Lo strano “dialogo” tra Madrid e Barcellona

A Barcellona, la non-dichiarazione di indipendenza. A Madrid, la richiesta del ritiro della non-dichiarazione. Il governo regionale e quello nazionale continuano a rimbalzare la palla nel campo avverso. All'ombra dell'articolo 155 della Costituzione.
scritto da ETTORE SINISCALCHI

Il 12 ottobre, festa nazionale spagnola, è arrivato nel pieno della crisi catalana, a due giorni dalla non-dichiarazione di indipendenza conseguente al non-referendum del primo ottobre. Una giornata segnata anche dal lutto per la morte del pilota dell’Eurofighter, schiantatosi mentre rientrava nella base di Albacete dopo la partecipazione alla sfilata militare, oltre che dai venti gelidi della crisi nella quale la democrazia spagnola sembra continuare ad avvitarsi.

Il 10 ottobre sono giunte al momento della verità le contraddizioni del processo indipendentista catalano. Un referendum illegale e privo delle minime garanzie democratiche, ridotto dalla sentenza del Tribunale costituzionale spagnolo a mero atto politico di parte dal valore esclusivamente simbolico – un giudizio politico già espresso dalle forze politiche e sociali non legate alla maggioranza del Govern, che avevano espresso la loro unanime contrarietà (i socialisti del Psc, la lista En Comù della sindaca di Barcellona Ada Colau, Podemos, i maggiori sindacati e le forze anarchiche e della sinistra radicale marxista non nazionalista) – al quale solo la brutale e ottusa repressione messa in atto da Madrid, con la decisione di impedire fisicamente lo svolgimento dell’iniziativa, ha dato dignità di “questione democratica”.

Il Re Felipe VI e Mariano Rajoy, durante la sfilata della Fiesta Nacional.

Passato per fortuna senza drammi irrimediabili il giorno del voto, la speranza di una ricomposizione del conflitto nell’ambito della politica sembra però sfumata. Martedì scorso Carles Puigdemont si è presentato al Parlament e la dichiarazione unilaterale d’indipendenza (Dui) non c’è stata. Il President ha assunto il risultato della “volontà popolare” ma ha sospeso la dichiarazione, chiedendo l’apertura di un dialogo “senza condizioni”.

La Dui non c’è stata. La macchina si è fermata prima dello schianto definitivo, ha rilanciato la palla nella metà campo di Madrid, nel tentativo di salvare i cocci e nella speranza di avere lo spazio per manovrare la marcia indietro. Così è stato, così hanno visto i corrispondenti e inviati della stampa internazionale, così ha capito il ministro degli esteri spagnolo, Alfonso María Dastis, così hanno capito i deputati del Psc, di En Comù e, soprattutto, i soci di Govern della Cup, la lista anticapitalista nazionalista, che non hanno per niente gradito la cosa.

Così non ha capito, invece, il governo spagnolo e la stampa mainstream spagnola. Rajoy ha scelto di non aprire il tavolo della politica ma di continuare a perseguire lo scontro. Era evidente come il Gobierno non potesse accettare un dialogo senza condizioni, e men che meno una mediazione internazionale che avrebbe dato dignità al processo referendario, attuato al di fuori della legge, e soprattutto al concetto stesso della secessione.

Ma invece di assumersi la sua responsabilità politica ha scelto di rilanciare indietro la palla. Rajoy ha fatto un ultimatum. Il Govern ha tempo fino a lunedì per “chiarire” se ha dichiarato o meno l’indipendenza. Se non arriverà una risposta netta – sì o no, si presume – si agirà come se questa fosse stata dichiarata e la Generalitat – che peraltro non ha la competenza di dichiararla neanche per le da essa non rispettate norme catalane, spettando il compito al Parlament – avrà tempo fino a giovedì per rettificare – qualcosa che non è avvenuto. Altrimenti verrà chiesta l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, l’esautoramento delle istituzioni elettive catalane da parte del Gobierno.

Se in politica è difficile resistere alla tentazione di girare il coltello nella piaga dell’avversario ferito, la trascendenza della crisi in atto richiederebbe di agire con senso di responsabilità verso tutto il paese, non solo dei propri immediati interessi di parte. Così non avviene, come non è avvenuto finora, a Madrid come a Barcellona.

La regina Letizia e Mariano Rajoy, durante la sfilata della Fiesta Nacional.

