Madrid-Barcellona, un’esplosione lunga quarant’anni

Il piano inclinato che sta facendo precipitare la Spagna verso lo scontro istituzionale può trascinare con sé il senso e il ruolo dell’Unione europea. Ma come si è arrivati a questo punto? Il percorso e i protagonisti di una rottura annunciata
scritto da ETTORE SINISCALCHI

Gli arresti dei membri del pool che si occupa per conto del vice presidente catalano, Oriol Junqueras, dell’organizzazione del referendum del primo ottobre, avvenuti giovedì mattina, costituiscono l’esplosione dello scontro istituzionale tra Madrid e Barcellona. Uno scontro, va detto senza ambiguità, pervicacemente e irresponsabilmente cercato da entrambe le parti.

Dopo anni di escalation verbale e simbolica, di evocazione dell’invasione spagnola da una parte, della difesa dell’unità nazionale e costituzionale contro l’eversione secessionista dall’altra, con la produzione del primo atto concreto verso l’indipendenza da parte del Parlamento catalano, la crisi politica della Spagna è esplosa. In una forma che sottolinea tutte le debolezze e le tare del sistema spagnolo così come l’abbiamo conosciuto in quarant’anni di democrazia. Il sette settembre scorso il Parlament di Barcellona ha varato la Legge di Transitorietà, il testo che accompagna il distacco della Catalogna dalla Spagna passando per la celebrazione del “referendum” del primo ottobre – tra virgolette perché l’appuntamento è carente delle garanzie proprie di una consultazione popolare diretta.

Il governo di Madrid si è rivolto alla Corte costituzionale per invalidare la legge e, ottenuta una deliberazione in tal senso, ha iniziato un’opera di repressione della consultazione illegale, con sequestri di materiale informativo, schede e urne elettorali, oscuramento di siti web dedicati alla consultazione, che hanno tenuto banco tutta la scorsa settimana.

Madrid ha anche commissariato le finanze catalane, con lo scopo dichiarato di controllare che il denaro pubblico non venga utilizzato per la consultazione. Un atto che sembrava servire soprattutto a evocare la possibile attuazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola – che prevede, nel caso in cui un governo autonomo non applichi norme costituzionali o leggi dello Stato, che il governo possa, con l’approvazione a maggioranza assoluta del Senato, “adottare le misure necessarie per obbligarlo al compimento forzoso di dette obbligazioni o per la protezione dell’interesse generale”.

Però il blocco è totale, dalle carte di credito degli uffici al pagamento degli stipendi, delle forniture, delle restituzioni dei finanziamenti. Mentre si mette in moto un complesso meccanismo che dovrebbe garantire i flussi di cassa, certificando la mancanza di legami tra ogni singola spesa e la consultazione, gli arresti sono giunti a complicare la vicenda, colpendo la dirigenza delle Finanze dell’Autonomia che non può apporre le firme necessarie per le operazioni.

Sul piano formale la questione appare chiara, perlomeno nel racconto parziale e omissivo che ne fanno i protagonisti. Un governo locale sfide le norme costituzionali e l’unità nazionale, il governo centrale si rivolge al Tribunale Costituzionale che sancisce l’illegalità degli atti e fa quindi partire un meccanismo teso al ritorno della legalità (e questa è la versione apparentemente più solida). Oppure, sul fronte indipendentista, un popolo chiede l’autodeterminazione, le sue istituzioni producono un meccanismo democratico vincolante per la verifica e l’eventuale affermazione di questa libera volontà, un stato ostile produce una reazione nel segno della repressione autoritaria. Sarebbe semplice, se non fosse che il contesto spagnolo diffonde la sua luce disegnando profili molto diversi rispetto a queste opposte ricostruzioni.

E il contesto ci dice che la “rottura catalana” altro non è che una “rottura spagnola”, una nuova rappresentazione della crisi della Spagna democratica e del patto sociale e politico che ha consentito, dalla morte del dittatore Francisco Franco a oggi, di costruire il paese che conosciamo. Ma che forse non esiste più.

