Mogadiscio non è Parigi, una strage non fa notizia

L'attentato nella capitale somala rivendicato dagli al-Shabaab - che provoca 358 morti accertati, 56 dispersi, 228 feriti - non entra nel circuito meditatico come se per i somali, per i nigeriani, come per gli afghani o i siriani, la morte violenta sia parte ineluttabile della loro quotidianità.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Il giorno in cui Parigi fu sconvolta dalla serie di attacchi terroristici dell’Isis, la notte in cui civili inermi morirono falciati dai colpi di mitra al Bataclan, o seduti in un bistrot, lo stesso giorno in un luogo più lontano, la Nigeria, centinaia di studentesse venivano uccise, bruciate vive, perché cristiane dai miliziani di Boko Haram. Il giorno dopo, tutti i giornali produssero, ognuno, decine di pagine sul terrore che aveva insanguinato Parigi, mentre l’immane massacro in Nigeria veniva confinato, salvo rare eccezioni, in una breve.

Certo, per noi europei, Parigi è un vissuto che ci appartiene, in tanti quel giorno avranno pensato: in quel locale in cui si faceva musica, in quel bistrot, o allo stadio potevo esserci anch’io, e magari qualcuno in quel bistrot, in quello stadio, in quel locale c’era anche stato. La vicinanza emozionale è comprensibile, ma… Ma ciò su cui varrebbe forse la pena d’interrogarsi è da cosa nasce la nostra lontananza da quelle ragazze arse vive in Nigeria, e perché, per venire all’oggi, un immane attentato a Mogadiscio – la strage degli ambulanti rivendicata dagli al-Shabaab, i jihadisti più feroci d’Africa, affiliati ad al-Qaeda – che provoca 358 mori accertati, 56 dispersi (probabilmente morti), 228 feriti – non fa notizia, come se per i somali, per i nigeriani, come per gli afghani o i siriani, la morte violenta sia parte ineluttabile della loro quotidianità.

Questa lontananza di sentimenti pesa e tanto nella propaganda jihadista. Subito dopo i massacri di Parigi, l’allora presidente francese, François Hollande, decise che occorreva rispondere immediatamente e con durezza alla sfida mortale dello Stato islamico. Poche ore dopo, i cacciabombardieri francesi sganciarono su Raqqa, la “capitale” siriana dell’Is, tonnellate di bombe. Colui che prese questa decisione sapeva bene che i miliziani al soldo di Abu Bakr al-Baghdadi usavano gli edifici civili per nascondersi e facevano di donne e bambini i loro scudi umani.

Hollande lo sapeva, ma in quel momento quelle bombe “parlavano” all’opinione pubblica francese, impaurita, ferita, sgomenta per gli attacchi subiti. Quella reazione armata – uno “spot militare” la definì l’allora premier italiano, Matteo Renzi – provocò la morte di centinaia di civili, e subito, l’efficiente “dipartimento comunicazione” dell’Isis mandò in rete i video di genitori disperati che raccoglievano i corpi senza vita dei loro figli da sotto le macerie dei palazzi colpiti dai raid francesi. Il giorno in cui Parigi fu colpita, in tutta Europa si disse, scrisse, twittò: “Siamo parigini”. Nessuno, però, aggiunse “e anche nigeriani”, e ora, “siamo tutti somali”.

Quanto all’”essere siriani” c’è solo da arrossire di vergogna: per un popolo ridotto ad una moltitudine di profughi, per un dittatore che, sei anni e sette mesi fa, dichiarò guerra ad un popolo che, pacificamente, reclamava libertà e giustizia, le piazze occidentali non si sono riempite, forse perché non vi era l’”imperialismo yankee” o il “cattivo Israele” contro cui far fronte. Questa lontananza emotiva può avere tante spiegazioni ma un unico risultato: quel mondo lontano e al tempo stesso vicino in un mondo fatto a rete e globalizzato, percepisce la nostra lontananza come un segno di superiorità, come retaggio di una cultura neocoloniale per la quale quei morti contano poco o niente, e quando contano, quei popoli, è solo perché vengono percepiti come minaccia.

