Referendum. Il non voto è il miglior voto

In Veneto e in Lombardia si vota domani sull’autonomia di entrambe le regioni. Consultazione con valore consultivo, ma dalle conseguenze politiche. Le due regioni vogliono ottimizzare l’impiego del residuo fiscale, cioè il saldo tra le entrate del gettito e le uscite per l’amministrazione, convogliando meno denaro a Roma e trattenendone una parte più importante. L'articolo che pubblichiamo chiude una serie d'interventi in cui si sono confrontate posizioni diverse.
scritto da ADRIANA VIGNERI

Seggi aperti dalle 7:00 alle 23:00 di domenica in Veneto e in Lombardia per il referendum sull’autonomia di entrambe le regioni. La consultazione ha valore consultivo, con conseguenze pertanto solo politiche, nell’immediato.
In Lombardia non serve un quorum, mentre in Veneto la legge esige il raggiungimento del cinquanta per cento più uno dei votanti. Le due regioni vogliono ottimizzare l’impiego del residuo fiscale, cioè il saldo tra le entrate del gettito e le uscite per l’amministrazione, convogliando meno denaro a Roma e trattenendone una parte più importante.
Il quesito referendario della Lombardia recita così: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”
Quello veneto “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?

La nostra rivista ha pubblicato una serie di articoli dedicati al voto di domenica, in particolare il referendum veneto, dando voce alle diverse posizioni. L’articolo che segue, nell’esporre dettagliatamente i diversi aspetti giuridici e politici della consultazione, è un invito a non partecipare al voto.

Il referendum in questione è l’unico sopravvissuto di una serie di quesiti a scalare che tendevano a sottoporre al corpo elettorale veneto le questioni della trasformazione della regione a statuto ordinario Veneto in una regione a statuto speciale, il trattenimento in loco degli otto decimi delle entrate fiscali percepite nel territorio regionale (lr. N. 15/2014) e da ultimo l’indipendenza della regione Veneto (l.r. n. 16/2014).

Il referendum eversivo (lr. N. 16) e gli altri, non eversivi ma incompatibili con la Costituzione, sono stati espunti dall’ordinamento regionale dalla sentenza della Corte costituzionale n. 118/2015. È stato ammesso il referendum consultivo relativo alle “ulteriori forme e condizioni di autonomia”, contenuto nella stessa legge regionale in cui erano presenti anche i referendum respinti.

Resta il fatto storico del nesso originario tra il referendum ammesso e quel percorso di rottura dell’unità nazionale, palesemente in contrasto con l’unità e indivisibilità della Repubblica.

Ne risulta un’ambiguità dell’operazione referendaria, confermata dal fatto che la comunicazione politica regionale allude continuamente all’obiettivo di divenire regione a statuto speciale (ma non come il Friuli Venezia Giulia, troppo pochi soldi, come il Trentino Alto Adige). E confermata, soprattutto, dal quesito,

Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, che si guarda bene dal far riferimento alle materie di competenza legislativa per le quali la maggiore autonomia può essere richiesta.

Questa troncatura del quesito, che la Corte costituzionale ha lasciato passare, fa sì che questo referendum si configuri come una procedura “a schema libero”, per la stragrande maggioranza dei cittadini votanti. Lo si capisce anche meglio confrontando questo quesito con quello della Lombardia:

Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?

Questo referendum è anteriore ed esterno all’attuazione della procedura prevista dalla Costituzione.

Qual è la procedura prevista? Che la Regione individui le materie – tra quelle elencate nell’art. 116 – nelle quali si intende chiedere maggiori competenze legislative, con le relative risorse. Questa operazione va fatta consultando gli enti locali (ragionevolmente, consultando anche altri soggetti, le categorie e le parti sociali). Il risultato di questo lavoro e di queste decisioni va presentato al governo, con cui si avvia una trattativa che si conclude con una intesa, che va poi approvata con una legge “rinforzata” perché approvata a maggioranza assoluta. Un procedimento complesso perché destinato, nella sostanza, ad integrare previsioni costituzionali.

Questo procedimento non è neppure iniziato. La sentenza n. 118 della Corte costituzionale ha constatato che questo referendum consultivo rimane esterno ed anteriore rispetto alla procedura sopra descritta. Per questa ragione, non essendovi interferenza, non vi è neppure illegittimità costituzionale.