Una crisi spagnola e una crisi drammaticamente europea. Un’Europa vive le sequele della fine degli equilibri geopolitici del ‘900 nella forma di una serie di crisi successive, economiche, militari, territoriali e politiche. E di una crisi progettuale che riporta in auge prospettive identitarie, nazionalismi, la convinzione che si debba ripartire dal proprio recinto per attuare la palingenesi che risolverà tutti i problemi.

DEMOCRAZIA EVOCATA E DEMOCRAZIA NEGATA

Entrambi i fronti inalberano la bandiera della difesa della democrazia per sostenere le proprie ragioni. Democratico è il processo che mette in piedi il meccanismo secessionista, democratica è la risposta del governo centrale. Nei fatti, entrambi attuano in spregio di essa, utilizzando strumentalmente o non osservando garanzie e norme poste alla tutela della rappresentanza e della democrazia.

Il governo di Madrid ha varato negli anni leggi pericolosamente autoritarie. Su tutte la cosiddetta “Legge museruola”, che limita il diritto di espressione delle opinioni e quello all’informazione, tanto da essere oggetto a più riprese e a diversi livelli da richiami delle istituzioni europee e internazionali. Il governo appoggia la sua azione sulle deliberazioni del Tribunale costituzionale, che rendono formalmente ineccepibili i suoi atti, ma occorre sapere che la Corte non è più quella pensata dalla Costituzione democratica e che il suo ruolo e le sue funzioni sono state profondamente mutate nel 2015. La Costituzione spagnola, a differenza della nostra o di quelle francese o tedesca, che pure furono modelli ai quali i costituenti spagnoli guardarono nel 1978, non è una Costituzione “rigida”, ovverosia un testo le cui eventuali modificazioni siano sottoposte a un processo formale determinato che impone passaggi parlamentari certi, maggioranze qualificate, verifiche popolari attraverso passaggi referendari – le cosiddette “procedure aggravate”.

La Costituzione spagnola è un testo “flessibile”, come si dice in termini giuridici, ovverosia che può essere modificato attraverso normali e consueti passaggi parlamentari, un testo non poi così diverso dalle leggi ordinarie. Così il primo governo Rajoy, forte della maggioranza assoluta ottenuta nelle elezioni del 2011, modificò profondamente ruolo e funzioni della Corte che, come gli omologhi organismi europei, si limitava a determinare se un testo o una deliberazione di legge aderisse o meno al dettato costituzionale.

L’istituzione fu investita di nuovi poteri, come la sospensione dalle funzioni senza processo di autorità e funzionari pubblici o la possibilità di adottare senza sentire le parti le misure necessarie per assicurare il compimento delle disposizioni che sospendono deliberazioni, atti, attività e funzioni, mutandone sostanzialmente il ruolo. Il tutto avvenne con una riforma legislativa urgente presentata dal solo Pp, che limitò il dibattito parlamentare, cancellò gli emendamenti presentati dalle altre forze politiche e impedì il vaglio del Consiglio di Stato (con un procedere straordinariamente simile, come vedremo più avanti, a quanto avvenuto nel Parlamento catalano in occasione della Legge di Transitorietà).

C’è poi un più generale e profondo problema relativo al potere giudiziario spagnolo, sia riguardo alla sua formazione che rispetto alla separazione dei poteri, che già si manifesta nelle modalità della composizione del Costituzionale. I suoi dodici membri sono infatti nominati, quattro su indicazione della Camera, quattro su indicazione del Senato, due su indicazione del governo e due su proposta del Consiglio generale del potere giudiziario (Cgpj). Se si tiene conto del sistema elettorale spagnolo che, seppur formalmente proporzionale, contiene un forte aggiustamento in senso maggioritario e che il Cgpj, a differenza del nostro Csm, pur essendo un’istituzione indipendente tesa a tutelare la magistratura nel rapporto con gli altri poteri dello stato, vede venti dei suoi ventuno membri nominati da Camera e Senato, si capisce bene come l’effettiva indipendenza della magistratura dal potere politico sia, nei fatti, poco più che formale.

