L’acqua del Vaticano non arriva dal cielo

Da 88 anni la Santa sede gode della fornitura gratuita di tutte l’acqua che gli è necessaria. L’Acea (l’azienda per il servizio idrico nella capitale) stima che il consumo annuo di acqua destinata al più piccolo stato del mondo sia pari a cinque milioni di metri cubi per un valore di oltre cinque milioni di euro l’anno.
scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

Da 88 anni – diconsi ottantotto – il Vaticano gode della fornitura gratuita di tutte l’acqua che gli è necessaria. L’Acea (l’azienda per il servizio idrico nella capitale) stima che il consumo annuo di acqua destinata al più piccolo stato del mondo sia pari a cinque milioni di metri cubi per un valore di oltre cinque milioni di euro l’anno.

Non solo, ma il Vaticano riceve tutto il gas di cui ha bisogno senza pagare l’aliquota di accisa, pari al dieci per cento. Quando l’Acea, che era una municipalizzata, è stata privatizzata (1999), al Vaticano è stato richiesto il pagamento del dovuto. Ma la Santa sede ha risposto picche. Allora è intervenuto lo Stato italiano, da un canto per fronteggiare la posizione creditoria di Acea e dall’altro per sanare – ingiustificatamente – una parzialissima parte (25 milioni) del debito accumulato in quasi vent’anni dal governatorato della città del Vaticano.

Come si giustifica la pretesa della fornitura gratuita dell’acqua e, per soprammercato, anche degli scarichi fognari che rientrano nella cessione idrica? Il Vaticano interpreta a suo modo una norma del vecchio concordato del 1929 che è ripetuta senza modifiche nel nuovo accordo del 1984, voluto dal governo Craxi.

L’articolo 6, comma uno, prevede che

alla Città del Vaticano sia assicurata un’adeguata dotazione di acqua in proprietà da parte dello Stato italiano.

La pretesa vaticana è che per “dotazione” d’acqua deve intendersi “fornitura gratuita” e che, per la proprietà transitiva, la gratuità si applica anche all’altro servizio fornito dall’Acea, e cioè la gestione degli scarichi delle fogne.

Ma non basta. Se per acqua e fogne la responsabilità dell’apparente equivocità della norma sta nei due generosi trattati Italia-Vaticano, invece per la riduzione del prezzo del gas metano – con il non pagamento dell’accisa – va chiamato in causa il governo “tecnico” di Lamberto Dini.

Nel decreto legislativo n. 504 del 26 ottobre 1995 (testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e i consumi) è stata infilata una minuscola norma che esenta il Vaticano dall’imposta. Una misura fatta a misura delle fameliche esigenze dello Stato più piccolo del mondo, ma solo geograficamente.

La questione è stata posta alla Camera dal deputato Maurizio Bianconi (gruppo misto) con una interrogazione al presidente del consiglio e al ministro dell’economia e delle finanze.

L’iniziativa pone due diversi problemi. Da un lato

se non sia opportuno assumere le iniziative di competenza per concordare con la Santa Sede la cassazione della clausola del trattato firmato dal presidente del consiglio pro tempore Benito Mussolini e dal cardinale Gasparri l’11 febbraio 1929 e del successivo accordo Craxi-Casaroli interpretata poi come fornitura gratuita del servizio idrico

e dall’altro

se non si reputi opportuno assumere le iniziative di competenza per cassare dal testo unico delle accise di cui al decreto legislativo n. 504 del 1995 la menzionata esenzione a favore della Santa Sede.

Nessuno s’illude che nel breve spazio che ci separa dalla fine della legislatura la questione sia affrontata, e men che mai risolta in senso favorevole allo Stato italiano. Ma l’iniziativa ha un evidente valore politico: di fare emergere le dimensioni affaristiche dei benefici assicurati senza alcun motivo al Vaticano. Benefici peraltro non limitati alle forniture di favore di servizi civili.

Come dimostra un’altra vicenda assolutamente insopportabile che ytali denuncia da tempo: Lo Stato italiano stanzia nove milioni e mezzo di euro l’anno per pagare profumatamente i cappellani militari cattolici (non esiste alcuna “assistenza spirituale” per i soldati di altre religioni), e per assimilarli nei gradi e negli stipendi agli ufficiali con sbalorditivi criteri gerarchici: da generale di corpo d’armata, di divisione e di brigata a colonnelli, a capitani, a tenenti.

Qui, a differenza che per l’acqua, le fogne e il gas, sono in corso da anni dei “colloqui”, degli “approfondimenti”, delle “disponibilità”. Ma non solo non si cava un ragno dal buco: addirittura nel bilancio dello Stato i quasi dieci milioni l’anno per i cappellani nominati dal Vaticano sono stanziati almeno sino al 2019 compreso…

 

L’acqua del Vaticano non arriva dal cielo ultima modifica: 2017-09-21T18:19:27+00:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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