Il discorso del re e il paese reale

Felipe VI non svolge il suo ruolo di arbitro e la sua tardiva e polemica discesa in campo alimenta lo scontro tra il governo catalano e il governo nazionale. Intanto la crisi spaventa il tessuto economico e borghese catalano, le manifestazioni per il dialogo si susseguono in tutta la Spagna.
scritto da ETTORE SINISCALCHI

Grande è la confusione sotto il cielo di Spagna. Che la situazione sia eccellente, però, non è possibile dirlo. Certamente è convulsa e potrebbe sempre prendere una direzione che peggiori le cose.

Il due ottobre vedeva gli indipendentisti del Govern catalano vittoriosi nel braccio di ferro col Gobierno di Madrid. Le immagini della repressione poliziesca avevano fatto il giro del mondo, avevano suscitato una reazione di ripulsa, mai prima d’ora Carles Puigdemont, il presidente catalano, e la causa indipendentista avevano goduto di tanta simpatia da partedell’opinione pubblica internazionale. Madrid con la decisione di impedire il voto con la forza aveva trasformato quella che – dopo la bocciatura da parte del Tribunale
costituzionale – ormai altro non era che un’iniziativa politica senza nessun valor legale, in un caso democratico, un esempio di dubbio uso del legittimo monopolio della violenza da parte dello stato.

Rajoy è riuscito a convertire un’adunata indipendentista in una reazione di rifiuto di un
autoritarismo ottuso. Che la legge che istituiva il referendum fosse stata approvata dal
Parlament catalano in disprezzo delle sue stesse norme di garanzia democratica delle
minoranze parlamentari; che le sinistre nuove di Podemos e della lista Catalunya en
comù, della sindaca di Barcellona Ada Colau, come i socialisti catalani, i sindacati, gli
anarchici e i partiti e gruppi d’estrazione marxista ritenessero quel referendum un affare
del Govern a cui non avrebbero partecipato né boicottato, tutto era passato in secondo
piano.

Davanti alla messa in scena di guerra civile del Gobierno era diventata una
questione di democrazia. Una reazione da parte di Madrid non obbligata, come invece ci
insegna l’esperienza del 2014 quando si tenne un simile referendum, dichiarato illegale
ma che il primo governo Rajoy si guardò bene dal tentare di impedire, e di cui adesso,
infatti, nessuno si ricorda.

Manifestazioni per chiedere dialogo politico ai protagonisti dello scontro istituzionale, organizzate dalla piattaforma Hablemos/Parlem.

Poi è arrivato, dopo giorni di silenzio, il discorso del re Felipe VI. Il re, naturalmente, non
poteva fare altro che richiamarsi alla Costituzione e non poteva certamente tacere il
richiamo a agire sempre e solo nei confini della legge. Eppure il suo è stato un discorso
inutile, se non dannoso per le sorti della crisi che sta vivendo il paese, non tanto per quello
che ha detto quanto per quello che ha taciuto.

Per quanto nella monarchia costituzionale spagnola il re possa fare discorsi pubblici solo
dopo averli sottoposti al capo del governo e aver ottenuto il consenso, quello che è
mancato è stato un invito al dialogo, ad abbassare il livello dello scontro a voler essere
garante degli spagnoli e del bene del paese tutto.

Nel suo discorso Felipe non ha escluso i catalani – come i nazionalisti hanno denunciato –
ma non ha parlato a tutti quegli spagnoli che vogliono dialogo e ricomposizione del conflitto.

Mentre il re preparava il suo discorso, Puigdemont rilasciava un’intervista alla Bbc, dicendo che il Parlament avrebbe preso atto del risultato referendario e dichiarato l’indipendenza unilaterale. Dalla conversazione con la Bbc, il president non ha più nominato la parola fatale. Apparendo poi alle nove di sera, un paio d’ore dopo il discorso del re, l’ha evocata ma non nominata, rimandando al pleno del Parlament di lunedì prossimo.

