Rosatellum: una cronaca

Ai lettori di Ytali vorrei spiegare come funziona il Rosatellum 2.0, raccontando la dinamica politica da cui è stato generato, per concludere con alcune considerazioni sulle polemiche nate dopo che il governo ha posto la fiducia sul testo.
scritto da GIOVANNI INNAMORATI

Il Rosatellum 2.0, approvato dalla camera il 12 ottobre scorso, e ora all’esame del Senato, è una buona legge elettorale per due motivi: è il livello più avanzato di maggioritario nelle condizioni date dell’attuale Parlamento, e perché tornerà utile per le elezioni anticipate del 2019 o 2020.

Se infatti le elezioni della prossima primavera non dovessero vedere un partito e una coalizione ottenere la maggioranza per formare il governo, con una conseguente legislatura tribolata, non sarà necessario lavorare a una nuova legge elettorale, avendocene una – appunto il Rosatellum 2.0 – che dà alla politica lo strumento utile per costruire delle offerte politiche per le successive elezioni. Questo strumento è dato dalla porzione di maggioritario contenuta nella legge, ovviamente assente nel proporzionale dell’attuale sistema o in quello su cui i partiti avevano trovato l’accordo a giugno.

Dunque hanno ragione quanti rimproverano al Rosatellum 2.0 il difetto di non garantire un vincitore? No, perché davanti a uno schema non bipolare ma multipolare, nessun sistema elettorale fornisce questa garanzia, come Spagna, Germania, Austria o Olanda insegnano. Solo un doppio turno assicura questo obiettivo, ma tale sistema richiederebbe una riforma costituzionale. Quindi cambiamo argomento.

Ai lettori di Ytali vorrei spiegare come funziona il Rosatellum 2.0, raccontando la dinamica politica da cui è stato generato, per concludere con alcune considerazioni sulle polemiche nate dopo che il governo ha posto la fiducia sul testo.

Partiamo dalla cronaca. Il 17 maggio scorso il relatore alla legge elettorale, Emanuele Fiano presenta in commissione affari costituzionali della Camera un testo che riprende in parte il Mattarellum e che l’Ansa (in particolare il sottoscritto) chiama Rosatellum, dal nome del capogruppo del Pd Ettore Rosato: metà dei deputati (303) eletti in collegi uninominali maggioritari, l’altra metà con metodo proporzionale (al netto di dodici deputati eletti all’estero, undici in Trentino Alto Adige con il vecchio Mattarellum, e uno in Valle d’Aosta, in un collegio uninominale).

Il testo, grazie all’adesione di Lega Nord, Svp, Ala, Direzione Italia, Fdi e Civici, avrebbe una stretta maggioranza in commissione e in aula, ma al Senato naufragherebbe, davanti al niet di Fi, M5s, Mdp, Si e Ap, tutti proporzionalisti.

Emanuele Fiano

Nel giro di pochi giorni si registra una inversione a U del Pd: avuto il via libera di Forza Italia a elezioni anticipate a settembre, il partito di Matteo Renzi accede al proporzionale pur di avere una legge e di correre alle urne. Il 23 maggio Fiano presenta un nuovo testo, il Fianum, che alcuni giornali definiscono tedesco, ma che in realtà assomiglia al vecchio sistema per le Province (Provincellum) o a quello in vigore per il Senato tra il 1948 e il 1992.

Al di là dei dettagli, è un proporzionale puro, con attribuzione dei seggi in collegi e listini. L’accordo coinvolge Pd, Fi, M5s e Lega. Anche il partito di Salvini accetta il proporzionale pur di votare prima possibile. Ap è fuori dai giochi e Angelino Alfano è furioso, per la soglia al 5 per cento. In pochi giorni, la commissione approva il testo che il 6 giugno approda in aula. Dopo due giorni, l’8 giugno, il Fianum è già morto, impallinato dai franchi tiratori nel secondo voto a scrutinio segreto.

In quel caso la dinamica politica fu abbastanza chiara e dipese da due elementi: innanzi tutto M5s non resse l’accordo, data la pressione interna degli “ortodossi” di Roberto Fico contro ogni intesa; i deputati di M5s annunciarono prima del voto segreto il loro sì all’emendamento che fece saltare l’intesa, ma il fatto di aver rotto il patto alla luce del sole non cambia la sostanza.

Il secondo elemento fu la netta contrarietà al voto anticipato a settembre della minoranza interna al Pd vicina a Andrea Orlando, che puntava ad avere più tempo per portare il Pd a dar vita a una coalizione con Giuliano Pisapia. Per un disguido tecnico il tabellone elettronico in aula fece infatti vedere da dove arrivavano i sì (lucina verde) all’emendamento ammazza-Fianum.