A questo si aggiunge la scarsa apertura democratica del potere giudiziario in generale. Il sistema spagnolo prevede poche garanzie di accesso paritario ai ruoli della magistratura. Gli alti costi del percorso di studi vengono solo parzialmente compensati dal sistema delle borse di studio – in Spagna più sviluppato che da noi ma abbastanza limitato per quanto riguarda gli studi giuridici. Inoltre il percorso prevede un periodo formativo post laurea lungo, costoso e non retribuito. Tutto questo determina una rigidità nell’accesso alla carriera che determina, da un lato, una barriera di classe e, dall’altro, una sostanziale endogamia del sistema giudiziario, al quale accedono soprattutto, anche se non solo, persone provenienti da famiglie di tradizione giuridica, in genere figli e nipoti di magistrati. Una legge che consentì ai funzionari di polizia di accedere alla magistratura non migliorò le cose, consentendo anzi la migrazione di dirigenti della polizia franchista, e della loro cultura politica e sensibilità democratica, nei ruoli della magistratura.

Unito alla discrezionalità dei giudici tutto questo comporta che, effettivamente, il Costituzionale agisca sempre più come vuole l’esecutivo; che i tribunali non tutelino sempre, soprattutto nelle vicende che hanno valore politico, la sensibilità civica della tutela della libertà di espressione e della piena libertà, nel rispetto delle leggi, del gioco democratico degli spagnoli; che l’attenzione dedicata dal Costituzionale e dagli altri livelli giudiziari al governo – o a istanze conservatrici – sia molto maggiore di quella dedicata ad altri: effettivamente, quando il governo centrale si rivolge alla magistratura, a partire dal Costituzionale, questa risponde a stretto giro e quando invece lo fanno altri soggetti istituzionali, per esempio le comunità autonome, i tempi si dilatano, fino all’omissione.

Sul fronte indipendentista pure l’evocazione della democrazia negata da parte di Madrid contrasta con gli atti concreti. Lasciando da parte la violenza verbale, la selezione nei ruoli pubblici, dalle amministrazioni alle università, che predilige i soggetti affini che condividono il nazionalismo catalano, il vittimismo che evoca “l’odio per i catalani da parte degli spagnoli” o piange la supposta ingiustizia delle risorse catalane drenate dallo stato spagnolo, e tutto il corollario di quello che è stato definito il “realismo magico” della ricostruzione catalanista dello stato delle cose – che ha naturalmente il suo corrispondente eguale e contrario nel nazionalismo centralista spagnolo – basta guardare a come la Legge di Transitorietà è stata trattata dal Parlamento catalano. I maggiori esponenti della maggioranza hanno disprezzato gli altri gruppi politici, giungendo a negare con la forza dei voti lo svolgimento della Sessione di controllo, massima garanzia delle opposizioni e delle minoranze parlamentari. Anche qui, grazie alle ambiguità dei testi fondamentali, dallo Statuto catalano (una sorta di Costituzione autonomica) ai regolamenti dell’Aula, che prevedono l’istituto ma non specificano cosa fare nel caso in cui questo venga negato.

 

LA MORTE DELLA POLITICA

Per capire meglio il contesto in cui questa crisi si sviluppa, occorre guardare ai suoi protagonisti. Più che ai singoli politici, che pure contano, ai partiti che rappresentano. In Spagna è arrivata dopo quella crisi che, da noi, ha cancellato dalla mappa i partiti della cosiddetta Prima Repubblica. Sono arrivati i partiti nuovi, Podemos, Ciudadanos e le formazioni che, soprattutto in Catalogna, Galizia e País Valenciano, sono al governo di diverse amministrazioni e sul piano nazionale sono alleate di Podemos. Ma i vecchi partiti, non travolti da un fenomeno palingenetico simile a quello che ha spazzato via i nostri, persistono e lottano disperatamente per sopravvivere.

