S-400 russi a Erdoğan. Ma la Turchia non è più nella Nato?

La politica degli armamenti è tutto meno che neutrale rispetto alla posizione internazionale di un paese: Dunque, l’acquisto da parte di Ankara del sistema d’arma antiaerea è una importante novità geopolitica.
scritto da FRANCESCO MOROSINI

Il più avanzato sistema d’arma antiaerea (missili superficie/aria il cui acronimo inglese è Sam) a disposizione di Mosca per la protezione del proprio spazio aereo è l’S-400. Si tratta di un gioiello della produzione militare russa, il cui analogo in Occidente è costituito dai Patriot statunitensi, sebbene taluni sostengano addirittura la superiorità del sistema russo. Per capirne l’importanza politico-strategica basta ipotizzarne l’effetto sugli equilibri militari qualora Mosca decidesse di dotarne Pyongyang; o, più realisticamente (ma è comunque difficile data l’attenta diplomazia russa verso Israele) Teheran.

Ovvio, quindi, che la vendita da parte di Mosca dei sistemi S-400 presupponga un acquirente giudicato da essa molto amico; per non dire alleato. Ecco perché, quindi, fa un certo effetto la notizia dell’accordo tra Mosca e Ankara per l’acquisto, da parte di quest’ultima, dei sistemi S-400; il motivo è che la Turchia, come membro dell’Alleanza atlantica (Nato), dovrebbe difendersi, più che essere difesa, dai sistemi d’arma russi. Ne consegue che siamo in presenza di una doppia sberla: a Bruxelles, in quanto sede della Nato; e, per sua interposta persona, a Washington.

Certo, almeno formalmente, tuttora la Turchia fa parte della Nato, anzi, ne è un perno decisivo nel suo fronte Sud. Pur tuttavia, è quantomeno strano, e apre molti dubbi sulla reale posizione turca, che, come detto, il suddetto “perno” costruisca la sua difesa antiaerea con sistemi d’arma della potenza moscovita. In fondo, merita ricordare che la Nato – al di là dei tempi, passati velocemente, di un’integrazione in essa del Cremlino nel nome di una Grande alleanza tra Usa, Unione europea, Russia, India e Giappone per contenere Cina e Islam (una sistemazione dottrinale di ciò in Carlo Pelanda, “La Grande alleanza”, Franco Angeli) – ha come sua missione, costitutiva, ora riaggiornata al dopo Urss il contenimento di Mosca in Europa; dunque, guardando dalla Turchia, inevitabilmente in Eurasia. E cambia poco, in questa prospettiva, se dinnanzi alla Nato c’è il Cremlino di Putin, oppure ci fosse ancora l’Urss comunista o, perfino, la San Pietroburgo degli zar.

Proprio per questo, autointerpretando la Nato la propria missione attraverso una lettura geopolitica come quella appena richiamata, potrebbe stupire che, alla notizia del prossimo schierarsi in Turchia dei sistemi S-400, le reazioni a Bruxelles abbiano esibito finora un aplomb quasi incredibile. Presumibilmente spiegabile, pur dinnanzi al fatto che la decisione voluta dall’attuale capo dello stato e leader turco Erdoğan oggettivamente lacera l’Alleanza atlantica, in ragione di Realpolitik. In altri termini, dinnanzi all’attuale complessa situazione in Medio Oriente ed Eurasia, il basso profilo in materia di Bruxelles, e, alle sue spalle di Washington, avrebbe come scopo la volontà di trattenere, o illudersi di farlo, il più possibile Ankara in Occidente; e questo anche al prezzo di consentirle di fare il “gioco dei due forni” tra Washington e Mosca.

La qualcosa significa che la Nato ha problemi di tenuta, quantomeno nel suo fronte Sud, difficili da sbrogliare. Certo, è vero che, in linea puramente teorica e ingenuamente apolitica (cioè irrilevante), gli acquisti dei sistemi d’arma appartengono alla disponibilità dei singoli Stati membri. Peccato, però, che i sistemi d’arma debbano essere integrati, oltreché politicamente pure in termini tecnico operativi, logistici, tra alleati che siano tali, cioè militarmente efficienti; e che, conseguentemente, chi “fa la spesa altrove” sposta il suo baricentro geopolitico altrove.

Erdoğan presiede il consiglio per ls sicurezza nazionale nel palazzo presidenziale

D’altronde, da sempre il marketing militare ha come fine quello di creare legami, ed anche dipendenze, tra paesi alleati, nonché di penetrazione in altri magari prima nemici (basta pensare, al riguardo, a quanto è accaduto progressivamente nei paesi dell’ex Patto di Varsavia). Insomma, essendo la politica degli armamenti tutto meno che neutrale rispetto alla posizione internazionale di un paese, l’acquisto da parte di Ankara del sistema S-400 è una importante notizia geopolitica.

