Lino Selvatico, “incidentalmente” padovano

S'inaugura domani a Padova "Mondanità e passione quotidiana", la mostra dedicata all’opera del grande artista veneto. Ai Musei Civici agli Eremitani. Rimarrà aperta fino al 10 dicembre
scritto da ENNIO POUCHARD

Non è dovuta ad alcuna particolare ricorrenza la mostra “Mondanità e passione quotidiana”, dedicata all’opera di Lino Selvatico (che s’inaugura venerdì 29 settembre a Padova, nei Musei Civici agli Eremitani, e rimane aperta fino al 10 dicembre), bensì al desiderio di ricordare la sua padovanità natia, nonostante sia di solito definito veneziano e per quanto sia avvenuta “incidentalmente”. Padre e madre, infatti, entrambi veneziani di nascita e di residenza, si erano trovati lì, in quel lontano 29 luglio dell’anno 1872, per questioni d’affari.

Prodotta dal Comune di Padova con il “Comitato Celebrazioni Lino Selvatico Pittore”, curata da Davide Banzato, Silvio Fuso, Elisabetta Gastaldi, Federica Millozzi, e ricca di dipinti e disegni, nonché di incisioni finora mai esposte, la retrospettiva, il cui titolo è accortamente modulato sul rapporto tra l’ambiente in cui l’artista era maturato e la sua multiforme personalità, è la più ampia tra quante realizzate finora. Di esse, sono dell’anno scorso: “Una seconda Bella Époque” a Venezia-Ca’ Pesaro e “Simbolo ed eleganza” a Roncade, nei cui pressi si trovava la Villa dell’Orso di Biancade, una delle due residenze familiari di campagna. Per l’organizzazione di queste e di quella attuale hanno giocato un ruolo fondamentale recenti scoperte nell’archivio di famiglia, ora diviso tra la Biblioteca del Museo Correr e gli Archivi Contemporanei di Storia Politica della Fondazione Cassamarca, nella sede di Ca’ Tron a Roncade.

Un’altra villa era a Mira, dove Lino, fresco di matrimonio, scelse di sistemarsi con la moglie nel 1914; la guerra arrivò subito dopo e non interruppe il suo lavoro fino al momento della rotta di Caporetto, quando si trasferirono precipitosamente a Rapallo.

Con la pace, decise di sistemarsi a Milano, nella casa di Corso Porta Nuova abitata in precedenza da Gabriele D’Annunzio, con il proposito di non muoversi più. Purtroppo i suoi spostamenti amava farli in motocicletta, e questo gli fu fatale: era un caldo 15 luglio del 1924 quando, per un incidente tra Spercenigo e Biancade, lo portarono nell’ospedale di Treviso, dove per dieci giorni fecero di tutto per tenerlo in vita, ma inutilmente. Il suo ultimo viaggio fu per la tomba di famiglia, a Biancade.

Eccolo tra i suoi quadri, in una fotografia di poco tempo prima, e la Villa dell’Orso, com’era.

Figlio primogenito di Riccardo – intellettuale di prestigio, poeta e commediografo, sindaco di Venezia e ideatore dell’Esposizione Internazionale d’Arte (diventata poi la Biennale), da lui inaugurata nel 1895, al termine del suo mandato – Lino era stato registrato all’anagrafe come Ercole Galeazzo Giulio Riccardo; non fu battezzato, crebbe e maturò agnostico, ma ciò non gli impedì di dipingere opere devozionali. Fu spinto dal padre a laurearsi in legge a Padova (come gli altri Selvatico maschi), con la speranza di farne il tutore del patrimonio terriero familiare, distribuito tra Venezia, Padova e il Trevigiano; ma quella laurea non ebbe alcun seguito di tal genere.

Riguardo il suo ciclo universitario, è interessante ricordare – più che l’andamento degli studi, su cui sembra ci sia poco da dire – la sua partecipazione alle manifestazioni studentesche del 1892 (non dissimili da quelle del nostro ’68), riguardanti l’intera situazione italiana e represse con “arresti senza discernimento”. Fu lui l’autore di una delle mozioni di protesta distribuite ai giornali, come scrisse ai suoi cari, aggiungendo, per tranquillizzarli, che erano firmate “Gli studenti”.

Un altro argomento di sostanziale importanza, tanto che a esso risale la “mondanità” nel titolo, è stato il salotto familiare, caratterizzato da una signorilità condita con il pizzico di non-so-che dovuto in parte al quarto di sangue blu portato dalla nonna paterna, contessa Luigia Cortesi. Quanto alla “passione quotidiana”, è dai letterati e artisti presenti tra gli abituali frequentatori – in gran parte esponenti dell’elegante aristocrazia fin-de-siècle – che egli può aver tratto il fascino per l’arte. Nel perseguirlo seguì i passi del fratello più giovane, cresciuto senz’alcuna preclusione da parte del genitore, che lo precedette anche alla Biennale; a Lino quelle porte si aprirono due anni dopo, nel 1899.

