Ah, ci fosse un Cyrano a Vienna

Sebastian Kurz ha saputo giocare sull'effetto Macron: giovinezza e novità, senza però avere né l'esperienza né il bagaglio filosofico del presidente francese
scritto da PATRICK GUINAND

Eh no! È un po’ poco ragazzo mio!

È così che Cyrano, nella pièce eponima di Rostand, interrompe il giovane saccente Valvert prima di lanciarsi nella celebre tirata dei nasi, esercizio di virtuosismo oratorio tra i più brillanti della letteratura drammatica. Alla luce dei risultati (mentre scriviamo provvisori) delle elezioni legislative di domenica scorsa non si può che constatare che l’Austria non ha trovato il suo Cyrano.

Perché il giovane Sebastian Kurz (corto, in italiano), nuovo idolo del partito conservatore ÖVP, ha conseguito l’elezione con un comodo margine di vantaggio, e nessuno è riuscito a decostruire il vuoto del suo discorso elettorale. Nemmeno lo sperimentato cancelliere uscente della SPÖ Christian Kern, e e neppure lo spadaccino di palco del FPÖ Hans-Christian Strache.

Ora o mai più

Come un mantra o una ruota da preghiera tibetana, Kurz ha ripetuto all’infinito, anche nel suo breve discorso della vittoria di domenica sera, che lui è per “il cambiamento”, senza che nessuno sappia cosa voglia dire questo cambiamento – se non la conquista da parte dell’ÖVP del posto di cancelliere. Ma il mantra magico ha funzionato. È arrivato in testa con il 31,52 per cento. I socialdemocratici del SPÖ ottengono il secondo posto con 26,86 per cento e 40.000 voti più che il FPÖ (26,04).

Sul risultato finale, restiamo comunque prudenti: il voto per posta è stato questa volta molto elevato, e restano da spogliare 37.000 (dei 750.000) voti per corrispondenza fino a giovedì, la scadenza per la proclamazione del risultato. È anche un fatto che tradizionalmente il voto per corrispondenza si orienti piuttosto maggioritariamente verso il SPÖ.

Ma qualunque cosa accada, il presidente della repubblica Van der Bellen, eletto nel 2016 di misura davanti a Norbert Hofer, il candidato del FPÖ, dovrebbe chiedere al giovane Kurz, come la costituzione lo invita, di formare il nuovo governo. Che sarà obbligatoriamente di coalizione. E lì le speculazioni procedono speditamente.

Sembrando al momento fuori gioco una nuova coalizione ÖVP-SPÖ, tanto gli odi tra i due partiti sono cresciuti dopo anni di governo insieme e di bisbigli permanenti, l’ipotesi più in voga è senza dubbio una coalizione ÖVP-FPÖ. Dopo tutto, Kurz in campagna elettorale aveva considerevolmente “destrizzato” il suo discorso, riprendendo gran parte del programma del FPÖ, e i risultati sommati dei due parti rappresentano quasi il 58 per cento dei votanti! Ed è ciò che Strache non ha mancato di sottolineare trionfalmente, dicendo che adesso l’Austria è d’accordo al sessanta per cento con il suo programma.

E ciò appare agli occhi dei commentatori del tutto naturale! Dieci anni dopo la catastrofica unione tra Schüssel (ÖVP) e Haider (FPÖ), dal 2000 al 2006, che aveva scioccato l’intera Europa, e accumulato scandalo su scandalo, con riguardo al numero di privatizzazioni più che dubbiose e gli affaire Eurofighter e Hypo Adria, che l’Austria è lungi dall’aver finito di rimborsare. Ma contrariamente a Marine Le Pen in Francia, che non è riuscita a fare del Front National un partito credibile di governo, Strache e Hofer in appena dieci anni sono riusciti in questo tour de force. La capacità di dimenticare degli austriaci sembra senza limite, e diversi cacicchi del FPÖ si ritrovano nella posizione di essere fatti ministri. Strache incarna il ruolo invidiato di king maker, e la divisione dei posti sarà pesante di senso.

A meno che una sorpresa dell’ultimo minuto, all’austriaca, non arrivi a scompigliare il gioco: c’è anche la questione di una possibile coalizione tra SPÖ e FPÖ, che metterebbe Kurz e l’ÖVP fuori gioco. Dopo tuto, è esattamente quello che aveva fatto il furbo Schüssel (arrivando terzo nel 2000) alleandosi con Haider (arrivato secondo), quando il SPÖ era arrivato in testa.

