La guerra di Mélenchon contro la bandiera europea

Una battaglia contro un simbolo “confessionale”. Una strategia per diventare il principale oppositore del presidente Macron. Una guerra in cui nessuno è risparmiato. Nemmeno l’ormai marginale Valls.
scritto da Marco Michieli

Siamo obbligati a sopportare tutto questo? Questa è la Repubblica francese, mica la Vergine Maria.

È il 20 giugno e Jean-Luc Mélenchon fa il suo ingresso come neo-deputato all’Assemblea nazionale. Improvvisamente nota la bandiera europea accanto allo scranno della presidenza e si lascia andare all’esclamazione sopra riportata (qui il video). I media rilanciano quella che sembra la “solita” boutade del leader de La France Insoumise. Ma non è così.

Nei mesi successivi “Meluche”, come lo chiamava François Hollande, e La France Insoumise si lanciano in una guerra contro la presenza dei simboli europei nelle istituzioni francesi.

Le ragioni? Per il partito di Mélenchon, la bandiera europea è confessionale e minaccia la laicità del parlamento, quindi sarebbe meglio sostituirla con una bandiera più consona… quella delle Nazioni Unite.

Qualcuno potrà domandrsi perché “confessionale”. Ebbene, per i deputati de La France Insoumise, la bandiera europea è portatrice di una simbologia religiosa nascosta: il blu come il colore del mantello mariano delle rappresentazioni artistiche, le stelle che ricordano la corona della Vergine Maria e il numero dodici che rimanda, ovviamente, agli Apostoli.

Strano destino per l’Europa spesso accusata di essere poco attenta alle radici cristiane.

Jean-Luc Mélenchon‏ durante le manifestazioni contro la Loi Travail

Non si tratta però di boutade. Lo scontro sui simboli dell’Unione è uno scontro di idee che dice molto della strategia del partito di Mélenchon.

E il principale destinatario di questa lotta sui simboli europei, non ha fatto mancare la propria risposta. Il presidente Emmanuel Macron firmava infatti qualche giono dopo la dichiarazione 52, allegata al Trattato di Lisbona, che recita

[…] la bandiera rappresentante un cerchio di dodici stelle dorate su sfondo blu, l’inno tratto dall’«Inno alla gioia» della Nona sinfonia di Ludwig van Beethoven, il motto dell’Unione «Unita nella diversità», l’euro quale moneta dell’Unione europea e la giornata dell’Europa del 9 maggio continueranno ad essere i simboli della comune appartenenza dei cittadini all’Unione europea e del loro legame con la stessa.

La Francia era il solo paese fondatore a non aver firmato tale dichiarazione.

I due si sono scelti come avversari e il gesto di Macron è grasso che cola per Mélenchon:

signor presidente, lei non ha il diritto di imporre alla Francia un simbolo europeo confessionale. Un simbolo che non ci appartiene e contro il quale la Francia ha già votato contro, senza ambiguità.

Mélenchon si riferisce al referendum sul Trattato costituzionale del 2005, data simbolica di fondazione del suo movimento politico, con il suo grande impegno a favore del “No”, contro un trattato figlio della “mondializzazione neo-liberale”. La dichiarazione 52 recupera infatti parte del preambolo dela Trattato costituzionale.

Poco importa a Mélenchon se poi la sua proposta riceve il supporto del Front National.

Poco importa se la sua Europa è sovranista è simile a quella frontista (qualcuno dice chavista).

Poco importa se utilizza gli stessi toni di Marine Le Pen nei confronti della Germania “imperiale”.

Il dibattito che si è aperto tra Mélenchon e Macron è tuttavia interessante, nel silenzio assordante dei Republicains e di quel che resta del Ps. Emmanuel Macron ha messo al centro della sua azione politica l’Europa. Ha fatto tutta la campagna elettorale presidenziale sostenendo il processo di integrazione europea. Jean-Luc Mélenchon ritiene invece che l’Europa stia disfacendo la Francia e ne limiti la sovranità popolare, in base ad una vera e propria nuova dottrina, tutta europea, della “sovranità limitata”. Juncker come Breznev. L’Ue come l’Urss coi paesi satelliti.

La posizione che difendiamo […] non è nazionalista, è repubblicana. La sovranità popolare allontana il dogma religioso dalla discussione democratica.

Non che la posizione di Jean-Luc Mélenchon sul processo di integrazione europea sia cambiata rispetto al passato. Semmai è in continua evoluzione. Il naso politico di Mélenchon segue infatti i consensi. E dove c’è il vuoto politico, il deputato di Marsiglia tenta di riempirlo.

Sono lontani i tempi in cui il leader de La France Insoumise si batteva per l’Europa.

All’epoca era ancora nel Parti Socialiste, mitterrandiano convinto. Durante il referendum francese del 1992 sul Trattato di Maastricht – oggi la bestia nera dei frontisti e degli altermondialisti -, Mélenchon si batté a favore del “Sì”, perché

[…] Maastricht, è il contrappeso politico alla libera circolazione dei capitali e delle merci […] finalmente cominceremo a vedere l’inizio dell’Europa dei cittadini.

