Che Guevara, un nomade dell’utopia

Il 9 ottobre 1967 fu assassinato a La Higuera, nella selva della Bolivia, dai ranger boliviani e dagli agenti della Cia. Aveva 39 anni. È stato un mito, un’icona, un simbolo. Ma anche un politico, un intellettuale, un rivoluzionario. Un comunista eretico e anti-dogmatico.
scritto da MAURIZIO MATTEUZZI

Ernesto Guevara de la Serna, “medico, soldato e anche banchiere” come si presentò nel 1960 con un tocco di auto-ironia a Jean-Paul Sartre in visita all’Avana, avrebbe da poco compiuto 89 anni.

Ma gli uomini e la Storia cambiarono il suo destino (e quello di Cuba). Il 9 ottobre 1967 fu assassinato a La Higuera, nella selva della Bolivia, dai ranger boliviani e dagli agenti della Cia. Cinquant’anni fa. Aveva 39 anni.

La famosa istantanea di Alberto Korda, fervente sostenitore della Revolución Cubana

In questo mezzo secolo l’immagine del Che potrebbe essere sintetizzata e ridotta a due foto (e una canzone, l’“Hasta siempre comandante” di Carlos Puebla), e innumerevoli sono stati i tentativi di farlo. La foto famosa del “guerrigliero eroico”, dallo sguardo fiero e gli occhi rivolti al futuro, che Alberto Korda gli scattò nel 1960 all’Avana; e la foto altrettanto famosa del guerrigliero sconfitto e oltraggiato sul tavolaccio dell’ospedale di Villagrande, che rimanda irresistibilmente al Cristo morto del Mantegna.

Come scrisse Osvaldo Soriano

l’immagine di quell’argentino morto nella giungla a 39 anni, creatore con Fidel Castro della rivoluzione cubana, fece il giro del mondo collegata con l’idea che gli uomini si erano fatti del Cristo redentore: gli occhi semiaperti, i capelli lunghi, la barba arruffata, i denti perfetti nel rictus di un ultimo sorriso.

Ma la figura del Che non può essere incapsulata in quelle due immagini inevitabilmente stereotipate e neppure in quella, anch’essa obbligata (e da lui stesso a volte richiamata), del Don Chisciotte: il guerrigliero errante come il cavaliere errante di Cervantes impegnato nella perenne e generosa lotta per la libertà.

Archivo/Granma

La personalità, la statura intellettuale e il peso umano e politico di Guevara nei suoi 39 anni di vita, e soprattutto negli undici anni turbinosi della sua “vita cubana” , sono stati molto più di quanto quelle immagini possono trasmettere.

Il Che è stato un mito, un’icona, un simbolo, usato fin troppo fuori e anche dentro Cuba. Ma anche un politico, un intellettuale, un rivoluzionario. Un comunista eretico e anti-dogmatico ( accusato dai suoi detrattori a Cuba e fuori di essere trotzkista o maoista), pronto a riconoscere i propri errori ma coerente fino alla fine, leale.

Come ha scritto Rossana Rossanda,

quel suo comunismo senza partito, quella sua soggettività marcata – solitudine, libertà dal nazionalismo, combattente per la “sua” bandiera – affascinava…

E affascina.

Eppure l’epopea cubana del Che si concluse nel segno della sconfitta, ancor prima della sciagurata e per molti versi incomprensibile (suicida?) avventura in Bolivia. Una sconfitta come ministro dell’industria dopo l’aspro dibattito interno fra il ’61 e il ‘64 sul modello e le priorità economiche. Il Guevara-ortodosso è dapprima favorevole a un piano di industrializzazione accelerato e centralizzato di stampo sovietico per uscire dalla monocoltura della zucchero che rischia di perpetuare la dipendenza da un paese straniero, anche se ora è l’Urss e non più gli Usa.

Il Guevara-antidogmatico però scopre presto le incongruenze dei modelli del socialismo reale: spreco, inefficienza, deresponsabilizzazione, eccesso di burocrazia e di statalizzazione stanno entrando anche a Cuba. Il piano non funziona, l’economia non decolla. Cerca allora di andare oltre le presunte compatibilità dell’economia e tenta di rilanciare il primato della politica rispetto ai dogmi della Realpolitik: la coscienza rivoluzionaria, l’“uomo nuovo”, la critica agli incentivi materiali, “lottiamo contro la miseria ma al tempo stesso contro l’alienazione”, disse marcusianamente allora.

