Danzare sulla parete. Un grande alpinista si racconta

Conversazione con Maurizio Zanolla, meglio conosciuto come Manolo, arrampicatore, alpinista e guida alpina italiano, uno dei pionieri dell'arrampicata libera in Italia
scritto da ENZO BON

Mi convinco sempre di più che sia solo una questione di piani e di prospettive: e penso che se Rudolf Nureyev avesse potuto ballare, per qualche incomprensibile magia, su un piano verticale invece che su un palcoscenico, avrebbe avuto le stesse aggraziate movenze di Manolo. L’idea mi viene guardando alcuni filmati del grande alpinista che trovo su YouTube: devo incontrarlo e voglio andare preparato all’appuntamento. Ho avuto il contatto da amici comuni e Maurizio Zanolla – questo il suo vero nome – mi attende verso le nove nella sua baita alle pendici delle Pale di San Martino.

Parto da Treviso di buon’ora: il cielo è terso, la giornata ventosa; in lontananza i primi monti appaiono leggermente innevati. Ma più che il panorama, a prendermi i pensieri sono le immagini che ho visto nei giorni scorsi: un bel ragazzo sui 25 anni, attrezzato solo con un paio di calzoncini a pois e la sacca di magnesite che affronta, in arrampicata solitaria e libera, una scoscesa parete dolomitica mentre un elicottero lo filma dall’alto. Nessuna sicurezza, nessun chiodo, nessuna corda; sotto di lui centinaia di metri di vuoto. E quella danza “en pointe”, fatta di passi vellutati, ardite spaccate, bilanciati saltelli, millimetriche prese su invisibili appigli che lo portano, metro dopo metro, a conquistare con incredibile naturalezza la vetta. E poi alcune interviste, dove Manolo racconta con disarmante semplicità e indubbia capacità comunicativa come è diventato uno tra i più grandi alpinisti del mondo.

La casa di Manolo (foto di Enzo Bon)

La casa dove vive Manolo è al limitare del bosco: una baita alpina che mette allegria, con una meravigliosa vista sulla vallata. Mi accoglie sull’uscio, mentre i due cani a guardia dello spiazzo antistante si fanno bonariamente sentire. Ci salutiamo con una stretta di mano. Poderosa, la sua: le mani forti e le dita ben tornite sono le stesse con le quali “il mago” – così viene anche chiamato Manolo – riesce a sollevare tutto il suo peso appigliandosi al nulla. Ma sono anche le stesse, mi racconta facendomi accomodare, che hanno costruito, nei primi anni ‘90, quella casa. Partendo da niente, da un fazzoletto di terra con una vecchia baracca.

Ho dovuto installare persino una teleferica – mi spiega mentre entriamo – per trasportare da valle fin qui il materiale. Ho fatto tutto da solo ed è stata una grande sfida, anche perché non avevo mai costruito case.

Una delle molte sfide vinte, mi viene da pensare mentre prepara un caffè.

È una persona che ispira simpatia e fiducia, alla quale ti viene subito da dare del tu, quasi la conoscessi da tempo. Cinquantotto anni, fisico atletico ed asciutto, una voce calda e pacata e gli occhi buoni e chiari che sembrano riflettere il colore del cielo di quelle parti. Sorseggiamo il caffè mentre mi racconta di come ha costruito la sua dimora, delle mille difficoltà incontrate, della grande fatica del vivere in montagna. Non per una quindicina di giorni, in villeggiatura, sottolinea, ma per sempre, estate ed inverno. Di come sia tutto più complicato, come quando ad esempio ha dovuto sistemare lui, con l’aiuto di due amici, l’irta strada comunale che porta a casa sua e che stava franando.

Archivio fotografico Maurizio Zanolla

Mi propone di fare una passeggiata nel bosco, così si chiacchiera meglio, magari portando con noi anche i suoi due cani, Tex e Bebe, che subito apprezzano l’idea scodinzolando. E inizia a parlare, raccontando di come è cominciata la sua passione per la montagna e l’arrampicata.