Vi è invece l’indeterminatezza dell’oggetto, che la Corte non ha rilevato. Il referendum consultivo incontra gli stessi limiti cui è assoggettato – secondo la legge regionale – il referendum abrogativo di una legge, di un regolamento o di un atto amministrativo regionale, previsto dall’art. 26 dello Statuto del Veneto, e uno di questi limiti è l’omogeneità del quesito. Su che cosa votano esattamente i cittadini? Si tratta in realtà di un mandato in bianco, di una forma di consultazione popolare e di un mezzo di pressione politica, su cui tornerò.

L’art. 116, 3° comma – non citato nel testo del quesito – non è neppure la porta per raggiungere uno Status differenziato, intermedio tra regioni ordinarie e speciali, ma la procedura per l’ampliamente di specifiche competenza regionali.

Ci sarebbe a questo punto da trattare della campagna referendaria, e della posizione della Giunta regionale, che non ha un ruolo di garante imparziale, bensì di informatore parziale.

Ma per non farla troppo lunga mi riferisco soltanto ai rapporti tra Regione e Governo che hanno preceduto la data del voto.

Con la DGR n. 315 del 2016 la giunta regionale ha avviato il procedimento di negoziato con il governo approvando un corposo articolato contenente la proposta della Regione. Il 16 maggio 2016 la presidenza del consiglio dava riscontro, dichiarando la disponibilità ad avviare la procedura negoziale. A questa nota del governo non c’è stata risposta. Il 17 febbraio 2017 il governo a) confermava la propria disponibilità al negoziato b) informava la Regione che aveva trasmesso alle singole amministrazioni le proposte a suo tempo fatte pervenire, che aveva riunito i rappresentanti e aveva individuato le modalità con cui sviluppare il rapporto con la Regione c) dichiarava quindi che ci sono “le condizioni per un incontro proficuo in tempi brevi” d) chiedeva di fissare una data per tale incontro.
In risposta la Regione affermava che il negoziato si sarebbe potuto svolgere soltanto dopo aver celebrato il referendum “la Regione Veneto è pronta ad accogliere, mio tramite, la sua proposta solo dopo aver celebrato il referendum”.

Nel decreto di indizione del referendum non si cita questa nota 17 febbraio del Governo ma una nota di un anno prima (16.5.2016) e si afferma “l’impossibilità di concordare il contenuto del referendum”.

A questo punto si potrebbero rilevare, oltre alla mala fede con cui si descrivono i precedenti rapporti con il governo, i vari aspetti di illegittimità per violazione della stessa legge regionale n. 15/2014 e dello Statuto, ma in questa sede non rilevano. Non hanno avuto rilevanza neppure avanti un Tribunale civile (Venezia, Tribunale ordinario, 3° Sezione civile, ordinanza 25 settembre 2017, su cui v. commento in LACOSTITUZIONE.INFO, 28 settembre 2017, di Fabio Ferrari).

Due considerazioni sugli argomenti della propaganda pro referendum: il riferimento alla dolce vita delle regioni a statuto speciale, e quello al residuo fiscale del Veneto.

1 Il richiamo alle regioni a statuto speciale (Corriere del Veneto 6 ottobre Lorenzo Fontana)
Per ottenere le medesime condizioni del Trentino Alto Adige (TAA) il Veneto dovrebbe chiedere e ottenere una riforma costituzionale. In quel caso, ammesso che lo si voglia fare, le altre regioni starebbero zitte? È evidente che di una operazione di questo genere non vi sono le condizioni. Come sbattere la testa contro un muro.

Se il Veneto ottenesse maggiori competenze legislative e quindi amministrative, con le relative risorse, ai sensi dell’art. 116 Cost., non per questo avrebbe risorse in più, come il TAA, perché quelle risorse servirebbero per le nuove funzioni.

2 Nei suoi tweet Luca Zaia si riferisce continuamente all’abnorme residuo fiscale del Veneto.
I diversi residui fiscali, e precisamente l’esistenza di residui fiscali positivi nelle regioni ricche e negativi in quelle povere non costituiscono una situazione patologica ed ingiusta. È normale in un paese in cui esiste il principio di solidarietà tra cittadini, data la distribuzione geografica delle entrate fiscali che segue la distribuzione (non omogenea) delle basi imponibili. Il carattere positivo o negativo dei residui fiscali non ha poi nulla a che fare con la distinzione tra regioni ordinarie e regioni speciali: Trento ha un residuo fiscale negativo (-448 milioni, media del periodo 2008-2014), Bolzano ha un residuo fiscale positivo (+773 milioni, media del periodo 2008-2014), il che significa che è contributrice netta (come il Veneto).