Paiono passati secoli da quel 24 novembre 2015 quando un F-16 – al tempo, con la Turchia più vicina agli Usa, appariva logico che l’aeromobile della Turkish Air Force fosse di origine statunitense – abbattè un Suhkoi Su-24 russo. Purtuttavia, al di là della rischiosità della crisi (il combattimento tra il velivolo Nato e il moscovita avrebbe potuto generare reazioni difficilmente controllabili), già allora, sebbene sottotraccia, si evidenziava la chiara volontà della Turchia di Erdoğan ad avere una strategia geopolitica quantomeno debordante il quadro Nato. Purtuttavia, l’adozione del sistema S-400 denota un salto di qualità.

È lo sviluppo della crisi siriana e di quella che si chiama “guerra all’Isis” – dove i vari attori sul terreno sono portatori di interessi talvolta divergenti e talaltra convergenti (ben evidenziati dall’evoluzione recente dei rapporti Mosca/Ankara) -, a ridefinire i rapporti di Erdoğan con l’Occidente. Infatti, al tempo dell’abbattimento del Suhkoi Su-24, Ankara puntava, nel quadro di una più ampia strategia neo ottomana, a sostituire, a fini di egemonia nell’area, il regime alauita di Assad con uno sunnita di cui avrebbe potuto presentarsi come garante; viceversa, il Cremlino tutelava il regime al potere a Bagdad, in accordo con l’Iran, per garantire la propria proiezione strategica nella regione (a partire dalla sua base navale siriana di Tartus di cui un accordo del gennaio di questo anno ne consente il potenziamento delle capacità militari).

Ciononostante, l’evoluzione delle armi sul campo, rafforzando il ruolo curdo nella “guerra al terrorismo”, ha mutato le priorità geopolitiche di Erdoğan a danno della Nato. Causa di ciò l’appoggio di Washington ai curdi, a dispetto di Ankara. Lo scenario geo-militare politicamente decisivo è la valle dell’Eufrate (Siria orientale), fiume che, nascendo in Turchia, attraversa la Siria a Sud-Est fino ad attraversare il confine con l’Iraq. È qui, infatti, che, via via che l’Isis cede territori, la crisi curda cresce di peso.

Due i motivi: il primo è che i curdo-siriani, nemici al contempo sia dell’Isis che del governo di Assad, tengono, grazie anche all’appoggio aereo degli Usa, le aree a Nord della città di Deir Ezor, principale zona petrolifera sella Siria; il secondo, strettamente conseguente, è che alle spalle di quest’area ci sono i curdi iracheni presto chiamati a decidere l’abbandono dell’Iraq per uno Stato autonomo. Basta sommare i due aspetti per capire come sia ovvio che la Turchia, preoccupata che l’indipendentismo curdo (rafforzato, seppure in funzione anti Isis, dall’appoggio statunitense) si propaghi nel “suo” Kurdistan, percepisca tutto ciò come una minaccia alla propria sicurezza nazionale. Questa l’origine della crescente ostilità di Erdoğan verso gli States, protettori dei curdi, e, come ricaduta di ciò, per la Nato.

Gli S-400 sono il simbolo di questo mutamento di equilibri geopolitici locali e della volontà/capacità della Russia post-sovietica di provare a ristabilire quel ruolo di superpotenza che la discesa della bandiera rossa dal pennone del Cremlino pareva aver relegato al passato. D’altronde, pure l’unipolarismo degli Usa è in difficoltà in Eurasia e in Medio Oriente (una rassegna della situazione nell’area la offre l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, nel suo Atlante geopolitico del Mediterraneo); e questo genera conflitti, magari prima latenti, o a bassa intensità, perché limitati dalle gerarchie di potenza della Guerra fredda; e, attraverso di essi, nuove occasioni per i protagonisti (nel caso Usa, Russia, Turchia, Iran, Iraq e irredentismo curdo) per creare equilibri a proprio vantaggio.

Da questo punto di vista, per Washington il business geopolitico dei sistemi S-400 venduti dai russi dimostra che l’antico alleato ora segue nuove strade, anche lontane dagli Usa. A danno anche della complessiva credibilità politico/militare della Nato.

Tra i punti critici, la questione curda è solo una parte. L’altra è la possibilità di un raccordo tra Iran, la possibile potenza regionale ora dominus nella Siria di Assad, Turchia e Russia capace di ridisegnare, a danno dell’influenza di Washington in loco. La guerra all’Isis, da sempre solo un aspetto parziale del conflitto siriano, doveva anche servire, per Washington, a contenere (è un vincolo della sua alleanza con Riyadh e Israele) Teheran. Ma rischia, per l’evolversi delle alleanza nel terreno (ma anche dalla politica impressa da Erdoğan al Paese anche utilizzando a tal fine quella che per l’opinione turca è la “minaccia curda”) di divenire una difficile crisi del fianco Sud della Nato. Insomma, il sistema d’arma S-400 ricorda come il Grande gioco in Eurasia e Medio Oriente è tuttora in pieno svolgimento. E l’Italia, persa nella sua politica iper autoreferenziale, quantomeno per vicinanza, ne è direttamente interessata.

S-400 russi a Erdoğan. Ma la Turchia non è più nella Nato? ultima modifica: 2017-09-22T22:04:11+00:00 da FRANCESCO MOROSINI

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