Intanto, la borsa di Madrid ha cominciato a perdere punti, con le quotate catalane a tirare
la volata verso il basso. Ed è partita la pressione della finanza e dell’imprenditoria catalana
sul Govern per bloccare il meccanismo della dichiarazione unilaterale. Per prima arriva la
deliberazione da parte del Cda del Banco Sabadell di spostare la sua sede sociale a Alicante. Poi la convocazione per venerdì prossimo del Cda di CaixaBank – La Caixa,
istituzione prodiga di iniziative sociali e culturali presente quasi in ogni angolo del
panorama e della vita quotidiana dei catalani (si pronuncia Cascia, e vuol dire Cassa) –
con all’ordine del giorno il trasloco della sede sociale a Palma di Maiorca, nell’autonomia
delle Isole Baleari. Anticipata dal trasloco comunicato oggi come già avvenuto della
holding del gruppo, Criteria.

Ieri è stata la volta di Gas Natural Fenosa – colosso energetico catalano – che ha
annunciato il trasferimento sempre a Madrid. La rottura della diga. Annuncia preparativi in tal senso Abertis, che gestisce autostrade e reti di comunicazione satellitari, (soggetta a
una Opa da parte dell’italiana Atlantia che le impedisce queste deliberazioni ma ha
incaricato le sue strutture di preparare il trasloco); di Freixenet, storico brand del cava, lo
spumante catalano – tanto rappresentativo della Catalogna da essere da anni oggetto di
campagne di boicottaggio da parte di media e organizzazioni della destra spagnola – che
ha fatto sapere che sposterebbe la sede sociale da una Catalogna indipendente; del
colosso del tessile, Dogi, e del gruppo leader della cooperazione, Arquia, anch’esse a
Madrid; dell’italiana Mediolanum, che ha invece scelto Valencia. Una serie di annunci di
fuga dall’incertezza dalle conseguenze della scissione che – per quanto Oriol Junqueras,
cattolico e leader della Esquerra republicana de Catalunya (Erc), abbia tentato di spiegare
con la pressione «insostenibile» da parte del Gobierno – esprime la contrarietà dei settori
economici alla deriva scissionista e la necessità di tutelarsi, e di tutelare investitori, soci e
azionisti, dall’uscita dall’ombrello della Spagna e dell’Europa che deriverebbe dalla
dichiarazione unilaterale d’indipendenza.

Manifestazioni per chiedere dialogo politico ai protagonisti dello scontro istituzionale, organizzate dalla piattaforma Hablemos/Parlem.

Tutte le società hanno dichiarato che lasceranno sportelli e linee produttive in Catalogna,
che preserveranno l’occupazione, ma il messaggio è chiaro: l’ambiguità dell’establishment
economico davanti alla questione secessionista è risolta; la fiducia che il catalanismo
politico sappia dominare il genio del nazionalismo, scatenato nella lotta per conservare
l’egemonia davanti all’attacco di Erc, è esaurita; la delega alla politica catalanista è
revocata.

Questa svolta costituisce forse l’arma-fine-di-mondo per il corpo profondo della società
catalana divenuta indipendentista. Una trasformazione avvenuta negli anni con l’azione
delle organizzazioni come l’Assemblea Nacional Catalana e la Òmnium Cultural.
Sono state queste entità – non governative ma filo governative e dalla Generalitat assistite
finanziariamente – che, con la creazione di strutture organizzative efficienti, diffuse sul
territorio e disciplinatissime, hanno fatto penetrare nella società catalana
l’indipendentismo, un tempo appannaggio di sparute minoranze.

Anc e Òmnium sono state il motore – a partire dalla trasformazione delle Diadas dell’undici settembre da festa nazionale catalana a bagno di folla per l’indipendenza – di quel meccanismo che, su mandato della Generalitat, ha mutato una società forte della propria autonomia e dell’eccezione culturale e linguistica, in una moltitudine che chiede di essere definita come nazione.

Una parte della società catalana, di estrazione principalmente borghese, che vuole
tranquillità e benessere ed è strutturalmente blandamente conservatrice, alla quale era
stata raccontata una indipendenza senza traumi che avrebbe portato a una maggiore
ricchezza senza il fardello spagnolo addosso e che, ora, vede suggerita l’immagine
dell’impoverimento economico prossimo venturo. Le notizie che giungono sono che i paesi al di là del confine autonomico e appena dentro quello valenziano vedono il
pellegrinaggio di catalani che vanno a aprire nuovi conti, che se si va in una filiale della
Caixa a Barcellona per chiudere il conto ne venga offerto un altro domiciliato a Madrid,
che gli studi di commercialisti siano inondati di pratiche di imprese piccole e medie per
cambiare domicilio. Una Catexit al contrario, in un timore che ancora non è panico,
certamente stimolato dalla battaglia comunicativa in atto, ma che è indicativo del delinearsi dello spettro che più spaventa quel tessuto economico e borghese che è la spina dorsale del benessere catalano: l’incertezza.

