Caravaggio, l’enigma degli angeli

La mostra "Dentro Caravaggio" a Palazzo Reale a Milano getta nuova luce sul Maestro creatore della pittura moderna, grazie ad analisi diagnostiche sulle tele e a importanti ritrovamenti d'archivio.
scritto da GIOVANNI INNAMORATI

Torna nella sua Milano, dopo 425 anni dalla precipitosa fuga, Michelangelo Merisi da Caravaggio. E vi torna dalla sua Roma, in tutti i sensi. Proprio nel giorno del suo compleanno, il 29 settembre, il grande Maestro ha visto inaugurare a Palazzo Reale a Milano la mostra “Dentro Caravaggio”, il cui nucleo sono alcune tele romane, che rimarrà aperta fino al 28 gennaio 2018. Una mostra necessaria anche per chi vive a Roma e può ammirare le tele di Caravaggio in qualsiasi momento, perché a Milano potrà godere dei capolavori conservati nei musei di alcune città degli Stati Uniti che non sono mete consuete (Kansas City, Detroit, Hartford, oltre a New York) e di altre città europee e italiane.

Ma oltre all’aspetto del ritorno, ciò che trasforma questa mostra da semplice omaggio a Caravaggio a momento di svolta nella conoscenza del Maestro, è lo svelamento. Vengono infatti diffuse al pubblico una serie di indagini diagnostiche sulle sue tele condotte dal 2009, che fanno meglio comprendere le sue tecniche pittoriche, compresa la svolta del 1599-1600, il che consente di ridefinire in parte la sua attività giovanile. Inoltre, viene diffusa al pubblico un’importante scoperta documentaria annunciata la scorsa primavera in un convegno all’Università La Sapienza di Roma. Si tratta del ritrovamento di una biografia di Caravaggio del 1614, scritta quattro anni dopo la sua morte, alla quale attinsero le successive biografie, che permette di riscrivere gli anni giovanili di Merisi e illumina sui motivi della sua fuga da Milano nel 1592: l’omicidio di un compagno di bottega. Uno svelamento che però, paradossalmente, accentua una serie di misteri sul pittore, sulle sue opere, sull’uomo.

Nel 2009 il Ministero dei beni culturali, in collaborazione con la Soprintendenza del polo museale romano e con l’Istituto superiore per il restauro e la conservazione, ha promosso una serie di ricerche diagnostiche (riflettografie e radiografie) sulle ventidue opere autografe presenti a Roma, oltre a nuove ricerche di documenti nell’Archivio di stato di Roma. Successivamente, le indagini sono state estese a opere presenti in altre città, grazie al sostegno della Fondazione Bracco e al progetto realizzato congiuntamente dall’Università degli Studi di Milano-Bicocca e il Cnr.

A Palazzo Reale, nella mostra curata da Rossella Vodret, il visitatore potrà dunque ammirare le tele montate su pannelli sul cui retro sono illustrate proprio le indagini condotte sul quadro, con tanto di radiografie e brevi filmati illustrativi, ma anche i nuovi documenti ritrovati, tra cui una lettera autografa di “Michele Agnolo Marrisi”. Tuttavia la scoperta più clamorosa, come accennato, è stata fatta da Riccardo Gandolfi, che ha trovato una biografia redatta da Gaspare Celio nel 1614, appena quattro anni dopo la morte del Maestro.

Si tratta della biografia più antica che abbiamo (al netto di una parziale del 1604 dell’olandese Karel Van Mander nel suo “Il libro dei pittori”), dalla quale attinsero probabilmente i successivi biografi come Mancini, Baglione e Bellori. Dal testo di Celio abbiamo la conferma che il pittore fuggì da Milano nel 1592 (dove era a bottega da Simone Peterzano dal 1588), per aver ucciso un compagno; ma mentre finora si era creduto che fosse giunto in quell’anno a Roma, dalla biografia di Celio e dai nuovi documenti rinvenuti dobbiamo post-datare il suo arrivo al 1595, dato che il primo documento che attesta la sua presenza a Roma è della Quaresima (primavera) del 1596. Visto che la “esplosione” della fama di Caravaggio avviene già nel 1600, quando conclude gli affreschi del ciclo di San Matteo nella Cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi, dobbiamo schiacciare in pochissimo tempo tutta la sua produzione giovanile, così come dobbiamo comprimere a quei pochi mesi tutte le esperienze artistiche che sappiamo Merisi ebbe, a partire dalle botteghe in cui operò (quella di Lorenzo Carli, di Pandolfo Pucci, di Antiveduto Gramatica, del Cavalier d’Arpino dove rimase forse otto mesi, di Prospero Orsi, di monsignor Fantino Petrignani). E sorprendenti sono anche gli scarti tecnico stilistici tra le diverse opere giovanili. Alcuni saggi pubblicati nel catalogo della mostra raccontano i ritrovamenti e le nuove ipotesi sugli anni giovanili di Caravaggio, compresa una nuova datazione delle sue opere.