Ettore Rosato

Dopo che per tutta l’estate il dibattito sulla legge elettorale è andato “in sonno” a metà settembre la nuova svolta, con il Rosatellum 2.0: 231 deputati (il 36 percento) eletti in collegi maggioritari uninominali, il resto (64 percento) con metodo proporzionale in listini bloccati da due a quattro nomi e soglia del 3 percento. Una sorta di “Mattarellum rovesciato”, come scrisse l’Ansa il 20 settembre anticipando il testo che il relatore Fiano depositò il giorno dopo in commissione.

Cosa determinò un’intesa così ampia tale da coinvolgere Pd, Ap, Fi, Lega, Svp, Ala-Sc, Direzione Italia, Civici e Des-Cd (nove gruppi di maggioranza e opposizione con 446 deputati)?

I driver furono più d’uno: 1) Matteo Renzi ha accettato l’idea di una coalizione attorno al Pd, come ha affermato alla direzione del partito il 22 settembre; 2) Fi, anzi Berlusconi, è stato convinto che il proporzinale puro era ormai sepolto, e che una piccola quota di maggioritario avrebbe sì spinto a una coalizione più organica con la Lega, ma avrebbe evitato il listone unico, verso cui avrebbe condotto la legge elettorale vigente (l’Italicum modificato dalla Consulta); 3) Ap, ha ottenuto una soglia bassa (il Fianum la fissa al cinque per cento  con l’opportunità di allearsi sia col centrosinistra che con un nuovo soggetto centrista; 4) la Lega ha ottenuto con i collegi maggioritari una alleanza più organica con Fi; 5) i partiti minori, sia di maggioranza che d’opposizione sono spinti da motivazioni analoghe a quelle della Lega, puntando a delle coalizioni.

Contrarissimi i partiti proporzionalisti, e cioè M5s, Mdp, Si e anche Fdi, che pur ha sempre chiesto sistemi che favorivano le coalizioni. Per comprendere le ragioni dell’ostilità di questi partiti al Rosatellum 2.0 è utile entrare un po’ più nei dettagli di questo sistema.

Come abbiamo visto il territorio nazionale sarà diviso in 231 collegi, uninominali maggioritari (quelli usati per il Senato dal Mattarellum tra il 1994 e il 2001), più uno nella Val d’Aosta.
In questi vincerà il candidato che ottiene anche un solo voto in più degli avversari. Per avere più possibilità, quindi, per il candidato è utile l’appoggio di una coalizione di partiti. E qui entriamo nella parte proporzionale del sistema: infatti i restanti 386 deputati (al netto dei dodici eletti all’estero) saranno eletti in listini bloccati da due a quattro nomi che i partiti presenteranno in circa sessantacinque collegi proporzionali, ciascuno dei quali composto dall’accorpamento di tre-cinque collegi uninominali maggioritari. Nel concreto l’elettore avrà al momento di entrare nel seggio, una sola scheda (come il Mattarellum per il Senato) nella quale troverà i nomi dei candidati del proprio collegio uninominale maggioritario, a fianco dei quali troverà il simbolo e i listini (con i nomi dei candidati scritti) dei partiti che lo sostengono.

Luigi Di Maio

E qui possiamo comprendere subito la contrarietà di M5s che si oppone alle coalizioni. Nella dichiarazione di voto finale in aula, il 12 ottobre Luigi Di Maio ha detto che si tratterà di “coalizioni accozzaglia” create per vincere il collegio uninominale, ma destinate a sfaldarsi dopo il voto, dato che difficilmente qualcuna di esse vincerà le elezioni.

Anche Mdp, con Alfredo D’Attore e Roberto Speranza, e Sinistra Italiana con Giulio Marcon, hanno sostenuto una tesi simile (D’Attorre le ha definite “coalizioni farlocche”) e hanno affermato che le coalizioni esistono solo in Italia, cosa che dovrebbe far riflettere gli elettori.

Uno dei punti, però è esattamente il ruolo degli elettori. Nell’Italia repubblicana le coalizioni sono sempre esistite, e nel corso dei decenni sono cambiate, passando da quella centrista del primo dopo guerra, al centrosinistra, a quella di unità nazionale, ecc. Tali coalizioni nella Prima Repubblica furono create tutte dopo le elezioni, con il cittadino che consegnava ai partiti una delega in bianco.