Dei suoi dipinti fino a questo punto è da ricordare la grande “Deposizione” (270 x 180 cm), appartenente a un collezionista privato e giudicata non esponibile a causa del cattivo stato di conservazione; in essa, il volto di Cristo pare abbia un po’ delle sue sembianze.

Deposizione (collezione privata)

Sarebbe l’atto primo che fu all’origine dei suoi esordi fortunati: in breve il pittore divenne il principale referente per la ritrattistica veneziana (la rivista di Lipsia Kunstchronik lo definì il miglior giovane ritrattista italiano), alimentata da non comuni doti promozionali. Alta borghesia, nobiltà e persino regnanti furono i suoi committenti: un autoritratto gli fu acquistato da Umberto I, nel 1900, per la somma allora favolosa di cinquecento lire; e nel 1922 fu chiamato a Madrid da Alfonso III di Borbone, l’ancora giovane monarca spagnolo. Tra le donne troviamo pure Irma Gramatica, ma a Venezia si parlò molto dei ritratti fatti a gentiluomini come Giuseppe Volpi (non ancora conte di Misurata, titolo concessogli quale governatore fascista della Tripolitania), a un membro di casa Cicogna e a Cesare Sarfatti, rampollo di nobile schiatta e marito della più celebre Margherita, socialista, poi fascista e amica-amante-mallevadrice-biografa di Mussolini, creatrice, nel 1922, di “Novecento”, il movimento artistico di Sironi, Funi, Oppi etc. L’amicizia con i Sarfatti valse a introdurlo nell’ambiente milanese, che divenne il punto chiave per il suo lavoro.

In apertura del catalogo, Davide Banzato, direttore dei Musei Civici di Padova, sottolinea come nel suo stile, sostanzialmente realistico, Lino abbia assorbito modalità proprie del Simbolismo e del Liberty, da cui sembra sia andato staccandosi dopo la prima partecipazione alla Biennale. Fermi restando, però, l’attenzione per la pittura settecentesca inglese (forse più Gainsborough che Reynolds), e per gli eventi d’arte europei, fatta eccezione per le dilaganti avanguardie.

L’esposizione si apre con il capitolo “Modernità”, in cui compaiono l’autoritratto di tre quarti (1922), i ritratti della madre, Carlotta Charme detta Nina, a mezzo busto (1906) e della moglie, Francesca, a tutta figura e quasi grande al naturale (1914).

Dal virtuosismo pittorico delle immagini che seguono risulta evidente l’inclinazione di Selvatico a esaltare la bellezza di creature fascinose:

Passando alla seconda sezione, “Vita quotidiana”, si nota che non minore fu l’importanza data ai bambini, numerosissimi eppure piuttosto trascurati dalla critica.
Ecco il figlio Riccardo, dapprima lattante, poi – un po’ cresciuto – in braccio alla madre, infine quasi adolescente.

Qui invece – siamo nel 1921 – c’è la famiglia al completo,…

Paesaggio alla Mira, 1921

…dove Sara non è la secondogenita di Lino e Francesca, ma la loro amatissima cagnolina.

“Sempre alla sfera dell’intimo è dedicata la sezione intitolata “Francesca, la moglie”:

 

Cosa penserebbe oggi Francesca, vedendo che alle proprie raffigurazioni fanno seguito le sensuali immagini che hanno come titolo “La donna”? Come si potrebbe farle metabolizzare il fatto che la differenza sta in uno sguardo bramoso che potrebbe essere stato quello del consorte?

Comunque, nessuna di queste femmine è mai volgare.
Carnali, però, sì, eccome!

 

“Paesaggi e altri soggetti” è il capitolo che conclude la serie dei dipinti in mostra.

La villa di Biancade

…Quindi, quale accenno a realtà perdute, fatto a chi è troppo giovane per averle conosciute, un insieme di costruzioni familiari dal tetto di paglia…

Casone

…chiamate “casoni”.

Degli “altri soggetti”, propongo un’insolita messa in scena,…

La tentazione

…intitolata “Tentazione”.

La conclusione arriva con “Disegni e stampe”, la produzione più intima per Lino Selvatico, in cui sentiva di poter liberare la fantasia e dai quali non volle separarsi fino all’ultimo:

…una matita e carboncino nero per Riccardo …una in rosso per Francesca, non ancora madre…

…e due stampe:

Nudo che si specchia

…Nudo che si specchia (puntasecca e acquatinta)…

…e come finale…

Ritratto di Giacomo Puccini

la figura prestigiosa di Giacomo Puccini, …

… anche lui tra gli esponenti della cultura nazionale con cui Selvatico intrecciò la sua vasta rete di relazioni.

Lino Selvatico, “incidentalmente” padovano ultima modifica: 2017-09-28T17:40:20+00:00 da ENNIO POUCHARD

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