E qui viene il punto. Azzerare il residuo fiscale significa destinare tutte le risorse fiscali raccolte nel territorio alla spesa pubblica erogata nello stesso territorio. Tutto ciò che si raccoglie nel Veneto al Veneto. Cosa che si può fare soltanto con la secessione del Veneto dall’Italia. Infatti la compressione o l’eliminazione delle differenze nei residui fiscali territoriali è possibile soltanto attenuando e eliminando i principi di solidarietà tra cittadini italiani insiti nell’unione fiscale tra le regioni italiane e tra i cittadini italiani. Principi consacrati nella Costituzione, nella prima parte (eguaglianza tra i cittadini) e nella seconda (principi di coordinamento della finanza pubblica).

Aggiungasi che alcune regioni del Nord, tra cui il Veneto, sembrano produrre saldi ovvero residui fiscali ampiamente positivi. Ma ciò è vero soltanto se non consideriamo l’assorbimento di risorse fiscali che deriva dalla necessità di onorare il servizio del debito, in poche parole di pagare gli interessi, cosa che avviene nell’interesse di tutti gli italiani, anche dei veneti. Se consideriamo il residuo fiscale totale, comprensivo della spesa per interessi, il residuo fiscale del Veneto ammonta a 230 milioni (media del periodo 2008-2014). Poca cosa davvero. Per non parlare del residuo fiscale previdenziale.

Non è vero che il federalismo asimmetrico (forme speciali di autonomia a singole regioni) si può estendere – lasciando più risorse in Veneto – senza compromettere i livelli di solidarietà tra cittadini residenti in regioni diverse (i livelli essenziali delle prestazioni fissati con leggi nazionali), o senza compromettere la stabilità della finanza pubblica.

Interessa ora assumere alcune prime conclusioni sui caratteri del referendum a cui siamo di fronte, prima di fare le nostre valutazioni di carattere politico.

Dagli elementi informativi e di fatto che abbiamo qui esposto si può concludere che si tratta di uno strumento di carattere plebiscitario, per l’assenza di un vero e proprio oggetto di decisione chiaramente individuato e con precise conseguenze e per la finalità di raccogliere attorno alla giunta e al suo presidente un consenso di cui questi soggetti dovrebbero farsi portatori per esercitare pressioni sul governo statale e sulla comunità nazionale.

Qualche giurista ha tentato di giustificare la scelta della Regione del Veneto (e della Lombardia) di svolgere prima di tutto un referendum consultivo. Secondo l’interpretazione di Ludovico Mazzarolli, la procedura per l’ampliamento delle competenze delle regioni a statuto ordinario che lo chiedano, è “lunga, faticosa, accidentata, variabile, limitata e soprattutto dipendente da una decisione di un organo dello Stato centrale, il parlamento nazionale”.

L’enfasi sulla difficoltà della procedura (fino ad esaurimento degli aggettivi) – fin qui mai sperimentata per assenza di iniziative regionali – serve a giustificare l’iniziativa referendaria da parte di una giunta che rappresenta una forza di opposizione (mentre l’Emilia Romagna non vi avrebbe fatto ricorso perché in sintonia politica con il governo). Ma appare una visione distorta.

Il parlamento nazionale non è organo dello Stato centrale, al contrario rappresenta la Repubblica, di cui le regioni sono parte fondamentale, tanto più se deve decidere a maggioranza assoluta. Che non è un ulteriore ostacolo ma una garanzia. Inoltre non sarà quella del Veneto la più “matura” proposta, quella che funzionerà da precedente, bensì quella dell’Emilia Romagna, che ha già dettagliato la propria proposta e l’ha concordata con gli enti locali e attraverso un ampio percorso di consultazioni. Tutte cose che il Veneto non ha ancora fatto e probabilmente non farà mai. È vero che l’intesa tra Regione e governo ha nell’iter una posizione centrale, ma l’intesa non potrà non tener conto – per l’intrinseco peso politico – del consenso che la Regione avrà raccolto nel proprio territorio nella consultazione con gli enti locali (che saranno chiamati ad esercitare le nuove funzioni) e con gli stakeholders della società.