Il professor Roberto Ruffilli, ucciso dalle Br nel 1988, coniò la nota formula del “cittadino arbitro”, portando a compimento una riflessione nata già con Aldo Moro. Presentando la coalizione prima delle urne si attribuisce ai cittadini un potere maggiore di scelta, sottraendolo ai partiti e ai loro leader.

La svolta maggioritaria dei referendum dei primi anni Novanta e della legge Mattarella (usata per tre legislature) con i collegi uninominali, aveva esattamente lo scopo di dare più potere all’elettore, che poteva scegliere al seggio non solo il partito più gradito ma anche la possibile coalizione di governo.

La scelta di M5s di non allearsi con nessuno è appunto una scelta, che per altro non ha precedenti nella storia repubblicana. Quindi parlare di “golpe istituzionale” o di “attacco alla democrazia” o di “legge incostituzionale” lascia il tempo che trova. È semplicemente una legge che non conviene ai pentastellati, come non conviene a Mdp e a Si, sicuramente più danneggiati di M5s dai collegi.

Roberto Speranza

Infatti il partito di Roberto Speranza e quello di Nicola Fratoianni, che si stanno avvicinando l’uno all’altro sempre più in direzione di un listone unico, probabilmente non vedranno eletto nessun proprio candidato in alcuno dei 231 collegi maggioritari, potendo quindi contare solo sugli eletti nella parte proporzionale. Ma tra una legge che non conviene a un determinato partito, a causa delle sue scelte politiche (mai alleati col Pd), e una “legge truffa” o una “legge incostituzionale” c’è un abisso.

Poi è chiaro che una legge che favorisce le coalizioni, allontana ancora di più Mdp da Giuliano Pisapia: se infatti fosse rimasto l’Italicum i bersaniani avrebbero potuto indicare in questo fatto la volontà del Pd di isolarsi dalla sinistra-sinistra, portando così l’ex sindaco di Milano dalla loro parte e lontano da Renzi.

Un problema a mio avviso la legge ce l’ha, e ha a che fare con il voto unico. L’elettore infatti con un unico segno vota sia il listino del partito, che il candidato nel collegio uninominale. Se quest’ultimo è sostenuto da più partiti, l’elettore sceglierà tra uno di questi e il voto andrà – appunto – anche al candidato del collegio uninominale. Se invece l’elettore farà la scelta opposta, vale a dire barrerà il nome del solo candidato nel collegio uninominale, il suo voto e quello degli altri cittadini che hanno fatto la stessa scelta, sarà distribuito proporzionalmente pro quota ai partiti che sostengono il candidato nel collegio.

A mio avviso questo è un punto dubbio. Può accadere che un cittadino apprezzi un candidato del collegio, ma nessuno dei candidati dei listini dei partiti che lo sostengono; gli si dovrebbe lasciar la libertà di votare solo per il collegio. Mdp, Si e M5s hanno chiesto il voto disgiunto, cioè la possibilità di votare un candidato del collegio maggioritario e un partito di un’altra coalizione. Ma questo cozzerebbe con la logica stessa della coalizione che nasce prima delle urne.

Un altro oggetto di polemica da parte degli oppositori della legge è l’assenza di preferenze nei listini bloccati, il che porterebbe a un “Parlamento di nominati dalle segreterie dei partiti”.

C’è innanzi tutto da rilevare che anche il Fianum, su cui M5s si era accordato a fine maggio, non prevedeva preferenze. Ma questo è un vizio politico di M5s, per il quale se egli è parte dell’accordo allora esso va bene ed è un’intesa “per il bene del Paese”; se non è parte dell’accordo, allora è “un inciucio”.

Ma al di là di questo, le preferenze hanno due gravi difetti:

1) è puramente illusorio che gli eletti siano scelti dagli elettori; chi si avvale delle preferenze è una percentuale minima, tra il 9 e il 12 percento nelle regioni nel nord, e su percentuali più alte man mano che si scende a Sud (20 percento); è chiaro che il voto organizzato delle strutture di partito prevale sulla preferenza di opinione, come storicamente è sempre accaduto.

2) la preferenza sposta la competizione elettorale all’interno dei partiti, consolidando le correnti, e anche in questo caso historia magistra vitae; un movimento non ancora consolidato, come M5s, che deve imparare a gestire la dialettica politica interna, e che ha al suo interno spaccature feroci, avrebbe tutto da perdere dalle preferenze, in termini di maturazione interna, perché le correnti si consoliderebbero sui territori, senza che il Movimento abbia ancora uno strumento (ad esempio, un ogano collegiale ufficiale) per gestire il dibattito interno. Alla fine il collegio uninominale, il sistema più antico al mondo, è quello che meglio garantisce un rapporto eletto-elettore, e il Rosatellum 2.0 almeno per il 36% è costruito attorno ai collegi.