E neanche il quadro politico generale sembra imboccare questa direzione. Il Psoe, che malgrado la crisi di consensi e progetto continua a avere un ruolo centrale, agisce in maniera contraddittoria. E, in definitiva, senza usare come potrebbe questa sua centralità. È difficile capire quale percorso abbia in mente Pedro Sánchez che sembra oscillare nell’indefinitezza.

Prima il gruppo parlamentare socialista chiede la ricusazione della vicepresidente Soraya Sáenz de Santamaría per le violenze poliziesche del primo ottobre; poi chiede l’apertura del tavolo delle riforme costituzionali, e ottiene un impegno in tal senso; subito dopo si presenta a una convocazione di Rajoy assieme a Ciudadanos per mettere in marcia il meccanismo del 155; poi lamenta che Rajoy non ha convocato al tavolo l’altra forza politica nazionale, Podemos.

L’attuazione del 155 costituisce uno spartiacque e rappresenta la scelta dello scontro istituzionale in luogo del confronto politico. Il Psoe mette paletti, un 155 minimo e teso solo a convocare nuove elezioni in Catalogna, probabilmente non nei cinquantaquattro giorni previsti in caso di scioglimento del Parlament ma in tempi più lunghi, vista “l’eccezionalità della situazione”.

Ma il Gobierno si rifiuta di chiarire i confini che intende dare alla sua applicazione. Ma la maggioranza catalana è già frantumata, la Cup è pronta a rompere e ha denunciato il “tradimento” e nuove elezioni sono praticamente certe. Arrivarci col commissariamento di Madrid servirà solo a dare maggior forza a un campo ora frantumato che giocherà ancora la carta della risposta all’emergenza democratica, alla repressione delle istituzioni spagnole.

Il segretario del Psc, Miquel Iceta, che pure ha valutato correttamente quanto accaduto martedì al Parlament, sembra non essere contrario.

Il Psc è ridotto ai minimi storici del 12,74 per cento dei voti nelle ultime elezioni autonomistiche e evidentemente ritiene di poter recuperare. Sánchez ha certamente grande difficoltà a tenere insieme un partito nel quale storici dirigenti hanno chiesto addirittura l’intervento dell’esercito in Catalogna.

Anche per questo ondeggia, ma la poca chiarezza rischia di indebolirlo. Non sembra avere la forza – o la volontà, o entrambe – di chiedere quanto una minoranza del suo partito ha già esplicitato, ovverosia la presentazione di una mozione di sfiducia al governo per arrivare a elezioni contestuali nazionali e catalane, al cui centro stiano le riforme istituzionali per il paese, sottraendo almeno in parte il dominio dell’agenda al teatro dei nazionalismi contrapposti e scommettendo su un processo democratico che dia protagonismo agli elettori.

Mariano Rajoy e la ministra della difesa, María Dolores de Cospedal, alla base de Los Llanos, ad Albacete.

Intanto la palla continuerà a rimbalzare almeno una volta. Secondo Miguel Pasquau Liaño, professore di Diritto civile dell’Università di Granada, magistrato e membro del Tribunal Superior de Justicia de Andalucía, e acuto osservatore delle vicende istituzionali spagnole, l’ultimatum del governo non sarà l’ultimo rimbalzo e Puidgemont svicolerà l’ultimatum. Puigdemont probabilmente risponderà confermando la sua posizione, quindi scioglierà il Parlament per indire nuove elezioni prima dell’applicazione del 155.

Avrà così cartucce per nascondere la dissennata condotta sua e del Govern e andare al voto rivendicando ancora una “questione democratica”. Sarà difficile per il Gobierno intervenire a quel punto su istituzioni sciolte e bloccare un processo elettorale in atto. Oppure no, nella logica dello scontro, ma sarà certamente difficile per il Psoe appoggiarlo. Mentre la macchina della giustizia si metterà in moto per perseguire gli organizzatori del referendum, in particolare la dirigenza dell’Assemblea nacional catalana e di Òmnium Cultural, le Ong filo governative che sono state il motore del processo che ha calato l’obiettivo dell’indipendenza nella società catalana che mai fu indipendentista.

Aumentando l’equivoco dell’allarme democratico e il meccanismo della reazione alla repressione delle istituzioni spagnole. Di crisi economica, corruzione, perdita del potere d’acquisto, tagli radicali al welfare che hanno sprofondato nella povertà ampie fasce del paese e della regione, si continuerà a non parlare. Per la soddisfazione di molti degli attori in campo.

Lo strano “dialogo” tra Madrid e Barcellona ultima modifica: 2017-10-14T08:19:48+00:00 da ETTORE SINISCALCHI

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