Rimane una domanda, dopo aver ammirato nella mostra alcuni dei capolavori giovanili. Il giovane Merisi è già un genio della pittura, e il suo verismo e la sua pittura dal vivo sono già la rivoluzione da cui nasce la pittura moderna. Tuttavia, da dove gli viene l’idea di non procedere più – come fino ad allora avevano fatto tutti i pittori – dalla preparazione delle tele con il colore chiaro su cui poi dipingere via via gli scuri, ma applicando prima un fondo scuro su cui poi dipingere le parti in chiaro, come a farle uscire dalle tenebre per finire sotto la luce interna al quadro? È questa la tecnica che Merisi usa nello stupefacente ciclo di san Matteo in San Luigi dei Francesi, che impressionò non solo i romani, ma tutti i pellegrini giunti a Roma per l’Anno Santo del 1600.

Le analisi diagnostiche condotte su uno dei capolavori giovanili presenti a Palazzo Reale, cioè “Il riposo durante la fuga in Egitto”, oggi conservato alla Galleria Doria Pamphilj, dischiudono un pertugio nel quale, io che non sono uno studioso ma un amante della pittura di Caravaggio e del Seicento, voglio infilarmi, conducendo con me i lettori di ytali. Dalle radiografie si evince che, inizialmente, la composizione delle figure era di tipo tradizionale: al centro Maria con il bambino in un momento di riposo, a sinistra san Giuseppe, e a destra un piccolo angelo – per dare intimità alla scena, come tutti gli angeli riescono a dare.

Riposo durante la fuga in Egitto

Ma ecco la rivoluzione: Maria con il bambino sono spostati a destra e al centro viene collocato un angelo adulto, un bellissimo giovane che suona il violino per la ninna nanna al santo bambino, mentre a sinistra san Giuseppe regge uno spartito per l’angelo. La visione ci lascia esterrefatti: da un lato siamo commossi per l’intimità della scena familiare, con una Maria col capo chino in una posa davvero materna di protezione, e quasi sentiamo la musica della ninna nanna; dall’altra ammiriamo il profondo significato religioso, anzi teologico della tela, con i simboli della verginità di Maria (l’alloro), della Passione (il cardo e la rosa con le spine), della Resurrezione (il tasso barbasso) e con lo spartito retto da Giuseppe che è il mottetto alla Vergine, “Quam Pulchra es” di Noel Bauldewijn tratto dal Cantico dei Cantici. Ma ad ammaliarci è la bellezza dell’angelo, con la sua veste leggera che fa intravedere il corpo nudo.

Un aspetto, quello della bellezza dei corpi di giovani uomini, che sarà costante nelle opere di Merisi, come nel San Giovanni di Kansas City che si può ammirare a Palazzo Reale e che da solo vale il viaggio. Ma quell’angelo, che rivoluziona un tema tradizionale della pittura, è lo stesso Merisi, è Michele Agnolo, nato il 29 settembre, festa degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. È questo l’angelo che arriva inaspettato e che rivoluziona la pittura: prima nel trasformare i temi tradizionali; poi nell’inventare dei temi nuovi (la natura morta, i ritratti di bettole, giocatori d’azzardo e zingare eccetera); poi nella pittura dal vero, con modelli e modelle presi dalla strada anche per dipingere Madonne e santi; e infine con la tecnica del fondo scuro, che porta la luce all’interno del quadro, drammatizzando le scene in una lotta tra la Tenebra e la Luce. Merisi si autoritrae al centro del proprio capolavoro in una sorta di meta-pittura che lascia intendere l’autoconsapevolezza di quanto egli intendesse compiere con la propria opera.

A Palazzo Reale in due altri capolavori il protagonista è un angelo, dalle fattezze di un bellissimo giovane, che trasforma il tema tradizionale del quadro. Il primo è il “San Francesco in estasi”, oggi ad Hartford. Qui Caravaggio dà un’interpretazione tutta spirituale del racconto di san Bonaventura sulle stimmate ricevute dal Poverello sulla Verna. Le ferite nelle mani neanche sono visibili e solo una piccola lacerazione del saio all’altezza del costato fa intuire che il Santo ha appena ricevuto il sigillo della Passione di Gesù che ora lo assimila a lui in tutto. È in questo istante che Francesco va in estasi e si adagia serenamente tra le braccia dell’angelo che lo sostiene con una incredibile grazia e lo guarda con un’altrettanto commovente dolcezza e amorevolezza.

