La sindrome di Stendhal, due secoli fa a Firenze

La "vertigine" nella chiesa fiorentina di santa Maria Maggiore dello scrittore francese che aveva per l'Italia una travolgente passione
scritto da MARIO GAZZERI

Fu come una vertigine. Un’incapacità di “reggere” l’incontenibile bellezza dell’arte fiorentina, un estraniamento, quasi come lo smarrimento che precede l’acme dell’atto amoroso e forse anche l'”aura” che preannuncia un attacco epilettico.

“Un’estasi”

Ne fu vittima illustre, esattamente due secoli fa (1817) lo scrittore francese Marie-Henry Beyle, che assunse poi lo pseudonimo di Stendhal, nella chiesa di santa Maria Maggiore in Firenze, mentre ammirava gli affreschi del Volterrano (Baldassarre Franceschini), un artista ormai quasi dimenticato ma molto ammirato e richiesto nel 17mo secolo. Lo scrittore non si trovava dunque né agli Uffizi né alle Cappelle Medicee, come spesso è stato erroneamente detto e scritto, ed era stato a lungo con il capo rivolto in alto per ammirare i dipinti, assumendo una postura nella quale i più scettici vedono oggi l’origine del momentaneo disturbo. Altri, i più, basandosi su un’annotazione dello scrittore di Grenoble (ripresa in “Rome, Naples et Florence”) sostengono che l’episodio, una sorta di quel che oggi potrebbe essere definito un leggero attacco di panico, avvenne in Santa Croce dove Stendhal era rimasto quasi abbagliato dalle opere dei pittori rinascimentali nella basilica, dove, tra l’altro, sono inumati i resti di tre grandissimi italiani, Machiavelli, Galilei e Michelangelo.

Stendhal, dipinto dal pittore svedese Johan Olaf Sodemark (1840)

La psichiatra italiana

Per descrivere il suo arrivo a Firenze, lo scrittore francese che aveva per l’Italia una travolgente passione (soprattutto per Milano dove visse i periodi più felici della sua vita), nel suo diario di viaggio parlò di “sensazioni estatiche”, di “sublime bellezza” che gli provocarono “palpitazioni al cuore” e “paura di cadere mentre camminava” . Oltre un secolo e mezzo dopo, nel 1979, fu una psichiatra italiana, Graziella Magherini, ad associare il nome di Stendhal a quel genere di disturbo psicosomatico che spesso “affligge” brevemente anche oggi i turisti più fragili, o più sensibili, di fronte alle suggestioni storiche, artistiche e religiose di città, per far solo due esempi,come Firenze o Gerusalemme.

La timidezza “patologica” di Stendhal

E sensibilissimo e pieno di vitalità, spesso compressa, era Stendhal che, da giovanissimo, aveva salutato con entusiasmo giacobino la decapitazione dei reali nella pubblica piazza (suscitando l’orrore dei suoi stessi genitori) e poi aveva seguito il Bonaparte in molte delle campagne militari del condottiero corso. Entusiasta ma timidissimo, con i colleghi scrittori (Flaubert aveva di lui una buona opinione mentre Victor Hugo lo disprezzava letteralmente) e soprattutto con le donne, tanto da non riuscire per molti anni a costruire con loro un rapporto d’amore vero. Il che lo indusse, fin da giovane, a frequentare i bordelli sia a Parigi che a Milano dove sfortunatamente contrasse la lue. Una malattia, la sifilide, che sarebbe stata sconfitta solo con gli antibiotici nel 1945 e che, allora, si curava solo con farmaci palliativi a base di zolfo, bismuto e arsenico.

Stendhal ritratto da Henri Lehamann (1814 – 1882)

“La bellezza, promessa della felicità”

Frequentatore, soprattutto a Milano, di salotti e di teatri (non era difficile incontrarlo alla Scala assieme ai suoi amici italiani) lo scrittore venne anche accusato dagli occupanti austriaci di simpatie verso la Carboneria ed altre neonate società segrete indipendentiste del nord Italia. Questo gli creò più di un problema che lo costrinse a far ritorno a Parigi più spesso di quanto non avrebbe desiderato. Per il resto, girava per l’Italia da solo pur trovando poi ospitalità nelle maggiori città, da Parma a Roma, da Firenze a Napoli, città amatissima dallo scrittore che ne parlò sempre in termini quasi iperbolici, in positivo. Al contrario della Sicilia, da lui definita “celle part de l’Afrique qu’on appelle Sicile”. Conseguenza probabile, questa, di una certa sua insensibilità verso il classicismo e, quindi, per le vestigia della Magna Graecia a fronte del suo entusiasmo per i canoni estetici del Rinascimento che gli fecero dire una volta, appena uscito dagli Uffizi, che “la bellezza in fondo non è che una promessa di felicità”.

Waterloo e l’epitaffio italiano

Stendhal non fu profeta in Francia e forse neanche nella sua seconda patria, l’Italia. Dopo l’ubriacatura napoleonica che lo vide combattere a Borodino e poi fuggire accanto al suo nume alla Beresina, lo scrittore non fece mai mistero della sua profonda passione per l’Italia e, parallelamente, di un certo fastidio per la Francia. Tanto che perfino nella battaglia finale di Waterloo, volle un italiano, Fabrizio del Dongo, che, nella “Certosa di Parma” giunge sul campo di battaglia solo per assistere alla fuga dell’Empereur. L’amore per il nostro paese, che gli aveva fatto conoscere anche la vertigine dell’anima per le sue bellezze rinascimentali, giunse a un punto inaspettato. L’epitaffio che scrisse alcuni mesi prima di morire, recita così, in lingua italiana: “Arrigo Beyle, milanese. Visse, amò, scrisse”. Lo si può con affettuoso rispetto leggere ancor oggi sul cippo della sua tomba al cimitero di Montmartre, a Parigi.

La tomba di Stendhal al cimitero di Montmartre

La sindrome di Stendhal, due secoli fa a Firenze ultima modifica: 2017-10-04T12:59:36+00:00 da MARIO GAZZERI

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