Sono nato a Feltre, circondato dalle montagne, ma il mio orizzonte finiva dove terminano i prati. I monti, per mio padre e la mia famiglia, erano territorio inutile, zone pericolose, da guardare a distanza e con rispetto. Mi facevano paura, e ricordo le vacanze in Cadore, ospite di amici di famiglia che chiamavo zii, dove le dolomiti incombenti erano per me motivo di inquietudine. Pensa che non conoscevo neppure il nome dei monti davanti a casa mia.

Mi confessa che le uniche montagne che apprezzava erano quelle stampate sulla carta del cioccolato svizzero che il padre emigrante gli portava qualche volta a casa, e quelle disegnate nel sussidiario delle elementari.

Dopo la scuola dell’obbligo si iscrive alle professionali;

ma non avevo voglia di studiare e sono andato a lavorare presto, prima in una birreria e poi come manovale.

Erano i difficili anni ‘70, che Manolo ricorda come momento di crisi ma anche di grande cambiamento: pochi i divertimenti e grande il rischio di passare al bar del paese il tempo libero.

La mia fortuna è stata quella di essere curioso, di iniziare cioè a voler scoprire quello che si celava dietro a quei profili scuri delle montagne; e quella di incontrare un amico che mi ha consigliato di frequentare, vicino a Feltre, alcuni ragazzi che si allenavano a scalare un piccolo pezzo di roccia, quasi fosse una sorta di palestra.

Perché quelle montagne che il piccolo Maurizio Zanolla temeva, ora diventano invece il confine dell’ignoto al quale l’adolescente Manolo vuole traguardare.

Ricordo la prima volta che sono arrivato sulla cima del monte più vicino a casa mia, sulle Vette Feltrine, percorrendo un banale sentiero. Mi sono guardato attorno e ho scoperto un mondo fantastico che non avevo mai visto prima e che non avrei mai immaginato: vedevo da una parte il mare che sembrava una grande pozza lucente, e dall’altra un mondo infinito di guglie, a perdita d’occhio.

Archivio fotografico Maurizio Zanolla

Osservo lo sguardo di Manolo, che quasi si perde in quell’infinito leopardiano mentre parla gustando le parole e sottolineandole con inaudita forza. Perché quello è forse il momento nel quale capisce che i monti che temeva, in realtà erano da sempre parte di lui. Tanto che, quando in quella sorta di piccola scuola di alpinismo che frequenta gli fanno fare i primi metri su una parete rocciosa, lui si accorge che la cosa gli viene naturale.

Era una sensazione davvero strana, come se avessi scalato da sempre, mentre in precedenza avevo provato altri sport ma facevo molta fatica e c’era sempre uno più bravo di me, anche se mi impegnavo molto. Nella palestrina di roccia, invece, nel giro di poche ore avevo già fatto tutti i percorsi e non mi rendevo neppure conto di come gli altri trovassero difficile fare quelle piccole scalate.

Mi confessa con umiltà e quasi con dispiacere che nel giro di qualche anno i suoi compagni di arrampicata non erano più in grado di seguirlo, anche perché lui si mette in testa la strana idea che gli scarponi non siano adatti per scalare, e neppure i chiodi servono un granché.

La cosa che mi sembra davvero strana è come un ragazzino quale ero allora, nel giro di poco tempo avesse già le idee chiare su come doveva essere il suo modo di fare alpinismo: cioè senza usare gli scarponi, che sostituivo con le scarpe da ginnastica suscitando l’ilarità dei miei compagni; e senza chiodi, perché ritenevo che fossero inutili per la progressione dell’arrampicata. E poi mi sono da sempre fatto una domanda alla quale non sono mai riuscito a darmi una risposta: non capisco davvero come già allora mi fossi dato l’obiettivo non tanto di arrivare in cima, ma di come ci arrivavo, cioè della qualità dell’arrampicata, che per me era fondamentale.

Una sfida – un rigore come lo chiama Manolo – che rispetterà sempre nel corso della sua carriera alpinistica che lo ha visto scalare e aprire innumerevoli vie sulle Dolomiti e sulle più impervie montagne di mezzo mondo con uno stile quasi di danza unico e inafferrabile, facendogli correre innumerevoli rischi, ma dandogli anche la meritata fama di essere uno dei più creativi innovatori del moderno alpinismo, dove i gradi di difficoltà di arrampicata si estendevano proprio in ragione delle sue imprese.

