In Russia, il mercato interno non basta più

Le aziende russe Rosneft, Gazprom e Lukoil vorrebbero diventare come Shell, BP ed Exxon Mobil. Per questo stanno tentando di espandersi a livello globale.
scritto da FRANCESCO MARIA CANNATÀ
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Il recente completamento dell’accordo tra Rosneft ed Eni con cui la compagnia di San Donato Milanese ha ceduto per 1,1 miliardi di dollari una quota del trenta percento nella concessione di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto dove si trova il giacimento super-giant di gas Zohr, offre lo spunto per dare uno sguardo alle modalità con cui le compagnie energetiche russe affrontano il nodo della loro internazionalizzazione. Sforzi globali ribaditi da Rosneft con la cooperazione con l’Arabia Saudita e gli accordi siglati dalla compagnia russa in occasione della visita a Mosca del sovrano wahabita, Salman ibn Abd al-Aziz. Va notato però quanto nella strada per diventare soggetti globali le imprese di Mosca si trovino in ritardo rispetto alle loro consorelle straniere.

Con il recente accordo firmato con Eni, Rosneft prosegue con la sua strategia di espansione all’estero

Shell, Exxon Mobil, BP, Total e Chevron sono infatti aziende presenti in quasi tutti i paesi possessori di riserve di materie prime o di combustibili fossili. Competenze tecnologiche, esperienza e capitali ne fanno i partner preferiti in gran parte del mondo. Di conseguenza lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas mondiali è in gran parte nelle loro mani. Un ritardo internazionale le aziende di Mosca lo soffrono anche nei confronti di strutture energetiche emergenti come la malesiana Petronas e soprattutto verso quelle cinesi. Tutte imprese che non si limitano al commercio delle materie prime ma operano anche nel settore estrattivo dei combustibili grazie a impianti di produzione posseduti all’estero. Attività in cui le aziende russe non primeggiano, ad eccezione appunto di Rosneft, ma anche in questo caso con alcune limitazioni.

Ritardi globali

Stupisce che le imprese energetiche del paese maggiore esportatore mondiale di idrocarburi, il più grande produttore di petrolio e il secondo per estrazioni di gas naturale abbiano un così ristretto ruolo internazionale. Maggior meraviglia desta poi il fatto che nella speciale classifica delle aziende energetiche russe più impegnate all’estero il primo posto vada a una compagnia, Lukoil, che in patria occupa il ventottesimo posto per importanza. In realtà la bizzarria, solo apparente, ha cause connaturare alle scelte quasi imperative della politica economica della Russia, dove circa il settanta percento dell’elettricità è generata dal gas e il sessantotto percento di questo è consumato dalle famiglie. Da qui le necessità governative di tenerne sotto controllo i prezzi. Lukoil, che è una azienda privata e per il proprio sviluppo interno non può contare sul sostegno del Cremlino, ha dunque l’obbligo di espandersi all’estero. Al contrario, Rosneft e il colosso mondiale dell’oro azzurro, Gazprom, sanno che per le loro strategie interne possono contare sul sostegno statale.

L’altro motivo dell’internazionalizzazione forzata di Lukoil sta nell’esaurimento dei giacimenti petroliferi della Siberia occidentale per i quali ha ricevuto dallo Stato le licenze di sfruttamento. È possibile che a differenza delle compagnie energetiche preferite dal Cremlino l’azienda fondata nel 1991 da Vagit Alekperov non avrà il diritto di sfruttare altri depositi. Da qui il bisogno di internazionalizzazione che Lukoil soddisfa prevalentemente in Medio Oriente.

Non protetta dal Cremlino, Lukoil è costretta a espandersi all’estero

Un percorso consolidato e rafforzato nel 2009 con l’acquisizione dei diritti di sfruttamento del gigantesco giacimento petrolifero di Qurna West nell’Iraq meridionale. Qurna West rappresenta il piatto forte della produzione petrolifera di Lukoil fuori della Russia, e il dieci percento della sua produzione totale. Per il futuro l’azienda ha in programma l’espansione in Iraq e l’ingresso in due giacimenti in Iran. Non solo la produzione ma anche parte delle riserve di petrolio di Lukoil, il dodici percento del totale, si trovano fuori dalla Russia.