Il Partido popular attraversa un periodo estremamente difficile. Assediato dalle inchieste per corruzione, costretto ai difficili equilibri di un governo di minoranza, col fiato sul collo di Ciudadanos che si avvicina prendendone l’elettorato nelle inchieste nazionali – e lo ha già sorpassato con grande distacco in quelle catalane – il Pp, già dalla riforma del Costituzionale, ha perseguito la strategia dello scontro tra nazionalismi per sostenere e giustificare il suo ruolo pubblico e politico. La mancanza di qualsivoglia tentativo di affrontare politicamente la vicenda con lo sguardo all’interesse generale. La scelta di appaltare alle aule di giustizia e alle forze di polizia, quindi alla repressione, quella che sarebbe una responsabilità della politica, ovverosia aprire canali di dialogo e di composizione dei contrasti, è apparsa ai popolari l’assicurazione per garantire l’esistenza del partito.

In Catalogna, il sistema che ha governato l’autonomia praticamente per tutta la democrazia si trova in condizioni simili, pur essendo passato per scomposizioni e tentativi di rinnovamento. La vecchia alleanza tra Convergencia i Uniò è stata cancellata, in conseguenza alle perplessità della seconda sull’accelerazione indipendentista della prima. Convergencia è diventata il Partito democratico catalano (PDeCat) mentre Uniò, la componente cattolica del catalanismo moderato, si è dissolta nell’ultima prova elettorale.

Davanti alla crisi di istituzioni e partiti del ‘900, il catalanismo moderato, anch’esso assediato dalle inchieste che disvelano decenni di corruzione istituzionalizzata, ha sacrificato se stesso, negando quarant’anni di buoni rapporti coi popolari e abbandonando la pratica di appoggiare gli esecutivi di Madrid in cambio di maggiori concessioni autonomiche, scegliendo la strada della radicalizzazione indipendentista.

Due sistemi di potere in decadenza che hanno scelto la strada della radicalizzazione dello scontro nella speranza di sopravvivere. Una speranza forse mal riposta, però. Del Pp, inseguito da Ciudadanos, abbiamo già detto. Mentre in Catalogna Il PDeCat si prepara a soccombere all’attacco di Esquerra republicana (Erc) che lavora per sostituirlo nel ruolo di partito dominus dell’Autonomia – come i sondaggi prospettano configurando un sorpasso col doppio dei voti rispetto al PDeCat. Partiti il cui scopo è sopravvivere o prendere il posto dell’alleato/avversario giocano con la democrazia senza curarsi delle conseguenze. Riuscendo, però, a imporre la loro agenda alle altre forze politiche.

Gli altri attori sembrano essenzialmente subalterni. Il Psoe arranca, incapace di ricomporre la frattura interna tra castiglianisti che guardano alla Spagna profonda come orizzonte del paese tutto e coloro che vorrebbero riprendere il filo della riforma del patto nazionale, rispolverando l’ipotesi federalista che il Psoe sacrificò, come l’ipotesi repubblicana, alle esigenze della Transizione. Lo spettacolo del gruppo parlamentare del Psoe che, pur sottolineando la mancata volontà di dialogo politico da parte dell’esecutivo, appoggia il governo nell’applicazione di leggi che a suo tempo definì non a torto autoritarie e indegne di una democrazia europea ci dice tutta la difficoltà di un partito che stenta a trovare una bussola, attraversato dalle divisioni apparentemente inconciliabili che lacerano tutta la Spagna.

Ma anche Podemos e le liste di Convergencia stentano a trovare un’autonomia di elaborazione politica. La subordinazione al feticcio ideologico del “Diritto a decidere”, e quindi a tenere un referendum vincolante; l’insipienza politica del ragionare nei termini del “però il governo attua in maniera antidemocratica”; l’incapacità di dire al suo elettorato che la strada della secessione è impraticabile nella realtà. Sono tutti elementi che incatenano queste forze politiche all’agenda dettata da altri. Presi nella tenaglia della radicalizzazione non riescono a far valere le proprie ragioni.

L’ondata di arresti e la repressione di Madrid li ha visti restringere la loro veduta, “Il problema ora non è il referendum ma quanto fa il governo Rajoy”, ha detto Pablo Iglesias. In questo modo arricchiscono la rendita degli autonomisti, dimenticandosi che coloro che urlano alla lesa democrazia hanno fatto e fanno lo stesso ogni volta che possono. Quando il meccanismo del referendum ha iniziato a mettersi in moto, la sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha guidato un consistente fronte di comuni che si tiravano fuori da una consultazione che non dava garanzie democratiche e non aveva prospettive reali. Le differenze sono state schiacciate dalla radicalizzazione, gli arresti hanno serrato le fila, la voce è diventata afona.