E parecchie realtà su scala locale sono già governate da coalizioni SPÖ-FPÖ, come la regione del Burgenland (Niessl, il presidente di questa regione che fa pressione per questa formula su scala nazionale) o la città di Linz. E anche se il tabù è già stato infranto localmente, questa ipotesi sembra poco probabile, in considerazione delle resistenze in seno al SPÖ, come quella del sindaco di Vienna Häupl, del tutto allergico a una tale alleanza, e la cui forte voce conta in seno al partito. Nella capitale il SPÖ ottiene il 34,60 per cento, l’ÖVP il 21,5, il FPÖ il 21,45 (dunque l’ÖVP giusto davanti al FPÖ). Vienna la Rossa ha ancora la sua da dire.

Ma come in Francia, le campagne hanno votato maggioritariamente a destra – per il giovane Kurz, dunque – dando anche la maggioranza regionale al FPÖ, come in Carinzia, ex feudo di Haider. Poco importa che il giovane Kurz abbia fato il surf su una litania di slogan stereotipati, vuoti di contenuti ma acchiappatutto, che non impegnano né chi li legge né chi li ascolta. Del tipo “è necessario un movimento”. Lusingando il malcontento basico di ogni austriaco che si rispetti – quando l’Austria fa parte dei paesi a più alto livello di vita in Europa e Vienna è regolarmente classificata dall’istituto internazionale Mercer al sommo della piramide delle città con la più alta qualità di vita su scala mondiale.

Poco importa, in materia di immigrazione, che il giovane Kurz sia stato per anni ministro dell’integrazione, e demolisca nientemeno che la politica seguita dal governo del quale ha fatto parte. Come si sa, tutto è sempre errore degli altri.

Poco importa che si sia personalmente attribuito degli alti fatti d’arme, come la “chiusura della strada dei Balcani”, come se l’accordo Ue-Turchia e le misure prese dai succitati paesi balcanici non fossero lì per niente, o che abbia impunemente proposto il raggruppamento di tutti i profughi d’Africa e della Libia nell’isola di Lampedusa, senza chiedere il parere dei responsabili italiani e ancor meno quello del sindaco di Lampedusa. Poco importa il vuoto di programma e di pensiero, gli austriaci vi hanno creduto – al trenta per cento di loro.

Puro prodotto della fabbrica ÖVP, senza nemmeno passare per l’università, giovane militante che ha scalato i gradini a grande velocità, animale politico provvidenziale per il campo conservatore che era in piena decomposizione (alle presidenziali del 2016, il candidato ÖVP era arrivato al primo turno in quinta posizione, con l’11,1 per cento dei voti, e dunque è stato subito eliminato), Sebastian Kurz, 31 anni ha saputo giocare sull’effetto Macron: gioventù e novità, senza avere né l’esperienza operativa né il bagaglio filosofico del nuovo presidente francese.

Che in quello orienta sempre più la sua politica verso una tendenza di destra (dopo le ultime misure in materia sociale, fiscale, e di bilancio, la stampa e i francesi cominciano a definirlo “presidente dei ricchi”) ciò non può che confortare la nuova fenice dell’Austria, tanto più che egli prende in considerazione di rompere il sistema sociale attuale, molto protettivo, e di mostrarsi il degno erede del suo predecessore Schüssel. Non se ne rallegrano tutti. Come per esempio la scrittrice austriaca Marlene Streeruwitz, che in un lungo articolo apparso domenica sullo Standard formulava alla sua maniera la  visione della situazione:

Così fanno le élites. Esse non difendono il loro territorio. Esse lo cambiano. E schwupps. La conservazione del potere è assicurata. In tal modo lo stato sotto Schüssel fu derubato, in quanto sia a privatizzazioni sia a deregulation. E schwupps. L’ÖVP è morto. Ma. Il Movimento Kurz offre l’interim al mantenimento del potere dei borghesi reazionari. Oggi. Qui. In Austria.

E ciò verosimilmente con il concorso di una estrena destra ora solidamente installata nel paesaggio della democrazia austriaca.

Come affermava ai suoi tempi l‘indispensabile Karl Kraus:

Gli austriaci sono il solo popolo che grazie all’esperienza diventa sempre più bestia.

Ma è pur vero che egli si definiva Nestbeschmutzer (colui che sporca il nido, sputa nel piatto in. cui mangia), qualificativo che l’Austria si è premurata di attribuire ugualmente al suo grande detrattore Thomas Bernhard.

Ma non sono bastati né Kraus né Bernhard. Kurz è li. E verosimilmente per cinque anni.

(traduzione di Claudio Madricardo)

L’articolo è stato aggiornato rispetto alla sua prima versione, consegnata alla 14.30 di lunedì 16

versione originale in francese

Ah, ci fosse un Cyrano a Vienna ultima modifica: 2017-10-17T13:52:24+00:00 da PATRICK GUINAND

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