San Francesco in estasi

Anche qui un tema tradizionale, quello delle stimmate e dell’estasi di san Francesco, è rivoluzionato: niente sangue, niente levitazione, niente sguardo stralunato al cielo di Francesco. Grazie all’intervento dell’angelo il tema è interiorizzato, con una evidente citazione del Salmo 130 (“Io sono tranquillo e sereno / come bimbo svezzato in braccio a sua madre / come un bimbo svezzato è l’anima mia”). Caravaggio entra nella propria tela e la trasforma, rivoluzionando non solo l’iconografia ma anche il significato religioso del fatto narrato con il quadro. E anche le successive tele a tema religioso di Merisi sono spesso rivoluzionarie nel messaggio spirituale. Anche qui l’angelo è l’autoritratto della propria opera?

Un angelo, altrettanto bello come i due precedenti, ma con un atteggiamento assai diverso è quello protagonista del “Sacrificio di Isacco”, tela realizzata dopo il ciclo in San Luigi dei Francesi, con il modello di Abramo che è lo stesso del san Matteo e l’angelo di quel ciclo. L’episodio della Genesi-capitolo 22 è anch’esso un topos dell’arte figurativa religiosa. Dio chiede ad Abramo, come prova della propria fede assoluta in lui, di sacrificare su un monte il figlio Isacco che aveva avuto da centenario proprio grazie all’intervento divino sulla moglie Sara. Abramo esegue gli ordini e quando Isacco, montando l’altare, gli fa notare che manca l’agnello sacrificale, Abramo risponde “Dio stesso provvederà”. Proprio mentre Abramo ha posto Isacco sull’altare e ha preso il coltello per sgozzarlo “l’angelo del Signore dal cielo” lo chiama e gli ordina di “non stendere la mano contro il ragazzo”, (Gn 22,11-12) e immediatamente Abramo scorge una vittima vicaria, un ariete che con le corna era rimasto incastrato in un cespuglio. Nel clima della Controriforma Abramo, padre di tutti i credenti, pronto ad agire su comando di Dio rappresenta la fede che si incarna attraverso le opere, in contrapposizione alla fede predicata da Lutero, la fede del “sola gratia”.

Ma anche stavolta Merisi mette in scena l’angelo che non è solo una voce dal cielo. È un aitante giovane che entra nel vivo dell’azione e afferra il polso della mano destra di Abramo, che brandisce il coltello dell’olocausto, mentre con la mano sinistra regge un Isacco che tenta di divincolarsi. L’angelo blocca il gesto estremo di Abramo e con la mano sinistra gli indica l’ariete, mentre nel testo originale della Genesi è Abramo a vedere la bestia. Abramo col capo girato verso il meraviglioso angelo sembra attender da lui ordini, perché ancora una volta è l’angelo il protagonista, l’artefice del cambio della storia di Abramo, dell’inizio della Storia della Salvezza. Se la mia suggestione è plausibile, e Caravaggio si ritrae ancora una volta, è una nuova prova della sua autoconsapevolezza di essere l’artefice di una nuova storia, magari della sola pittura.

Il Sacrificio di Isacco

A questa tela di Merisi ormai trentenne attribuisco un altro significato, o meglio altri significati. Sappiamo che dopo l’omicidio di Milano il Maestro si macchiò di un altro delitto, nel 1607, che gli costò una nuova fuga precipitosa, questa volta da Roma, dove sognò sempre di tornare senza riuscirvi. E altri episodi violenti segnano la sua esistenza, che per noi resta incomprensibile. Ma se il Sacrificio di Isacco alludesse al proprio percorso? Cosa sarebbe accaduto se nel 1592 a Milano un altro angelo avesse afferrato la mano del Merisi proprio nell’istante in cui stava colpendo a morte il compagno? Oppure e ancora: in quella tela si vedono tre figure maschili in tre età diverse, un ragazzino che sta per subire qualcosa di terribile dal padre e un giovane che ferma quest’ultimo. Tutto ciò può significare o alludere qualcosa degli anni di Merisi che ancora non conosciamo?

A Palazzo Reale si potranno ammirare anche alcune tra le tele più suggestive della maturità, oltre a quelle giovanili, in un percorso compatto che ci fa penetrare l’intera parabola del Maestro. Le analisi diagnostiche fanno scoprire che alcuni luoghi comuni sulla pittura di Caravaggio sono falsi, come quello secondo cui non disegnasse le figure: dalle radiografie emergono tratti in carboncino nelle opere giovanili e incisioni in quelle della maturità a fondo scuro. Ciò che resta da scoprire è l’anima del Maestro e come sia stato possibile che un pluriomocida avesse in sé tanta sensibilità, tanta fede e tanto genio.

Caravaggio, l’enigma degli angeli ultima modifica: 2017-10-23T18:29:48+01:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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