L’ultima sfida prima di aver rifatto del Mediterraneo il “Mare Nostrum” sarà spiegare che in realtà si voleva impedire che tornassero i pirati e non fare di loro i proconsoli di un impero che non c’è più, come il “Civis romanus” e quindi i nostri nuovi partner. Una scelta politica che ferma la pirateria e fa dei pirati capi di Stato: scelta discutibile, ma scelta politica: competenza della corte di europea di Strasburgo?

#Regeni. Pompeo Magno e il nuovo Faraone ultima modifica: 2017-09-16T13:19:07+00:00 da RICCARDO CRISTIANO

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