Prevale la linea avversa, quella più ortodossa e filo-sovietica sostenuta Carlos Rafael Rodríguez, che conferma il ruolo trainante dell’agricoltura e della canna da zucchero. Anche quella non funzionerà ma intanto Guevara è battuto, la sua fede nel modello economico sovietico e più in generale in Mosca è intaccata. Intuisce che, se l’esempio di Cuba non verrà seguito nei paesi del Terzo mondo, impegnati nelle lotte di liberazione dal colonialismo, o almeno in America latina, la rivoluzione cubana sarà a rischio o cambierà inevitabilmente i suoi connotati.

Ma è la seconda sconfitta quella presumibilmente definitiva. Il 24 febbraio 1965 il Che è ad Algeri e parlando in una conferenza afro-asiatica sferra un attacco frontale alla politica sovietica dello scambio ineguale verso il Terzo mondo, poco (o nulla) dissimile da quella dei paesi capitalisti. La delegazione dell’Urss s’infuria e protesta ufficialmente con il governo cubano. Quando il Che torna all’Avana a metà marzo 1965 ad attenderlo all’aeroporto ci sono tutte la massime autorità, a cominciare da Fidel. È l’ultima apparizione pubblica di Guevara a Cuba. Dopo un incontro a quattr’occhi di 48 ore, è probabile che il Che abbia preso (o gli sia stata imposta) la decisione definitiva di andarsene. Siamo nel ’65, tre anni dopo la crisi dei missili, e con il blocco Usa già operante. Gli aiuti di Mosca sono vitali.

Pochi giorni dopo, il primo aprile, scrive la lettera d’addio a Fidel in cui comunica la decisione di lasciare l’isola per partecipare ad altre avventure rivoluzionarie:

Altre sierras del mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi. Io posso fare quel che a te è vietato dalle tue responsabilità alla guida di Cuba ed è giunto il momento di separarci.

Dopo la ridda di voci seguite alla sua scomparsa, Fidel leggerà la lettera nell’ottobre successivo in occasione del primo congresso del Pc cubano. Il Che ricomparirà in Bolivia nel novembre 1966 dopo aver passato quasi un anno in Congo nel vano tentativo di accendere un “foco” africano.

A tanti anni di distanza sono ancora due le ipotesi su quel distacco a fronteggiarsi. Una, per così dire ufficiale, sostiene che fra i due leader c’è sempre stato accordo di fondo e al massimo si può parlare di una divisione di compiti: il Che vuole esportare la rivoluzione e creare “due, tre, molti Vietnam”, Fidel istituzionalizza la rivoluzione a Cuba e resta in attesa degli eventi. L’altra punta su una contrapposizione netta fra i due fin dai primi anni, con Fidel che non ha mai sostenuto appieno la “pulce rossa” nelle sue scelte radicali sia in economia sia in politica.

Chissà. È possibile-probabile che Fidel abbia assecondato il Che fin dove il suo ruolo di leader della rivoluzione cubana gliel’ha consentito. È un fatto incontrovertibile, però, che con la partenza e la morte di Guevara le speranze e le possibilità per Cuba di avviarsi verso un cammino autonomo e alternativo oltre che all’impero capitalista Usa anche all’impero socialista Urss si spengono.

L’assassinio di Guevara a la Higuera chiude un’epoca della rivoluzione cubana e della storia dell’America latina, e anche delle lotte di liberazione del Terzo mondo. Sfuma l’obiettivo di estendere la rivoluzione in altri paesi del continente dove, al contrario, si insedieranno presto feroci dittature militari. La rivoluzione cubana si istituzionalizza, sopravvive eroicamente al dopo-’89 , all’implosione dell’Urss, al terribile “periodo speciale” degli anni ’90. Ma i prezzi politici sono alti e s’ammala di gran parte delle malattie del socialismo reale. Forse non c’erano alternative.

Il 10 agosto 1967 Fidel chiude all’Avana la prima conferenza dell’Olas, l’Organizzazione latinoamericana di solidarietà, e propone la rivoluzione cubana come modello per i movimenti di liberazione su scala mondiale, una proposta guardata con più che sospetto da Mosca e dai Pc dell’America latina. Il Che, dalla Bolivia, manda un famoso “messaggio ai popoli del mondo”: “creare due, tre, molti Vietnam”, l’antitesi della coesistenza pacifica. In realtà quella fase è già finita.