 

Non è però che in questo campo Rosneft se ne stia con le mani in mano. Del resto l’azienda oltre a dover far fronte anche lei ai prezzi interni calmierati del gas si trova davanti al fatto che l’esportazione d’oro azzurro attraverso i gasdotti è monopolio di Gazprom. Rosneft può esportare gas liquido, Lng, ma gli affari in questo settore avanzano molto lentamente. Perciò l’internazionalizzazione è un obbligo. La transazione appena conclusa con Eni è un passo importante in questa direzione.

L’azienda del cane a sei zampe ritiene Zhor il più importante giacimento conosciuto del Mediterraneo. La banca di investimenti Aton ha lodato l’affare italo-russo. In questo modo, afferma l’istituto finanziario più antico della federazione, Rosneft rafforza la propria posizione nel mercato globale dell’oro azzurro, acquista esperienza nel settore dei progetti off-shore e migliora la già stretta cooperazione con Eni. Altrettanto pienamente riuscito dal punto di vista industriale si può dire l’affare concluso da Rosneft lo scorso agosto con l’acquisto del quarantanove percento della Essar Oil Limited, la seconda raffineria dell’India, paese in forte espansione economica.

Rischi politici

Altre mosse dell’azienda energetica russa sono viste invece con meno ottimismo dagli analisti. Innanzitutto l’accordo coi curdi irakeni per la costruzione di un gasdotto che dovrebbe attraversare la Turchia. Il progetto, rischioso in quanto prevede la posa di tubi in territori a rischio, va però a braccetto con la nuova posizione di potenza che Mosca sta assumendo in Medio Oriente. Un ruolo che ha bisogno di strategie energetiche strettamente coerenti e legate a esso. Motivi politici sono inoltre alla base dell’impegno di Rosneft in Venezuela. Qui l’azienda russa è parte di importanti progetti, ma accettando di pagare in anticipo forniture petrolifere pari a sei miliardi di dollari ha scelto un grosso azzardo. Interessi politici e vicinanza allo stato agevolano la crescita globale di Rosneft ma, contemporaneamente, rappresentano un ostacolo per l’altro obiettivo internazionale della compagnia, il proprio successo nel mercato finanziario.

Il colosso mondiale dell’oro azzurro per le proprie strategie può contare sul sostegno dello stato. Proprio questo, però, potrebbe frenarne l’espansione

In rapporto alla produzione Rosneft è la maggiore azienda petrolifera del mondo a essere quotata in borsa. La sua capitalizzazione finanziaria (62 miliardi di dollari nel 2016) è invece molto al di sotto di quella raggiunta dalle sue concorrenti più piccole tipo Shell (228 miliardi) o BP (114,7 miliardi), secondo dati forniti da Forbes. Una contraddizione spiegabile col fatto che gli investitori globali pretendono uno sconto per i rischi politici che assumono acquistando le azioni dell’azienda russa. La vicinanza al Cremlino è inoltre il motivo per cui le sanzioni occidentali hanno di mira Rosneft. Anche se l’espansione internazionale di Rosneft, partita nel 2010, ha raggiunto oggi ventitré paesi, quasi tutte le sue unità produttive si trovano ancora in patria.

Anche qui, le differenze con le altre major energetiche sono forti. Per esempio, nel caso di Exxon Mobile solo il cinque percento di queste sono rimaste nel paese di origine della compagnia. Concorrenza a Rosneft arriva anche dall’interno con Gazprom-Neft, controllata di Gazprom operante nel settore petrolifero. Questa è infatti la seconda maggiore azienda russa per estrazione di petrolio presente all’estero. Anche in questo caso si tratta però di una internazionalizzazione particolare, visto che solo il sei percento dei quattrocentosessantamila addetti di Gazprom lavorano al di fuori della Russia. Così, se Gazprom e Rosneft rappresentano a ragione i fiori all’occhiello dell’industria degli idrocarburi federali, la loro espansione internazionale è bloccata dalla eccessiva vicinanza con lo stato.

In Russia, il mercato interno non basta più ultima modifica: 2017-10-24T21:34:31+02:00 da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

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