Diffondere la cultura nel Paese-casa della cultura

Con un più forte collegamento tra il mondo della ricerca e i mass media, un sostegno forte alla scuola e a un suo rinnovamento, una più seria attenzione per gli interessi dei giovani, un sostegno a istanze socioculturali che pur sono sentite, appaiono obiettivi ragionevoli e raggiungibili.
scritto da FRANCO CARDINI

Il 26 settembre 2017, al mattino, il professor Alberto Asor Rosa, l’editore Giuseppe Laterza e l’autore di questa nota sono stati “ascoltati” da alcuni deputati dell’VIII Commissione della Camera (Commissione Cultura) nell’àmbito di un’indagine conoscitiva sulle buone pratiche della diffusione culturale. [L’audizione è stata trasmessa in diretta sulla web-tv della Camera. Per vederla e ascoltarla  clicca QUI]
Personalmente ho presentato non un testo scritto bensì un corposo dossier critico-bibliografico dedicato principalmente alle problematiche della ricerca e dell’insegnamento della storia, mentre per la vera e propria relazione orale ho illustrato una schematica “scaletta” all’uopo preparata, che presento qui di nuovo in sintesi e che, pur non corrisponde in tutto, nella forma, a quanto detto in sede di Commissione, vi corrisponde nella sostanza.

Credo ci si debba anzitutto intendere sul concetto di cultura inteso in una prospettiva sociale, con l’obiettivo primario di giovare alla società civile e di concorrere a un recupero e a un consolidamento dell’autocoscienza identitaria del paese che appare oggi politicamente ed eticamente oggetto di forti e contrastanti dinamiche destabilizzatrici.

In primissima istanza, dev’essere a mio avviso chiaro che, nella sua sostanza profonda, cultura non è sinonimo né d’istruzione, né di educazione, né d’informazione, per quanto è evidente che tali tre componenti ne stanno alla base e alla determinazione di essa sono indispensabili. Ma cultura, per la persona umana in genere e per il cittadino italiano in specie (e penso qui soprattutto ai più giovani) è sinonimo di volontà e di capacità di rimettersi di continuo in discussione: cultura in un paese libero equivale, in ultima analisi, a onestà intellettuale.

Ciò comporta, per il cittadino, un costante e continuo sforzo di aggiornamento e di presenza rispetto ai grandi problemi del suo paese e del mondo. Chiediamoci anzitutto pertanto se, in quale senso e fino a che punto la società civile italiana, nei suoi singoli componenti e nel suo complesso, abbia di tutto ciò chiara e ferma coscienza. Lo stato di degrado crescente delle pubbliche istituzioni, la debolezza e le carenze di strutture e d’infrastrutture (dalla scuola alla sanità ai trasporti alle comunicazioni), l’alienazione rispetto alla vita politica in termini di partecipazione ad essa, l’uso abnorme e squilibrato dei media (con il credito acriticamente concesso a un’informazione mediatica qualitativamente incontrollabile e inattendibile e la crisi dei veicoli di formazione e d’informazione cartacea, segnatamente di libri e giornali), la generalizzata difficoltà d’accesso a un’informazione corretta, lo scollamento fra classe politica e società civile, sono alcuni degli elementi che contribuiscono a determinare un quadro complessivo allarmante.

Eventi recenti e recentissimi che riguardano l’inquinamento, la crisi dei pubblici servizi, il funzionamento universitario, lo stato della sicurezza e perfino la qualità etica dei suoi tutori, sono altrettanti segnali importanti e inquietanti. A ciò si aggiungano la diffusa sfiducia e il crescente disamore nei confronti delle istituzioni culturali portanti della società, a cominciare dalla scuola pubblica: e non pare che scelte recenti di governo quali quelle tendenti alla “manageralizzazione” dei suoi quadri dirigenti e a rapsodiche riforme nelle discipline d’insegnamento – con l’umiliazione di materie come il latino nel liceo classico e la storia dell’arte un po’ in tutte le scuole d’ogni ordine e grado, tanto più grave in un paese come il nostro che vede nel turismo una delle sue principali risorse – tese a privilegiare scelte sedicenti utilitaristiche (come il sostegno al made in Italy o il primato attribuito ad atteggiamenti di tipo aziendalistico), siano suscettibili di migliorare la situazione; mentre uno dei problemi più gravi al riguardo è lo stato di generale prostrazione di un corpo insegnante che al di là dei problemi economici si sente spogliato di quel ruolo e di quel riconoscimento da parte della società che, nei decenni passati, costituiva il nucleo della sua dignità civica.

A ciò concorre l’assenza di un forte e serio piano di riqualificazione e di aggiornamento del corpo insegnante stesso, dipendente anche dalla carenza di rapporti tra docenti universitari e docenti della scuola media, che si dovrebbe istituzionalizzare e regolarizzare appunto in vista dell’aggiornamento stesso.

A fronte di ciò, segnali confortanti vengono dalla sempre più frequente inaugurazione di nuovi strumenti d’informazione e di circolazione delle novità culturali ed editoriali sotto forma di grandi manifestazioni come quelle dei vari festival (della storia, della filosofia, delle religioni eccetera) oppure di cicli di pubbliche lezioni qualificate – come quelle che si svolgono in varie città italiane grazie all’iniziativa dell’editore Laterza – che paiono riscuotere un successo sempre più incisivo.

Nell’estate scorsa, in seguito a una ricerca di Ilvo Diamanti, è emerso che gli italiani guardano con interesse alla difesa dell’ambiente e all’impiego delle energie rinnovabili, mentre una parte di essi considera prioritari la lotta alla disoccupazione e l’investimento su cultura e ricerca. Lo segnalava il 21 luglio scorso, sul Venerdì di Repubblica, un lucido articolo di Curzio Maltese, che peraltro notava come, nelle più grandi e popolari agende televisive, i media accordino poco spazio a questi temi a vantaggio di altri più futili o decisamente diseducativi.

È drammatico il fatto che sia sempre più alto il numero degli italiani che affidano le loro denunzie di casi anche seri e gravi non all’informazione mediatica seria, non alle pubbliche istituzioni, non alla magistratura o alle forze dell’ordine, bensì a certi talk show o a trasmissioni del tipo “Striscia la notizia”.

Un più forte collegamento tra il mondo della ricerca e i mass media, un sostegno forte alla scuola e a un suo rinnovamento in termini culturalmente impegnativi (ad esempio l’istituzione di un serio indirizzo di studio in scienze del turismo a livello universitario e scolastico-superiore, ancora grossolano), una più seria attenzione per gli interessi dei giovani (è mai possibile che, a fronte d’una società giovanile che vive di musica, non esista un insegnamento sistematico di discipline musicali nelle scuole?), un sostegno a istanze socioculturali che pur sono sentite (ad esempio l’attenzione per la gente della “terza età” che non ha potuto studiare da giovane e vorrebbe farlo nei suoi anni avanzati, giovandosi anche dell’allungamento della vita media), appaiono obiettivi ragionevoli e raggiungibili. Certo, le riforme elettorali che allontanano sempre di più la classe politica dalla società civile fino alla separazione netta e all’incomunicabilità reciproca non giovano né alla cultura né, in generale, alla vita del paese.

 

 

Nelle immagini opere di Piero Dorazio (1927-2005)

Diffondere la cultura nel Paese-casa della cultura ultima modifica: 2017-09-30T16:56:34+00:00 da FRANCO CARDINI

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