Tutto questo accade mentre ancora non si scioglie il nodo di fondo, ovverosia se si arriverà alla ricomposizione dello scontro o se questo arriverà alle estreme conseguenze; e quale impatto la vicenda catalana avrà sullo scenario politico e istituzionale di tutta la Spagna.

Restando all’epicentro della crisi, si moltiplicano le richieste di dialogo. Si evocano
mediazioni internazionali, il coinvolgimento della chiesa se non del vaticano, gli appelli
all’Europa perché inizi una mediazione. Si è formata una commissione indipendente di
dialogo che unisce diverse entità e che ha iniziato contatti con partiti e istituzioni.

Apparentemente le posizioni sembrano granitiche. La Generalitat prosegue sul suo
cammino, il Pp dice che con la dichiarazione unilaterale d’indipendenza come prospettiva
non può esserci dialogo. «Non si negozia con la pistola sul tavolo, non lo facemmo con
l’Eta e non lo faremo ora» ha detto il leader dei popolari galiziani, Alberto Núñez Feijóo,
uomo vicinissimo a Rajoy – un paragone che esprime bene l’irresponsabile volontà di
drammatizzazione. Eppure la maggioranza catalana sembra meno compatta di prima. Il
pleno che doveva tenersi lunedì è stato spostato a martedì.

Nel frattempo il Partito socialista catalano (Psc) ha presentato un ricorso al Tribunale costituzionale che è stato accolto, con la dichiarazione di nullità giuridica della prossima seduta del Parlament. Una deliberazione che, attenzione, non ne prevede l’impedimento. Questo cambia il tono cupo che ha accompagnato il tentativo fallito di impedire il referendum. Non arriveranno agenti ad impedire la seduta, non ci saranno scontri.

Già il Psc si era rivolto al Costituzionale per annullare le sedute che avevano portato alla Legge di transitorietà ma inascoltato. Questo, con una suprema corte che, a differenza della nostra, è strettamente legata alle maggioranze politiche nei suoi meccanismi di nomina, può significare che anche a Madrid si cominci a pensare che sia il momento di frenare.

La mossa dei socialisti consente al catalanismo di prendere tempo e aiuta i dubbiosi di Junt pel Sì, la lista che unisce Erc e il Partito democratico catalano (Pdecat), che non sembra più compatta nell’arrivare alla dichiarazione unilaterale. Di fatto solo gli anticapitalisti della Candidatura d’unitat popular (Cup) chiedono esplicitamente di seguire la mappa che la maggioranza si è data.

Il tema ora sempre essere come frenare il meccanismo senza per questo essere sconfitti.
Un equilibrio difficilissimo da trovare, data la propensione del Pp, ben definito come un
partito che sa sconfiggere ma non sa vincere. Se la destra spagnola volesse perseguire
l’umiliazione dei catalani, se questi scegliessero di portare all’estremo la sfida istituzionale,
le cose potrebbero rapidamente degenerare.

Manifestazioni per chiedere dialogo politico ai protagonisti dello scontro istituzionale, organizzate dalla piattaforma Hablemos/Parlem.

Intanto oggi un nuovo attore ha preso la scena. La piattaforma Hablemos / Parlem
ha promosso in tutta la Spagna manifestazioni davanti ai comuni per chiedere dialogo politico ai protagonisti dello scontro istituzionale. Salamanca, Valencia, Málaga e decine di città spagnola si sono riempite di gente; enorme la folla a Madrid nella piazza di Cibeles e piena anche piazza San Jaume a Barcellona. «Sì al dialogo e no all’odio», «Un paese migliore dei nostri governanti» sono gli slogan; magliette bianche e nessuna bandiera spagnola o catalana, sono le insegne del rifiuto dello scontro tra opposti nazionalismi.

Una piattaforma che ha unito studiosi, intellettuali, artisti e amministratori locali,
appoggiata con forza da Podemos, che promosse già la scorsa settimana a Saragozza un
primo incontro e che ha poi riunito nel Parlamento nazionale i partiti che l’appoggiano – i
viola, le liste di Confluencia, il Partito nazionalista basco, con la presenza come
osservatori dei sindacati e di altri gruppi parlamentari. Mancava il Psoe, un partito che non
supera le sue lacerazioni e non riesce a trovare autonomia di elaborazione.