S’aggiunga a questo che la Casa reale non pare essere in grado di intervenire, carente di autorevolezza e di riconoscimento, col giovane re Felipe VI che non ha mai saputo, o voluto, esprimere un ruolo di effettivo garante di tutti. Davanti alla delegittimazione popolare, timorosa per il suo stesso futuro, la monarchia spagnola appare silente, incomprensibile, senza idee per ricondurre alla ragione gli attori politici, tentata dallo schierarsi con le destre che, almeno, non mettono in dubbio la continuità della Corona, anche non trovando nel Psoe senza bussola un interlocutore in grado di sostenerne il ruolo sul fronte politico.

LA DESTRA CHE AVANZA

In tutto questo, la cultura di destra si amplia e si diffonde, contaminando le altre. Cominciarono i socialisti catalani a rompere il muro e affermare che si poteva essere nazionalisti e di sinistra, esclusiva un tempo della sinistra radicale basca. Adesso siamo ormai al “Non si può essere di sinistra se non si è nazionalisti”. O, perlomeno, senza omaggiare il totem del “Diritto a decidere”, in una malintesa idea di democrazia come affermazione del volere della maggioranza e riduzione al momento elettorale, che accompagna una generale perdita di valore della tutela delle minoranze, la ricerca di scorciatoie, spesso autoritarie, l’accettazione dell’illusione che nella propria «piccola patria» si possano emendare gli errori e costruire una nuova giustizia sociale.

Un’idea propria dei nazionalisti anticapitalisti di sinistra della Cup (che stanno al governo col sistema di corruzione che ha retto la Catalogna finora, pensando di portare all’estrema contraddizione il processo indipendentista e illudendosi di istituire con l’indipendenza catalana una “Repubblica popolare”) ma che ha fatto breccia anche in altri settori della società e della politica catalana e spagnola. Questa generale subalternità delle sinistre al nazionalismo, sia esso centralista o periferico, si accompagna al disvelarsi sempre più marcato delle caratteristiche reazionarie e antidemocratiche dei pensieri nazionalisti, alla subordinazione della denuncia delle lesioni della democrazia in conseguenza di chi se ne fa portatore (se è il Pp è più grave). Nazionalismi che sempre più si ritrovano in parole d’ordine di destra, nella definizione di sé attraverso l’omologazione e la stigmatizzazione delle diversità, nel disprezzo del dubbio e della complessità in favore dell’azione come centro della pratica politica.

E L’EUROPA?

L’Europa, intesa come Unione, continua a gestire la vicenda come fosse un fatto interno alla Spagna. È quello che Madrid vuole, accompagnato da segnali circa la chiusura di ogni possibilità di adesione da parte di una Catalogna che si dichiarasse indipendente. Difficile agire verso istituzioni democraticamente elette, come insegnano le involuzioni democratiche polacca e ungherese, ma certo il segno della crisi di un edifico costruito materialmente sui conti, lasciando il progetto di fondo come inteso e come prospettiva certa e autorealizzante. Ma non è così.

Come con la crisi greca, la dimostrazione dell’incapacità di elaborazione collettiva di un continente al quale, dopo le tragedie del ‘900, lo scorso secolo offrì la possibilità unica nella storia dell’umanità di un’unione di stati che non passasse per guerre e annessioni ma per la consapevolezza che mai più nazionalismi e religioni l’avrebbero insanguinata. Anche per questo lo scontro tra i nazionalismi iberici è un problema che la riguarda, che ci riguarda, da vicino. Il piano inclinato che sta facendo precipitare la Spagna verso lo scontro istituzionale può trascinare con sé il senso e il ruolo, già messo duramente alla prova, dell’Unione europea.

Madrid-Barcellona, un’esplosione lunga quarant’anni ultima modifica: 2017-09-21T21:56:50+00:00 da ETTORE SINISCALCHI

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