Può un palestinese perdonare un israeliano?

Ci sono storie di dolore e di riscatto che faticano a farsi conoscere, a diventare narrazione diffusa, conoscenza, ma esistono, sono parte della realtà, e danno corpo alla speranza.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Palestina, Israele. La speranza non fa notizia.

È come se il Medio Oriente fosse sempre e solo il regno della morte, dove c’è spazio solo per califfi e dittatori, dove è l’orrore di una video-decapitazione o la scoperta di una fossa comune a scandire la quotidianità, rotta, in rari momenti, dall’annuncio di accordi siglati – attuati è altro affare – come quello tra Hamas e Fatah, che apre la strada, comunque ancora irta di ostacoli, a un nuovo governo di unità nazionale e al ritorno della Striscia di Gaza sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen.

Palestina, Israele: il dolore è una costante, in ambedue i popoli, ma il dolore può anche essere trasformato in energia positiva.

Robi Damelin mostra la foto del figlio ucciso

Certo, ci vuole coraggio. Quello che ha da vendere Robi Damelin, una delle personalità più attive del “Parents Circle-Families Forum”, un’associazione, sorta nel 1994, di famiglie israelo-palestinesi che hanno perso un figlio o un parente stretto del conflitto.

Quando i genitori cominciano a frequentare l’associazione Parents Circle iniziano con il raccontare come i loro figli sono morti. Compresi i dettagli. Ma quando si ritrovano a raccontarla ancora e ancora, allora iniziano a descrivere la persona che è morta. Quando raggiungi questo momento, il passaggio dopo è la guarigione. L’osservazione delle persone che portano il lutto è molto interessante perché emerge quanto sia importante raccontare la propria storia e la storia di chi ha perso la vita. Il nostro gruppo femminile è diventato più influente, da quando ha incluso anche le madri palestinesi che prima rimanevano escluse dalle riunioni, che venivano fatte a porte chiuse e senza dare il giusto spazio alle donne. Eravamo una trentina, ora siamo quasi duecento. Il problema è che molte delle palestinesi non parlano inglese o ebraico, e le israeliane non parlano arabo. Quindi gli interventi devono passare dal traduttore. Stiamo raccogliendo i soldi per avere una traduzione simultanea, perché il racconto di queste persone è davvero potente: soprattutto quelli delle madri palestinesi che non hanno l’opportunità di parlare con una donna israeliana della società comune come me,

dice Robi Damelin a Kibra Sebhat, che l’ha incontrato all’Università Cattolica di Milano in occasione del convegno ‘Conflitto, ragione e riconciliazione. Il Sudafrica vent’anni dopo’, organizzato dalla professoressa Claudia Mazzucato, esperta di giustizia riparativa.

E quando Kibra Sebhat le chiede:

Che cosa pensa della parola “perdono”?,

Robi Damelin risponde così:

Il perdono è qualcosa che cambia da persona a persona e ho chiesto a rabbini, imam, preti la definizione esatta ma non ha voluto dire molto per me. Poi ho incontrato una donna in Sud Africa: sua figlia era stata uccisa. Lei era stata alla commissione per la verità e la riconciliazione, aveva incontrato l’uomo che aveva ucciso la figlia e gli aveva detto ‘ti perdono’. Volevo chiederle che cosa intendeva con quel gesto e quando l’ho incontrata mi ha risposto ‘perdonare ti dà il diritto di smettere di cercare vendetta’ e poi ho incontrato l’uomo che è stato il mandante dell’omicidio e lui mi ha detto ‘quando lei mi ha perdonato mi ha liberato dalla prigione della mia disumanità’. Questo atto per me aveva più importanza di qualsiasi definizione. Questo ha senso per me ma non pretendo che sia lo stesso per le altre persone. Ho un po’ paura a usare in prima persona la parola ‘perdono’ perché mi chiedo: vuol dire smettere di chiedere giustizia? Che quello che ha fatto il perpetratore va bene? O che lo possono fare ancora? O che bisognerebbe dimenticare? O tutto questo insieme? Io so che quando ho scritto la mia lettera alla famiglia dell’uomo che ha ucciso mio figlio David, per dire loro che avremmo dovuto incontrarci, ho smesso di essere una vittima. La vittimizzazione distrugge la tua vita, se smetti di sentirti una vittima diventi libero.

Per Robi Damelin è la logica del ‘bianco o nero’, l’incapacità di capire che ci sono anche le ragioni dell’altro, la causa dei conflitti.

Proviamo invece a guardare alla realtà con gli occhi dei bambini da troppo tempo imprigionati in questa spirale di vendetta. Loro gridano piangendo di smetterla di uccidere. Ma nessuno li sente. Tutti sono impegnati a giustificare la loro causa, infiammati dai loro sostenitori che vivono lontano, dove i bambini non vestono un’uniforme e non soffrono la penosa vita quotidiana dei palestinesi. Ma – oserei dire – non sono neanche i bambini che vivono nei kibbutz e nelle città intorno a Gaza. È facile dire ‘non bisogna scendere a compromessi’ quando si sta seduti in un posto sicuro e niente ti mette alla prova. È facile non scendere a compromessi quando i tuoi bambini non hanno fame, e possono andare a scuola, costruirsi un futuro.

ha spiegato in una bella intervista a l’Avvenire.

Robi Damelin e Bushra Awad, entrambe hanno perso un figlio nel conflitto

Najwa Saadeh, palestinese ne è un esempio. Lei racconta:

Mia figlia Christine è stata uccisa da un soldato israeliano a Betlemme nel 2003 e tutta la mia famiglia è stata ferita nell’attacco. Siamo entrati nel Parents’ Circle e partecipiamo alle riunioni, che si tengono nella zona C, unico luogo in cui è possibile incontrarci. Sono circa seicento le famiglie che aderiscono e che vanno a parlare per spiegare come procede il conflitto. Pensiamo che il nostro lavoro sia molto importante per far cessare il conflitto.