I socialisti hanno comunicato divisione e espresso prospettive antitetiche. Pedro Sánchez
ha provato a ricomporle criticando il governo per la mancata volontà di gestione politica
della crisi ma ribadendo la necessità per tutti di agire esclusivamente nei confini della
legalità. Il gruppo parlamentare ha chiesto una censura per la vicepresidente del Gobierno
Soraya Sáenz de Santamaría per le violenze poliziesche del primo ottobre, ma intanto la
vecchia guardia – Felipe González e Alfonso Guerra, che addirittura invoca l’intervento
dell’esercito – ha chiesto l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, ossia lo
scioglimento del Govern e del Parlament e la sostituzione nelle funzioni da parte dello
stato. Una misura che sarebbe il detonatore di una crisi al buio, ben vista dalle opposizioni
interne, in particolare dalla presidente andalusa Susana Díaz.

Intanto si moltiplicano le richieste di far cadere il Gobierno. Il Psoe è incerto e diviso anche sulla presentazione di una mozione di sfiducia a Rajoy. Questa porterebbe, per il
meccanismo della sfiducia costruttiva, o alla proposta immediata di una nuova
maggioranza di governo o a nuove elezioni. Una maggioranza che in teoria ci potrebbe
essere ma che aprirebbe un percorso per il quale il partito, ma non solo il Psoe, è lungi
dall’esser pronto.

Una nuova maggioranza potrebbe avere forza, infatti, solo poggiando su un percorso che,
andando oltre alla crisi catalana, guardasse alla costruzione di un processo riformatore
profondo dello stato spagnolo. Un processo che vedrebbe il Psoe lacerato tra difensori
dello status quo, quella Spagna delle Autonomie la cui crisi è la madre di tutte quelle che
attraversano il paese – dagli indignados ai fatti catalani, alla nascita dei nuovi partiti e alla
crisi di quelli storici. Un processo che potrebbe giungere al superamento della questione
territoriale spingendosi alla costruzione di uno stato federale – e che, obbligatoriamente,
metterebbe in discussione la monarchia costituzionale spagnola. La terza repubblica
come sbocco della crisi della Spagna democratica della Costituzione del ’78.

Si capisce bene, quindi, come le lacerazioni in atto non riguardino solo la questione
catalana ma l’intera idea di Spagna. Un incubo, per molti in tutti i fronti – anche per chi, sulla continua trattativa tra territori e stato centrale ha costruito nelle Autonomie le sue fortune politiche; per chi quella Spagna in crisi ha costruito e non la vuole vedere discussa ma, soprattutto, per la Corona. Un’opportunità, per chi crede che il paese debba cambiare per sostenere le sfide del presente e del futuro.

Il piano inclinato potrebbe portare quindi in diverse direzioni. In Catalogna si lotta tra chi
vuol prender tempo e chi accelerare. Martedì potrebbe arrivare una dichiarazione
d’indipendenza “posticipata”, un tentativo di tenere insieme il Govern e, da parte del
Pdecat, di trovare un modo per frenare senza risultare sconfitti, rinnovando la trattativa
con Madrid con qualcosa in mano, il referendum – finora aveva solo le enormi richieste
indipendentiste delle Diadas. Ma è possibile che le divisioni tra i referendari possano
portare a un passaggio elettorale. Un voto che potrebbe anche essere nazionale.

Se venisse presentata e passasse una mozione di sfiducia al premier, oppure se lo stesso
Rajoy sciogliesse le Camere – uno dei poteri del capo del governo – per tentare di
capitalizzare nelle urne di elezioni anticipate l’essersi proposto come il difensore dell’unità
del paese e della legalità costituzionale e per approfittare anche della divisione socialista
che sembra irreparabile, si andrebbe a un doppio voto di importanza storica. Uno scenario
convulso ma che, se almeno una parte degli attori politici scegliesse un cammino di
responsabilità (che per il Psoe vuol dire scegliere una strada anche se dovesse portare
alla rottura), offrirebbe un’opportunità a una Spagna in cui dal 1978 è possibile parlare
solo di questioni territoriali: ragionare sulla qualità della democrazia, sulla costruzione di
un nuovo progetto per il paese.

Il discorso del re e il paese reale ultima modifica: 2017-10-07T19:39:49+00:00 da ETTORE SINISCALCHI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento