Cent’anni fa Caporetto. Ma fu l’8 settembre la Morte della Patria

Tra il 24 ottobre ed il 12 novembre del 1917, ci fu la frattura del fronte nord-orientale che si si trasformò in rotta. Ma fu ventisei anni dopo, nel '43, con l'annuncio dell'armistizio con gli anglo-americani, che morì il concetto di Patria.
scritto da MARIO GAZZERI

Non c’è forse Paese, tra le grandi nazioni europee, in cui ci si incaponisca a parlare di “morte della Patria” con una frequenza che fa di quest’abusata espressione quasi un “topos” della continua rivisitazione storiografica delle vicende del nostro Paese nel ventesimo secolo.

Il dramma dell’8 settembre

Molti storici, e non solo, concordano nell’individuare nell’8 settembre del ’43 (annuncio dell’armistizio con gli anglo-americani firmato cinque giorni prima a Cassibile in Sicilia) il giorno della fine del concetto stesso di Patria. In un Paese lacerato e abbandonato a se stesso da un re in fuga e dal Maresciallo Pietro Badoglio, anch’egli fuggiasco verso il Sud liberato dagli Alleati, e con oltre trecentomila soldati fuori dei confini nazionali impegnati in teatri di guerra dove improvvisamente le alleanze si erano ribaltate. Ma la vexata quaestio in realtà data da molto prima…

Cent’anni fa, Caporetto

Kobarid è un nome che a gran parte degli italiani probabilmente non dice granché. Si tratta infatti di una piccola cittadina sull’Isonzo, ora in Slovenia, che in italiano si chiama Caporetto. Nome questo che, come Waterloo o Sedan per i francesi, evoca fantasmi di irreparabili disfatte ed incubi di sconfitte e di occupazioni straniere.

Tra il 24 ottobre ed il 12 novembre del 1917, ci fu la frattura del fronte nord-orientale, operata in un solo punto (e non, come sottolinea giustamente lo storico Giovanni Sabbatucci, lungo tutta la prima linea, concetto peraltro molto teorico trattandosi di una battaglia in quota e non in pianura) dalle truppe austro-ungariche e tedesche che penetrarono così in territorio italiano “tagliando” la prima linea dal resto del Regio Esercito. La rottura del fronte, cui partecipò attivamente anche un giovanissimo tenente tedesco che avrebbe fatto molto parlare di sé nel secondo conflitto mondiale, Erwin Rommel, si trasformò in rotta, sia per l’insipienza militare e il “conservatorismo” strategico degli alti gradi (il generale Luigi Cadorna, ma non solo), sia per la stanchezza e la disillusione dei soldati provati ormai da oltre due anni di trincea.

Una vittoria tedesca

Lo sbandamento, le diserzioni e le decimazioni che ne seguirono, furono la miccia di un’ondata di feroce antimilitarismo, di una lacerazione del comune sentire degli italiani come popolo e di un diffuso rancore per la stessa idea di Patria, una sorta di “matricidio” (ancorché Patria derivi dal maschile “pater”) se lo si volesse leggere in termini psicoanalitici o con un erudito rimando alla tragedia greca.

Resti di un bunker italiano a Caporetto

Ma Caporetto, in realtà, fu innanzitutto una vittoria dell’impero tedesco ormai certo di poter disimpegnare le proprie truppe sul fronte di una Russia sconvolta dalla rivoluzione, dalla guerra civile e da una micidiale carestia, in seguito alla prevista pace separata che sarebbe stata poi firmata, a caro prezzo per Mosca, a Brest Litovsk nel 1918. Ma già prima di Caporetto erano cominciati i contatti tra Berlino e Mosca e l’impegno prussiano sui fronti dell’est era notevolmente diminuito. Questo fu uno dei motivi che indusse Vienna, capitale di un Impero ormai sull’orlo del tracollo, a tentare il “colpo” sul fronte italiano chiedendo ed ottenendo l’aiuto strategico e determinante di Berlino.

Ma dove erano i “servizi” militari italiani?