Somali a Copenhagen

La minaccia dell’”invasione”. Sei riconosciuto se fai paura, come persona non conti, ma come migrante sei un numero, un più o un meno su cui si costruiscono campagne elettorali, e vince chi è più capace di alimentare la paura. Avviene in Austria, in tutta l’Europa dell’Est, finanche nella civile Scandinavia. La percezione dell’altro da sé è declinata solo al negativo, e al diffondersi, attraverso una narrazione impastata di falsità (ci rubano il lavoro, portano le malattie, dissestano le casse dello Stato…), di terribili equazioni quale islamico=potenziale terrorista.

Prima che una disfatta politica, per un pensiero di sinistra, è una bancarotta culturale, una “Waterloo” etica. È come se fosse venuto a mancare del tutto il diritto-dovere all’indignazione. E non basta nascondersi dietro le parole dell’unico leader globale, Papa Francesco, per mascherare l’assenza di coraggio politico che ha portato a fare della “paura” una categoria della politica. A farci commuovere è una foto, quella del piccolo Aylan, magari è una storia individuale particolarmente toccante, ma poi tutto torna nella “normalità”, e quei trecento civili massacrati a Mogadiscio non esistono.

Somali a Copenhagen

 

Come non sono esistiti, nonostante l’encomiabile opera di documentazione di organizzazioni umanitarie come Oxfam, Amnesty International, Medici senza Frontiere, Save the Children, o di agenzie Onu come l’Unicef, i bambini, migliaia, le donne, migliaia, gli anziani, migliaia, per settimane intrappolati ad Aleppo, bersaglio dei bombardamenti aerei dell’aviazione di Bashar al-Assad, sostenuta dai russi, e dei cecchini dell’Isis.

Somali a Copenhagen

I rapporti delle Ong raccontavano storie, documentavano crimini di guerra, aggiornavano numeri di una tragedia immane, eppure quei massacri non hanno scaldato i cuori in Europa, non hanno riempito le piazze, animato dibattiti, non hanno prodotto solidarietà e indignazione. E questa lontananza viene sfrutta da chi ne fa strumento di proselitismo, da chi la usa per rafforzare la propaganda armata.

“Noi moriamo ad Aleppo, tu morirai qui”: furono le parole utilizzate da un terrorista dell’Isis prima di aprire il fuoco, uccidendolo, contro l’ambasciatore russo in Turchia. Momenti drammatici, immortalati in un video che fece il giro del mondo. A noi, noi europei, noi occidentali, ciò che è rimasto impresso nella memoria è la freddezza del killer, sono gli ultimi atti di vita dell’ambasciatore russo. Ma per il mondo a cui i jihadisti si rivolgono, ciò che conta, più che il gesto, sono quelle parole: “Noi moriamo ad Aleppo…”, in cui quel “noi” non sono solo e tanto i miliziani di Daesh ma i bambini, le donne, i civili massacrati dai barili-bomba di Assad e dai bombardamenti delle varie coalizioni che hanno fatto di quella siriana una guerra per procura.

 

Somali a Copenhagen

Il messaggio lanciato dall’Isis è chiaro: i nostri morti non contano, sono carne da macello. Propaganda spregevole si dirà, giustamente, tuttavia coglie un punto di amara verità: i morti, per noi europei, non sono tutti uguali.

Nei giorni dell’ultima guerra di Gaza, estate 2014, sui social, nella rete girarono video drammatici: palazzi distrutti, bambini uccisi, genitori disperati…Se ne parlò e scrisse per qualche giorno, poi i riflettori internazionali si spensero su Gaza e sulla tragedia di 1,800 milioni di persone, in maggioranza al di sotto dei 18 anni, che da oltre dieci anni vivono sotto embargo in una immensa e fatiscente prigione a cielo aperto isolata dal mondo. Il mondo della sofferenza non fa notizia. Soprattutto se è lontano da noi.