Sembrano davvero lontani quei tempi. Dal referendum del 2005, Mélenchon costruisce una nuova carriera politica tutta centrata sulla contrarietà al processo di integrazione. Ma da sinistra.

Il piano A è l’uscita concertata dai trattati europei, abbandonando le regole esistenti assieme a tutti i paesi che desiderano farlo, e la negoziazione di regole diverse. Il piano B è l’uscita unilaterale della Francia dai trattati europei, per proporre altre forme di cooperazione.

L’appello che lancia assieme ad altri esponenti della sinistra europea – Stefano Fassina, Oskar Lafontaine, Yanis Varoufakis – guarda all’euro come strumento di dominazione economica e politica dell’élite europea e dipinge Hollande e Renzi come  gli “studenti modello”, destinati a fallire.

Rompere con l’Europa per ricostruire la cooperazione tra i popoli europei.

Anche se in quest’Europa, i maligni osservano, è stato parlamentare europeo dal 2009 al 2017.

Mélenchon non lascia mai nulla al caso. Il suo obiettivo è quello di incarnare tutte le opposizioni a Macron. Quindi se il presidente punta tutto sull’Europa, Mélenchon gli oppone una visione completamente diversa. Approfittare dell’atomizzazione del sistema politico lo accomuna, tuttavia, a Macron. Ma, a differenza di quest’ultimo, Mélenchon si vede come il rivoluzionario che fa saltare il sistema.

E nella strategia politica di tirare le ultime spallate al Parti Socialiste, ormai in agonia, la France Insoumise ha preso di mira uno dei più odiati dalla sinistra francese, per quello che ha rappresentato durante i cinque anni di presidenza Hollande, prima come ministro degli interni e poi come primo ministro: Manuel Valls.

Mélenchon durante un recente intervento all’Assemblea Nazionale, dopo l’arresto di un gruppo di estrema destra che progettava attentati contro il leader de La France Insoumise

In giugno, La France Insoumise ne aveva già contestato l’elezione a deputato. Pochi voti lo distanziavano da Farida Amrani, la candidata “insoumise”. Accuse di brogli e frodi elettorali, con strascichi giudiziari ancora aperti. In occasione poi del dibattito sul progetto di legge sul terrorismo a settembre, Manuel Valls aveva attaccato duramente Mélenchon e i deputati de La France Insoumise, definendone la posizione sul tema come “islamo-gauchiste”, compiacente verso gli islamisti radicali. Un  termine che di solito usano i frontisti contro la sinistra (anche contro Valls).

Fino al 6 ottobre quando Jean-Luc Mélenchon abbandona la missione parlamentare sull’avvenire della Nuova Caledonia, commissione guidata dall’“ignobile Valls”, un politico “vicino alle tesi etniciste dell’estrema destra”, alla “destra israeliana” e alla “fachosphère”. Epilogo drammatico nella commissione legislativa dell’Assemblea nazionale, qualche giorno dopo, quando Mélenchon si rifiuta di sedere nella stessa commissione di Valls, “un nazi”. Insulto al quale Valls risponde con epiteti poco degni di un’aula parlamentare (“Tu n’es qu’une ordure ! Un pauvre type ! Une merde !”).

C’è un senso, tuttavia, in questi attacchi di Mélenchon a Valls.

Se mettere in discussione i simboli europei serve per raccogliere attorno al suo movimento tutte le opposizioni al processo di integrazione, con gli attacchi a Valls cerca di convincere una parte di quegli elettori socialisti che non hanno mai amato l’ex primo ministro e che non hanno ancora fatto il passo decisivo verso Mélenchon. Nel calderone politico finiscono anche le dichiarazioni di Valls sul suo legame “eterno” con Israele (la moglie è di religione ebraica). Dichiarazioni che prima il sito di informazione musulmana oumma.com e poi un canale cospirazionista su YouTube diffondono. E che vengono pubblicizzate dal profilo Facebook di Mélenchon.

Difficile pensare che i due uomini abbiamo militato nello stesso partito.

La manifestazione de La France Insoumise contro Emmanuel Macron (23 settembre 2017)

Una volontà di rottura totale con la sinistra riformista e di governo.

Per offrire un’identità politica nuova, impegnata sul fronte politico ma anche culturale. Per imporre i propri temi nel dibattito pubblico. Per sostituire al clivage destra-sinistra quello del popolo contro le élite.

Non è più il Front de gauche delle presidenziali del 2012: il riferimento alla sinistra è scomparso. Oggi l’appello di Mélenchon è al popolo, a tutto il popolo. Contro le oligarchie e la casta.

Un popolo pensato come comunità inclusiva certo, diverso dal popolo etnico del programma frontista. Ma pur sempre una forma di populismo. Di sinistra.
D’altra parte, negli incontri pubblici, la Marsigliese aveva già preso il posto dell’Internazionale, relegato alla fine dei meeting. Così come la parola “popolo” è preferita alla parola “sinistra”, poiché La France Insoumise non è un partito ma un movimento. O meglio nelle parole di Mélenchon

Il partito è uno strumento di classe. Il movimento è la forma di organizzazione del popolo.

La guerra di Mélenchon contro la bandiera europea ultima modifica: 2017-10-23T11:30:16+00:00 da Marco Michieli

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