Sempre Mazzarolli, nel denunciare la mancanza di norme procedimentali nell’art. 116. 3° comma (?), afferma la legittimità della scelta, da parte della singola regione, della procedura da seguire.

E, se ciò è chiaro, può risultare maggiormente comprensibile, tanto per cominciare, che le Regioni governate dalla stessa maggioranza che governa a Roma possano decidere di muoversi differentemente dalle Regioni governate da quella che, a Roma, è minoranza perché opposizione.

Ciò consentirà al presidente di iniziare le trattative con il “centro” portando con sé la forza di un insieme coeso di cittadini che lo legittima a discutere a prescindere dalle loro e dalle sue convinzioni politiche. Mazzarolli conclude: poiché quasi certamente il referendum otterrà il quorum di partecipazione e certamente vinceranno i SI “a che pro fare campagna per il NO?”.

Ecco, questo è il tema di cui dovremo occuparci: a che pro fare propaganda per il no, ovvero, a che pro fare propaganda per l’astensione?

Qualche mese fa ho scritto un articolo per questa rivista nel quale concludevo che tanto valeva votare SI. Il referendum era talmente vuoto di contenuti che finiva con il privare di argomenti la posizione contraria. Chi può essere contrario ad una richiesta generica di maggiore autonomia? Tanto valeva votare SI.

Poi ho cambiato idea. Ho capito che quella mia posizione era frutto di una grave sottovalutazione del peso politico, e della qualità del peso politico di questo referendum. Accodarsi avrebbe voluto dire svuotare di significato qualunque critica che si fosse mossa alle scelte di Zaia e appunto sottovalutare il significato che il referendum avrebbe assunto. Era quindi doveroso provare almeno a farlo fallire non andando a votare.

Si noti che la qualità del peso politico del referendum Lombardo è ben diversa. Dato che lì è almeno chiaro di che si tratta.

In conclusione: tenere un referendum per farsi legittimare ad avviare la procedura di applicazione del 116, 3° comma Cost. non è illegittimo (illegittimo semmai è il quesito perché generico). Nel caso specifico Zaia, grazie ai contenuti della sua campagna elettorale e al sostegno ricevuto non ne aveva alcun bisogno, quindi i caratteri di questo referendum sono quelli sopra descritti: in una parola è un referendum strumentale.

Nel caso di una forza politica di opposizione, si tratta di decidere se sostenerlo o no.
A mio parere, come dicevo, è preferibile tentare di farlo fallire, non perché si sia contrari ad una maggiore autonomia ai sensi del 116 Cost (siamo noi che l’abbiamo introdotta), ma perché si ritiene, come io ritengo, questo referendum gravemente nocivo.

Le ragioni del no anzi dell’astensione

La posizione dei più grandi imprenditori: Benetton, Marzotto, Boscaini (Amarone) e più tiepidamente Rosso è motivatamente per non andare a votare.
NOI siamo a favore dell’autonomia, nel senso dell’applicazione dell’art. 116, ma avremmo voluto che si fosse seguita la procedura prevista dall’art. 116. Questo percorso di Zaia non produce effetti giuridici, soltanto, e non è poco come diremo, politici.

Siamo anche attenti a come il Veneto governa e usa i poteri che ha già. Ciò che cambia se si applica il 116 è chi esercita quelle funzioni. Siamo certi che vogliamo dare più funzioni a questo personale amministrativo e politico? Naturalmente la risposta richiede una conoscenza capillare di come la Regione Veneto ha esercitato le sue funzioni fin qui, per fare critiche precise. A occhio non mi pare che sia da esserne entusiasti. È lo stesso ceto politico e amministrativo che è stato complice del modo in cui sono spati spesi i soldi del Mose anche quando è riuscito a non farsi coinvolgere. Che è stato complice della gestione delle banche popolari venete, cui ha dato copertura politica. L’apparato amministrativo veneto ha dato prova di efficienza?