Romano Prodi e Arturo Parisi

Un’altra critica, mossa per esempio da Romano Prodi e Arturo Parisi il 13 ottobre in due dichiarazioni all’Ansa, è che questo sistema non è abbastanza maggioritario. Anche per i miei gusti il Rosatellum 2.0 non è abbastanza maggioritario, visto che per me l’optimum è il Westminster, ossia il cento percento di collegi maggioritari.

Ma Prodi e Parisi non considerano le condizioni date in Parlamento. In campo ci sono solo un sistema che almeno parzialmente riporta in vita i collegi maggioritari, o l’attuale proporzionale del Consultellum e dell’Italicum modificato.

Ma veniamo alla fiducia posta dal governo su richiesta dei partiti della sua maggioranza che sostengono la legge. Anche in questo caso si è parlato di “colpo di stato” o per lo meno di “forzatura istituzionale”.

Sicuramente la fiducia sulla legge elettorale fa sempre un certo effetto sull’opinione pubblica e M5s, Mdp e Si potranno utilizzare l’accaduto per la propria propaganda. Va tuttavia rilevata una differenza sostanziale rispetto alla fiducia posta sull’Italicum il 28 aprile 2015. In quest’occasione, infatti, la richiesta di fiducia è stata concordata anche dai quei partiti di opposizione che sostenevano il Rosatellum 2.0, vale a dire Fi, Lega, Direzione Italia e Ala-Sc.

Appena Ettore Rosato il 10 ottobre alle 10 ha annunciato di aver sollecitato quest’atto a Gentiloni, sono arrivate dichiarazioni di assenso da parte di Renato Brunetta (Fi), Giancarlo Giorgetti (Lega), con l’annuncio che sarebbero usciti dall‘aula per favorire il “sì”.

Ma perché si è ricorsi a questo stratagemma, con un effetto surreale dovuto al fatto che il governo, prima in commissione, e nelle votazioni successive al momento di dare i pareri si è sempre rimesso all’aula?

Come i giornali hanno scritto, la fiducia serviva a evitare i potenziali cento voti a scrutinio segreto su altrettanti emendamenti. Il regolamento della Camera – diversamente da quello del Senato modificato nel lontano 1988 – consente il voto segreto anche sulle parti della legge elettorale che riguardano i meccanismi di traduzione dei voti in seggi.

Si tratta di questioni squisitamente politiche e non certo di coscienza, come può essere il voto su una autorizzazione all’arresto, sulla quale lo scrutinio segreto è autorizzato dai regolamenti tanto del senato che della camera.

Rosy Bindi

In particolare il dissenso tra alcuni deputati di Pd e di Fi non era di natura politica: solo Marco Meloni e Rosy Bindi hanno apertamente espresso il dissenso sui contenuti della legge, eppure nello scrutinio segreto sul voto finale alla legge i franchi tiratori sono stati tra i cinquantasei e i sessantuno (secondo i miei calcoli sull’analisi dei tabulati che ho potuto consultare).

Il dissenso di questi franchi tiratori era dovuto al fatto che il Rosatellum 2.0 non sarebbe convenuto a loro personalmente. Faccio degli esempi: con il 36 per cento dei seggi assegnati in collegi maggioritari, il Pd probabilmente avrà meno eletti in Piemonte, Lombardia e Veneto che non con il proporzionale puro dell’Italicum, e così vale per Forza Italia nelle “regioni rosse” o al Sud, dove non può contare sui voti della Lega.

Quindi una cinquantina di deputati del Pd del Nord o di Fi delle regioni rosse e del Sud ha votato contro le indicazioni del gruppo approfittando dello scrutinio segreto, perché il Rosatellum gli offre meno opportunità di rielezione. Non proprio un motivo di coscienza.

Quanti si opponevano al Rosatellum hanno sostenuto che la fiducia ha limitato e coartato “la libertà del parlamento di poter discutere il contenuto degli emendamenti” (D’Attorre), tesi sostenuta anche dal presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.

Ma la domanda è: tale libertà è garantita dal voto trasformista che lo scrutinio segreto permette? Evidentemente per M5s, Mdp e Sinistra Italiana la risposta è positiva.

Al momento della dichiarazione di voto finale, il 12 ottobre, Luigi Di Maio ha fatto un appello ai franchi tiratori dei partiti avversari.