Nelle settimane precedenti lo sfondamento, austriaci e tedeschi fecero confluire nella valle dell’Isonzo, come ricordano anche storici militari del calibro di Giorgio Rochat e Nicola Labanca, decine e decine di migliaia di militi ungheresi e croati su un numero incredibile di convogli (si parla di oltre duemila tradotte). Nessun informatore italiano, o straniero al soldo degli italiani, ne fece parola ai nostri vertici militari che cinicamente si cullavano sull’idea di una infinita guerra di trincea e di una vittoria vicina e propiziata anche dall’intervento degli Stati uniti a fine giugno del 1917.

Prigionieri italiani nella Piazza Libertà di Udine

Ma non fu Caporetto la “morte della Patria”. La dolorosissima lacerazione seguita allo sfondamento del fronte da parte degli Imperi centrali, si ricompose e , come tutti sanno, l’esercito attestatosi sul Piave riuscì un anno dopo a contrattaccare e a respingere il nemico. Un contingente italiano arrivò fino a Vienna e, in un suo libro, Joseph Roth ricorda “gli eleganti ufficiali italiani, con i lunghi cappotti coi revers gialli” che passeggiavano lungo il Ring e la Koertner Strasse.

La catastrofe del ’43 e l’estinzione della Patria

“Il bluff è finito – scriveva sconsolatamente Gaetano Salvemini ad Enrico Rossi in una delle sue prima lettere dall’America, nel dicembre 1944 – l’Italia non è più che una sfera d’influenza inglese, una colonia inglese, una seconda Irlanda”. La frase è riportata da Ernesto Galli della Loggia nel suo saggio intitolato appunto “La morte della patria – la crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica”.

La mitragliatrice FIAT-Revelli Modello 1914, usata dal Regio Esercito nella prima guerra mondiale

L’intreccio profondo degli elementi costituenti la Patria era ancora costituito da quelli risorgimentali, una serie di peculiarità italiane che avevano le loro radici nell’arte e nella religione e che Alberto Mario Banti, dell’Università di Pisa, ha descritto nel suo bellissimo libro “Sublime madre nostra” (Laterza). L’opera lirica, l’arte sacra e non, il paesaggio, la lingua ma solo in modo relativo perché erano una minoranza gli italiani che parlavano la lingua di Dante. Questi gli elementi dell’impalcatura concettuale dell’idea di Patria. La trama delle virtù civili, l’appartenenza ad una nazione di lunghe tradizioni storiche e il senso dello Stato nelle sue molteplici articolazioni che almeno teoricamente, anche all’indomani della catastrofe dell’8 settembre, avrebbero potuto costituire un baluardo “morale” allo sbandamento generale, era invece ancora fragilissima.

Malaparte, il testimone della morte della Patria

A volte, soprattutto per le giovani generazioni ansiose di conoscere il passato per poter meglio provare ad interpretare il presente, si potrebbe consigliare, accanto ai testi citati e ad altri importanti analisi, anche la lettura di diari o di testimonianze.

Innanzitutto sarebbe opportuno leggere o rileggere i “Diari” di Ciano, acuto osservatore e disincantato profeta del disastro e non un vacuo donnaiolo come da più parti si continua a ritenere. E, forse ancor di più, “La pelle”, il libro in cui Curzio Malaparte racconta l’Italia in ginocchio mentre, al seguito delle truppe americane, risaliva la penisola. I tradimenti, le fughe, la prostituzione di massa a Napoli e altrove, e su di seguito in un rosario di miserie morali e crudeltà fino alla liberazione da parte degli Alleati di Milano, dove Kurt Suckert (vero nome di Malaparte) finisce su una jeep americana nella bolgia infernale di piazzale Loreto. Alla vista dei corpi appesi, Malaparte si sentì male e vomitò. “Ormai non mi restava altro da fare per questa nostra Italia”, sono le ultime parole del suo “sgradevole” libro.

Cent’anni fa Caporetto. Ma fu l’8 settembre la Morte della Patria ultima modifica: 2017-10-20T23:26:49+02:00 da MARIO GAZZERI

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