Meno di un anno dopo – scrive Rossana Rossanda – Castro avrebbe lasciato cadere come una patata bollente non solo le lotte studentesche in Europa, il maggio francese, ma anche il massacro della Piazza delle Tre Culture a Messico, e avrebbe iniziato la virata verso l’Unione sovietica…

Nell’agosto ’68 avrebbe appoggiato anche l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Non sarebbe mai diventato una docile pedina nelle mani di Mosca (basti pensare al ruolo degli “internazionalisti” cubani in Angola, spesso in aperto contrasto con la linea dell’Urss), ma lo sgomento di tanti fu enorme.

Per vent’anni il pensiero politico del Che sarebbe rimasto chiuso in archivio e solo l’immagine stereotipata del “guerrigliero eroico” sarebbe stata usata e abusata.

Fu dopo l’8 ottobre 1987, il giorno in cui Fidel pronunciò un discorso nel ventennale della morte del Che, che la figura di Guevara riemerse in tutto il suo spessore. L’Urss e il blocco socialista scricchiolano. Di lì a un paio d’anni sarebbe arrivato all’Avana Gorbaciov per “consigliare” anche a Cuba di avviarsi sulla via obbligata della glasnost e della perestrojka.

È l’occasione buona per tentare un ritorno alle origini della rivoluzione, ai suoi ideali originari. Quindi alla figura del Che. Nel suo discorso Fidel, che nell’86 aveva lanciato una campagna chiamata “rettifica degli errori”, arriva a dire che se Guevara tornasse a Cuba non riconoscerebbe nell’organizzazione economica dell’isola gli ideali per i quali combatté. All’Avana riprendono a circolare stralci e inediti del Che, appaiono libri sul suo pensiero politico, si apre una Fondazione Guevara curata dalla moglie Aleida.

Ernesto Guevara è morto mezzo secolo fa, a 39 anni, solo e sconfitto. Nessuno può dire come avrebbe reagito al filo-sovietismo di Cuba dopo il ’67, e dopo l’89 al crollo del socialismo reale, e dopo il 2008 con l’uscita di scena di Fidel, l’altra grande figura carismatica della rivoluzione, alla difficile e faticosa e incerta transizione avviata dal “gestore” Raúl (verso dove?). Non ha avuto il tempo di invecchiare, di divenire un burocrate, di vivere la pagine meno brillanti della rivoluzione. Forse è stato meglio così, la sua morte giovane ha contribuito al suo mito.

Il monumento al Che alla Higuera, Bolivia

 

Il suo ruolo resta indissolubilmente legato ai primi dieci anni della rivoluzione cubana, quelli della vittoria, della speranza, dell’utopia. E chissà – non c’è la controprova –, se avesse vinto il Che, visionario e radicale, forse la rivoluzione cubana sarebbe stata spazzata via e Cuba avrebbe fatto la fine degli altri paesi dell’America latina negli anni delle dittature militari.

Cuba è stata – è ancora, nonostante tutto – un miracolo politico. Se non ci fosse stata Cuba non ci sarebbe stata neanche, probabilmente, la rinascita dell’America latina nei dieci-quindici anni a cavallo della fine del secolo scorso.

Il Che resterà sempre, insieme a Fidel, il simbolo della rivoluzione cubana anche se la rivoluzione ha preso un’altra strada, forse senza alternative.

Guevara ha avuto la capacità di intuire con vent’anni di anticipo quello che sarebbe successo dopo l’89 nell’Urss e dintorni, e quindi la necessità per Cuba e l’allora Terzo mondo di battere altre strade per la liberazione e l’emancipazione. Nel sofferto passaggio da comunista dogmatico a comunista eretico, ha avuto il merito e la forza, in quegli anni di fuoco, di non arrendersi alla logica della Realpolitik e alle compatibilità del socialismo reale.

Non va divinizzato per le sue scelte di vita e le sue intuizioni, non va demonizzato per i suoi errori e i suoi limiti.

Con le une e con gli altri è e resta un grande del “nostro” pantheon. Come ha scritto Eduardo Galeano

il Che faceva quel che diceva, diceva quel che pensava e pensava come viveva.

Un nomade dell’utopia.

Che Guevara, un nomade dell’utopia ultima modifica: 2017-10-09T15:55:20+00:00 da MAURIZIO MATTEUZZI

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