Mi ero chiesto da subito chi avesse avuto quasi l’arroganza di affermare che il sesto grado superiore fosse il massimo a cui poteva aspirare uno scalatore, perché secondo me il migliorare, il puntare a mete superiori è una aspirazione umana che non può porsi limiti teorici. Mi sono dunque accorto che non bastava più il massimo grado di difficoltà allora esistente per descrivere le vie che percorrevo e che occorreva estendere la scala, cosa che poi è avvenuta, arrivando ora al dodicesimo grado. Così come all’epoca si è iniziato a portare avanti un nuovo tipo di alpinismo, di arrampicata libera, ora molto diffusa, ma che allora era tutta da inventare, compresi i materiali, le vie, le tecniche, gli allenamenti.

Manolo si dice grato alla montagna, che gli ha dato molto nella sua vita, e gli ha permesso di vivere esattamente come voleva, in libertà, mantenendo la passione senza che questa diventasse lavoro.

I monti mi hanno davvero dato la possibilità di mantenere un equilibrio e di conoscermi nell’intimo, attraverso esperienze che mi hanno profondamente cambiato. All’inizio vedevo nelle rocce il caos assoluto ma dopo, con una visione più ampia che ho maturato nel tempo, quello che credevo caos diventava perfezione assoluta e per certi versi irraggiungibile. Ho iniziato a vedere le cose in modo diverso; e ho pensato che Michelangelo fosse un artista portentoso, ma non era nulla in confronto a quelle rocce, messe lì in un modo meraviglioso, e allo stesso tempo talmente fragili che possono scomparire in un attimo, mutare per sempre con una precarietà che a sua volta è perfezione. E poi ho capito che bisogna rispettare quell’ambiente, senza sentirsi bravi o peggio superuomini, ma avendo la fortuna di poterci entrare e poi di potervi uscire, perché serve sempre ricordare che è la montagna che ti concede di tornare a casa, e che più su vai, più solo sei.

Archivio fotografico Maurizio Zanolla

Gli chiedo se crede in Dio. Mi risponde schivo, dicendo che non è mai stato un buon credente e che non riesce a darmi una risposta, ma che ogni volta si stupisce che torni la primavera. E mi racconta, con gli occhi che gli brillano, di qualche tempo fa, quando una notte ad Aosta ha guardato dentro un grande telescopio e ha visto le stelle: miliardi di stelle, e galassie di galassie all’infinito.

Proprio come la montagna – si ripete – che ti fa vedere cose che ad uno sguardo veloce non vedi, come certi appigli che prima non noti e che poi, dal liscio della parete, ti appaiono e ti salvano la vita.

È quasi mezzogiorno e a breve Manolo dovrà andare a prendere i suoi figli a scuola, perché la moglie è al lavoro. Ci incamminiamo per un sentiero che ci riporta verso la sua baita, seguiti a poca distanza dai fedeli cani. Mi permetto di fargli un’ultima domanda: cosa augura ai giovani.

Che trovino una passione per la vita, come ho avuto la fortuna di trovarla io, perché non è facile avere un lavoro che piace. Ma almeno avere una passione che distrae, che ti fa superare le difficoltà. E poi che siano sempre capaci di sognare, di essere visionari, coraggiosi e un po’ incoscienti, e di aver voglia di provare.

Lo ringrazio per il tempo che mi ha dedicato e lo saluto mentre riparto alla volta di Treviso. Lascio non senza dispiacere la splendida vallata del Cismon mentre ripenso all’incontro odierno. Nei pressi di Quero mi arriva un sms; trovo un posto in cui fermarmi per leggerlo. È Manolo: mi scrive “Ciao Enzo. Grazie per la passeggiata e scusa per la fretta”. Perchè nel mondo di Manolo la fretta non può esistere; perchè è la lentezza che ti fa vedere e toccare cose meravigliose che non vedresti se non procedi lento. Cose che possono salvarti la vita.

Enzo Bon (a sinistra) con Manolo

Danzare sulla parete. Un grande alpinista si racconta ultima modifica: 2017-09-26T19:10:56+00:00 da ENZO BON

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