Il tema della diversità tra le regioni speciali e le regioni ordinarie c’è tutto. Ma non lungo la strada perdente del tentativo di far diventare anche il veneto regione a statuto speciale, bensì quello di rivedere i privilegi economici delle regioni speciali. Diciamo la verità, non c’è stato governo che abbia avuto la forza di affrontare il problema. Ma di una cosa sono certa: nessuna regione riuscirà ad aggiungersi all’elenco, senza una sollevazione di tutte le altre regioni italiane.

In questo caso non si tratta dell’applicazione del 116, tanto che di questo non si parla. Il Veneto a differenza dalla Lombardia ha palesemente voluto che il referendum avesse un altro oggetto. Più forza politica al governo per ottenere altro, più soldi, perché questo significa regione a statuto speciale o diminuzione dei residui fiscali. Ma Zaia sa bene anche questo. I prodotti positivi del referendum non vi sono perché non è possibile che vi siano. Ma è proprio questo che interessa a Zaia: usare l’esito referendario e la non risposta del governo per aizzare i veneti contro il governo; tutto ciò che susciterà lamentele – ad esempio nella sanità o sui ticket sanitari – sarà ritorto contro il governo. È il governo che non ci ha dato i soldi.

Per questo penso che questo referendum sia gravemente nocivo: perché si sollecitano speranze che non possono essere soddisfatte. E questo incattivisce ovviamente la popolazione delusa, delusa non da Zaia ma dal governo. O si ricomincia daccapo con la procedura che si sarebbe dovuta seguire fin dall’inizio, e allora il referendum sarà stato del tutto inutile, oppure, come io temo che succederà, si sfrutterà politicamente e nella campagna elettorale ormai vicinissima il rancore popolare.

L’esito del referendum e il nulla di fatto nei rapporti con il governo (non c’è neppure il tempo) saranno i temi centrali della campagna elettorale in Veneto. Per questo ci si deve sforzare – per quanto sia difficile, lo so anch’io – di far capire che la strada scelta da Zaia non è quella che può produrre frutti, è pura demagogia. Meglio cominciare subito, che più avanti in campagna elettorale.

Per questo mi sono convinta che è controproducente per noi “spoliticizzare” il voto referendario, renderlo neutro: ciò che è nell’interesse del Veneto è palesemente nell’interesse di tutti i veneti, anche di coloro che non votano Zaia. E interesse del Veneto è avere più soldi per realizzare infrastrutture e servizi tecnologici adeguati e iniziative sociali a beneficio delle famiglie. E gestire la formazione, la scuola, l’università.

L’ho già detto e lo ripeto: la nostra Costituzione prevede già che singole regioni abbiano più soldi per esercitare più competenze, tra quelle che sono elencate nell’art. 116, terzo comma della Costituzione. Zaia non ha perseguito questa strada, non ha detto al governo quali altre competenze vorrebbe (e relative risorse). Né nella corrispondenza con il governo, né lo ha detto nel quesito referendario, che è del tutto generico. Né fin qui nella comunicazione politica, che parla soprattutto di azzerare il residuo fiscale. Avere più soldi.

Può essere che a molti interessi soltanto e a qualsiasi costo il Veneto – ma ne dubito – a me interessa il paese intero (e l’Europa). Mi interessa la standardizzazione della spesa (il costo della famosa siringa), che i soldi pubblici siano spesi bene e sì, certo, anche che le regioni abbiano il massimo grado possibile di autonomia, se lo sanno utilizzare. Per questo occorre riprendere a lavorare sul federalismo fiscale. E non pensare soltanto a farsi pubblicità, e a curare la propria piccola enclave.

Si è tenuto conto del lavoro del prof. Luciano Greco dell’Università di Padova su “Il residuo fiscale della regioni italiane”, 21 settembre 2017

 

In precedenza abbiamo pubblicato gli interventi di:

SIMONETTA RUBINATO, Pd Veneto, parlamentare

ALESSIO MOROSIN, Indipendenza Veneto

GIOVANNI TONELLA, PD Veneto

BEPI COVRE [in risposta a Adriana Vigneri]

ADRIANA VIGNERI, PD Veneto [in risposta a Bepi Covre]

BEPI COVRE, imprenditore, ex parlamentare della Lega

Referendum. Il non voto è il miglior voto ultima modifica: 2017-10-21T17:29:39+00:00 da ADRIANA VIGNERI

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