Tamara Rabinowitz ha perso il figlio Idor, che era sotto le armi in Libano nel 1987. Sono passati trent’anni da allora, ma il ricordo è sempre vivo. Dice:

So bene che il conflitto tra Israele e Palestina comporta molta violenza e rabbia, ma ci sono persone che lavorano in modo diverso. Dopo la morte di mio figlio ho preso coscienza che dall’altra parte c’era un’altra madre che stava piangendo il suo. Ho dovuto scegliere tra la rabbia e il fare un passo verso l’altro, ho scelto di cercare il dialogo, ho sorpreso i miei concittadini. Sono convinta che si possa cambiare la percezione dell’altro e che possiamo far capire che non c’è un nemico in ogni palestinese o israeliano.

È una esperienza straziante, uno straordinario messaggio di condivisione. Racconta Adel Misk, neurologo palestinese:

Abbiamo cominciato a incontrarci vincendo le reciproche diffidenze e pregiudizi e abbiamo scoperto con sorpresa che avevamo molte cose in comune: un lutto e un grande dolore, innanzitutto, da entrambe le parti. Io ho perso un figlio, una mia amica sua figlia, chi il padre, chi la madre o la sorella… Stiamo patendo lo stesso dolore, pur non parlando la stessa lingua perché il lutto non ha razza né lingua, ma è uguale per ognuno. Così come è uguale il nostro sangue e il nostro futuro: vogliamo vivere in pace, senza più guerre. Desideriamo vivere in pace, insieme, palestinesi e israeliani.

Racconta ancora Misk:

In questo modo è nata l’associazione: da un lato un dolore che ci accomuna e che desideriamo condividere, dall’altro la ricerca di un futuro per tutti e di una vita serena, senza guerre. Nonostante l’idea era bella e condivisa, non è stato facile iniziare questa esperienza, perché non è cosa semplice elaborare un lutto e una storia personale e parlarne serenamente per poter contribuire a impedire che il conflitto provochi altri lutti. Un rischio molto concreto che abbiamo imparato a conoscere subito era che l’associazione rimanesse chiusa tra noi, cinquecento famiglie. In questo modo il nostro scopo sarebbe stato esclusivamente quello di promuovere la conoscenza reciproca tra i parenti delle vittime e di sostenerci gli uni gli altri nel nostro dolore. Abbiamo capito che una tale impostazione avrebbe portato a un ripiegamento dell’iniziativa su sé stessa. Ci siamo imposti quindi di aprirci scendendo per strada. La prima iniziativa è stata la donazione reciproca di sangue: un gruppo di palestinesi ha donato il sangue a persone israeliane e viceversa. Con questo abbiamo voluto dimostrare a tutti, che il nostro sangue è uguale e che ci costa caro.
A tutti, palestinesi e israeliani. E questo vale ovunque, per qualunque conflitto.

Mio padre era un sopravvissuto alla Shoah!“, inizia così il suo racconto, Yuval Roth:

Fin da bambino ho capito che dovevamo essere forti perché non succedesse di nuovo, poi sono diventato soldato a venti anni, come tutti. E durante l’Intifada palestinese ho imparato una lezione: che il desiderio di libertà di un popolo è più forte dell’esercito più forte.

Rabin, Clinton e Arafat (1993)

Alla breve stagione della speranza, successiva alla firma degli Accordi di Oslo-Washinton del settembre ’93, sussegue il lungo inverno dell’odio e del terrore. Un inverno nel quale avviene il rapimento e l’uccisione del fratello da parte di Hamas, mentre faceva il militare.

Continua Yuval:

Da allora la missione mia e dell’altro mio fratello è stata tenere in vita mia madre, ma non ha resistito tanto. È poi morta comunque poco tempo dopo, di dolore… Poi ho realizzato: ho perso mio fratello, mia madre, ma non ho perso la mia testa.

Dal 2000 Yuval Roth è entrato a far parte di “Parents Circle”.

Nel 2007, Barbara Cupisti ha realizzato un documentario dal titolo “Madri”, vincitore di un David di Donatello. Una esperienza “emozionante”, spiegò allora. E tra le ragioni c’è questa:

Le madri (otto palestinesi, sette israeliane) raccontano, meglio evocano, con spazi carichi di silenzio, fatti terribili, come se ancora li vivessero, dolori incancellabili, così atroci e inchiodati dentro di loro da non avere più lacrime. Tante sono le storie, ma le più emblematiche che il documentario rappresenta sono forse quelle della mamma di Malki (quindici anni, vittima di un kamikaze alla pizzeria Sbarro, a Gerusalemme nel 2002) e della madre di Izz, il ventunenne di Jenin, autore dell’attentato. Non c’è la presenza diretta della regista, non ci sono domande, né interlocuzioni. C’è una presenza più sottile: avere creato le condizioni psicologiche, perché queste donne, queste madri, sentissero la fiducia di chi le guarda, si aprissero totalmente…

La RAI, che ha prodotto il documentario, non l’ha mai trasmesso. Queste storie di dolore e di riscatto faticano a farsi conoscere, a diventare narrazione diffusa, conoscenza, ma esistono, sono parte della realtà, e danno corpo alla speranza.

Perché è di speranza che si nutre il dialogo. E una pace non imposta dall’alto.

Può un palestinese perdonare un israeliano? ultima modifica: 2017-10-15T09:26:20+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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