In venticinque anni di giornalismo parlamentare non mi era mai capitata una cosa del genere. Ero in tribuna stampa insieme ad alcuni colleghi e ho un ricordo preciso dello sguardo sconcertato che ci siamo scambiati con i colleghi vicini. L’istituzionalizzazione del trasformismo attraverso il voto segreto è il funerale del Parlamento. La fiducia è il cuore del diritto parlamentare sostanziale, e se è divenuta ormai da anni solo una tecnica della procedura parlamentare per evitare il trasformismo del voto segreto, allora la nostra crisi istituzionale è profonda. Ma il problema risiede nei regolamenti parlamentari.

La fiducia si è resa necessaria per un altro aspetto della crisi istituzionale, quello relativo al fatto che avevamo una doppia legge elettorale non scritta dal Parlamento stesso bensì dalla Corte Costituzionale. E qui è ineludibile un ragionamento che la libertà di non avere ruoli accademici mi permette di fare.

Come si ricorderà la sentenza 1 del 2014 ha dichiarato incostituzionale la legge Calderoli, il Porcellum, in due punti: le liste bloccate troppo lunghe che non permettevano di conoscere i candidati che il cittadino votava, e l’assenza di una soglia per attribuire il premio di maggioranza. La Corte ha tolto di mezzo i due aspetti e ha mantenuto il resto della legge.

Ebbene, un sistema elettorale è appunto un sistema, vale a dire non semplicemente una serie di elementi, bensì una serie di elementi in relazione tra di loro. Se si tolgono o si modificano dal sistema due dei suoi elementi (liste bloccate e premio di maggioranza), avremo un altro sistema.

La Corte in quell’occasione ha scritto un nuovo sistema elettorale, il Consultellum, che non era mai esistito né per la camera né per il senato.

Sergio Mattarella, “padre” del Mattarellum

Questa sentenza ha modificato precedenti sentenze, tra cui una del gennaio 2009 che respingeva il referendum abrogativo del Porcellum per ripristinare il Mattarellum; e la motivazione fu che la legge elettorale è prerogativa del Parlamento, per la quale c’è una riserva di legge per le camere.

Questo è uno dei principi del parlamentarismo, e la Corte, una volta dichiarato incostituzionale il Porcellum, avrebbe dovuto dichiararlo semplicemente decaduto, ripristinando il sistema precedentemente in vigore, il Mattarellum.

Invece ha scritto una nuovo legge elettorale, violando un principio sacro del parlamentarismo, sancito da sue precedenti sentenze. Non è scritto nella nostra Costituzione, ma rientra nelle prassi costituzionali di tutti i regimi parlamentari liberali.

Questo strappo è stato compiuto una seconda volta con la sentenza 35 del 2017 che ha giudicato illegittimo il ballottaggio dell’Italicum (a causa della permanenza di due camere dopo la bocciatura del referendum costituzionale), e ha scritto una legge elettorale nuova, togliendo il secondo turno dall’Italicum.

Gli amanti delle parole forti (io non sono tra questi), di fronte a un atto di un organo costituzionale che va oltre le proprie prerogative e poteri, parlerebbero di “golpe”, “colpo di stato” e via dicendo; io dico semplicemente che con il Consultellum e con l’Italicum modificato dalla Corte, cioè con due leggi elettorali scritti dalla Consulta e non dal Parlamento, siamo fuori da un regime parlamentare costituzionalmente corretto.

Intendiamoci, non che l’Italicum corretto dalla Corte sia una legge tecnicamente brutta, ma rimane il principio. Il Consultellum, invece, è pure una brutta legge, e probabilmente illegittima costituzionalmente.

Esso infatti prevede per il Senato un collegio unico regionale con un’unica preferenza: questo significa nelle grandi regioni dominate da un capoluogo popolatissimo (la Lombardia con Milano, il Piemonte con Torino, il Lazio con Roma, la Campania con Napoli), la rappresentanza in Senato sarebbe negata a intere province come Sondrio, Pavia, Mantova, Ivrea, Cusio-Ossola-Verbania, Rieti, Frosinone, Benevento e Avellino, ecc. Questo perché i sistemi elettorali sono oggetti non giuridici bensì politologici, e la Corte non ha tra i suoi membri competenze di questo tipo.

Insomma a mio giudizio a fronte della necessità di sanare questa situazione, permettendo il varo di una legge fatta dal Parlamento, una fiducia è pienamente accettabile, anche se sul piano dell’opportunità politica si possono nutrire tutti i dubbi che si vogliono.

Rosatellum: una cronaca ultima modifica: 2017-10-16T18:13:05+00:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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