#IAmMogadishu ??‏ @BashiirSuuley #Mogadishu Will never give up. #IAmMogadishu.

In questo contesto, il mantra “aiutiamoli a casa loro”, risuona, anche quando è recitato da chi ha le migliori intenzioni, come qualcosa di falso, ipocrita. Perché non c’è interesse alcuno a conoscere come sono ridotte quelle “case”, sapere chi le ha rase al suolo e a chi affidare la loro ricostruzione: ciò che sembra interessare all’Europa è relazionarsi con i “gendarmi” delle frontiere esterne, ritenuti il “male minore”. Paura, orrore, qualche lacrima, ma mai condivisione. Allo “scontro di civiltà” si sovrappone il “disinteresse di civiltà”. L’ignoranza produce demonizzazione, l’assenza di una pur minima curiosità intellettuale rafforza chi si nutre di stereotipi, chi moltiplica pregiudizi. Non esistono tunisini, marocchini, algerini, etiopi, eritrei, ma solo, in senso dispregiativo, “africani” e il dispregiativo si fa più grandi se “africani” e pure “musulmani”.

È la massificazione del disprezzo, la criminalizzazione delle diversità. Così è stato, e in parte è ancora, con gli ebrei e i rom. In questa narcotizzazione delle coscienze un ruolo decisivo, in negativo, lo svolge il mondo della comunicazione: distratto o complice di un’operazione politico-culturale che tende a cancellare la memoria storica, e con essa i crimini commessi in Africa dal colonialismo europeo, e tra i più atroci è stato quello italiano.

Manifestazione per la Somalia a Nairobi

Oggi è il tempo delle celebrazioni, delle conferenze tanto costose quanto improduttive. Il 16 ottobre si è celebrata la Giornata mondiale dell’alimentazione e nei giorni precedenti, il 14 e 15, il G7 sull’agricoltura. Discorsi tanti, impegni pochi o niente. Eppure, come ricordato da Oxfam in un dettagliato Rapporto, la fame è un dramma in continua crescita, che colpisce oggi 815 milioni di persone nelle aree più povere del mondo. Più di 335 mila persone in Ciad sono senza cibo, oltre 200 mila bambini, oltre 1 persona su 2 senz’acqua pulita.

Il conflitto innescato da Boko Haram – annota Oxfam – e la strategia militare dei governi costringe alla fuga centinaia di migliaia di persone, costrette ad abbandonare la propria terra per salvarsi da violenze e soprusi di ogni tipo.

Questa guerra sprofonda in un silenzio indicibile e il Ciad, la sua gente, sono dimenticati, tra i più dimenticati della terra. Nella zona ci sono solo dieci medici: dei 121 milioni di dollari richiesti per far fronte a questa immane crisi, ne sono arrivati dalla comunità internazionale solo quaranta…

Un silenzio indicibile, e sì che negli ultimi tempi si è ripetuto a casa nostra il motivetto: “aiutiamoli a casa loro”.

Nessuno, specie nel mondo della comunicazione, può dire: “Non sapevo…”. Perché non c’è giorno che le organizzazioni umanitarie non producano rapporti, testimonianze, denunce argomentate, proposte praticabili…Ma ottenere uno spazio tra un rosatellum e l’altro è impresa titanica. Non è assuefazione ai drammi: è questo ma anche altro. E’ la subalternità a un umore diffuso, è il non voler andare controcorrente. E’ il piegarsi alla securizzazione del tema dei migranti che oggi fa dire a politici di varia provenienza e coloritura partitica: difendere il lavoro delle Ong nel Mediterraneo non porta voti, ovvero quella legge (Ius soli) sarà pure buona ma non è il momento…E invece è proprio il momento di restare umani e affermare nuovi diritti di cittadinanza e considerare i morti di Mogadiscio come “nostri”.

Mogadiscio non è Parigi, una strage non fa notizia ultima modifica: 2017-10-22T20:07:09+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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