Tristezza, per favore non andar via

“La donna che pensava di essere triste” di Marita Bartolazzi, appena uscito in libreria con l’editore Exorma, è una tranquilla signora che convive con l’emozione come fosse un’amica, una cara dolce amica. Di più, la tristezza è talmente parte di lei che invece di una coperta vorrebbe farsene un vestito.

scritto da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

La tecnica delle associazioni è spesso utilizzata in terapia psicologica: serve a sondare emozioni, pensieri, e sensazioni del paziente. La parola tristezza, ad esempio, a cosa la si lega? Lacrime? Il viso di Maria Maddalena? Un gattino sotto la pioggia? Un barbone che dorme sotto un ponte? O magari una coperta di lana, calda e morbida, disegnata a losanghe, elegante quanto rassicurante?

Viene quasi voglia di farsi coccolare da una tristezza così.
 E infatti, “La donna che pensava di essere triste” di Marita Bartolazzi, appena uscito in libreria con l’editore Exorma, è una tranquilla signora che convive con l’emozione come fosse un’amica, una cara dolce amica. Di più, la tristezza è talmente parte di lei che invece di una coperta vorrebbe farsene un vestito.
 Ed è leggendo “La signora che pensava di essere triste” che si entra nell’immaginario di Marita Bartolazzi, passando dalla porta di Alice nel “Paese delle Meraviglie”, per ritrovarsi nella filosofia del fumetto di Bloom County:

Il mio romanzo è più affidabile di quello di Lewis Carroll – commenta Marita – . Nelle mie fantasie mi sono indirizzata verso Pinocchio o appunto a Berke Breathed. Non leggo quel fumetto da trent’anni ma evidentemente mi sono rimaste alcune storie in qualche angolo della testa. Ora, solo parlandone, mi viene in mente il pinguino che si fa la plastica facciale…

Nessuna trasformazione fisica per il gatto ne “La donna che pensava di essere triste” che è il mentore, il grillo parlante se vogliamo, ma molto più simpatico:

È il saggio – conviene l’autrice -. Sono più amante dei cani, ma il gatto come personaggio è più adatto alla letteratura.

E così la protagonista lo interpella, lo ascolta, fa buon uso dei suoi commenti. 
Anche gli altri personaggi dicono poche cose e mirate, non importa se dettate dalla saggezza oppure no, ma certamente con un fine preciso. La signora che pensava di essere triste ci trasporta nel suo mondo, parallelo a quello del nostro quotidiano ma non per questo meno reale.

Questo libro è andato di pari passo con le cose che mi succedevano. È legato alla mia realtà: l’ufficio fallito dove un giorno andavo e si lavorava e il giorno dopo era sparito, per poi tornare a lavorarci…è successo davvero. La pecora pure è vera; un giorno ci troviamo la pecora in ufficio e ho chiamato il contadino per avvertirlo. Se togliamo il contesto allora sembra una fantasia,

invece è una semplice verità a cui sono stati tagliati i contorni.

“- Caro mio nella vita tutto si può fare: basta essere disposti a pagare il prezzo che costano le cose… 
- E tu sei disposta a pagare quel prezzo? – chiese il monumento. 
- Vorrei esserlo – rispose la donna.”

Il monumento, personaggio tutto d’un pezzo, è la proiezione di qualcuno che si idealizza, che si mette sul piedistallo. E il monumento si trova piuttosto bene nel suo ruolo. E Michele, il bambino che sta al supermercato dei sogni?

Quello davvero l’ho sognato, proprio così. Il cuore è invece uno di quei personaggi che vengono fuori dalle frasi fatte, come quando si dice mi ha spezzato il cuore. Allora, nel romanzo, il cuore è diventato un personaggio, l’ho preso, l’ho legato con lo spago e l’ho messo all’aria aperta: era la cosa più naturale per fargli cambiare aria e riprendersi.

Marita Bartolazzi dà vita e parola alle cose e ai sentimenti; la sua protagonista incontra e cerca di relazionarsi con altre se stesse, ognuna ben distinta e ritratta con semplici pennellate di personalità: la se stessa col cappotto rosso, quella nel labirinto, quella con i sassolini bianchi… ognuna con i propri ricordi, giudizi, un vissuto. Una torta buonissima divisa in tante fette, il cui gusto di ogni fetta è speciale e diverso dalle altre. E per apprezzare il dolce vanno assaggiate tutte. Un boccone, una forchettata, una briciola di ognuna per una festa riuscita.

Distesa nel letto, supina, ascoltava il rumore della pioggia che ticchettava sul selciato. “È un rumore triste”, pensò. E lo vide chiaro nella sua mente assieme ad altri rumori tristi. Li mise su un piccolo podio: al primo posto quello della pioggia che sentiva in quel momento, poi il lamento lontano, indistinguibile, di un bambino, o forse di un gattino. Una voce perduta senza speranza. Poi le lacrime del monumento: quelle dure lacrime di metallo che cadevano – a volte – dai suoi occhi di bronzo. Pensava ai rumori tristi e ne mutava il posto sul podio proclamando primo ora l’uno ora l’altro. Dando una medaglia ora a questo ora a quello. Aspettava il sonno e intanto muoveva i rumori. “Ce ne sono di ben più tristi – diceva a sé stessa, – rumori crudeli che spezzano e rompono”, ma in quel momento sapeva solo pensare a quei tre suoni di acqua e di grigio.

La storia de “La donna che pensava di essere triste” è molto semplice, ma raccontarla sarebbe come scucire la seta da un tessuto ricamato a mano. Il titolo del romanzo e la fine sono proprio i due perni aggiunti per contenere la magia in un unico luogo, in cui tuffarcisi dentro, a più riprese.

Questo romanzo è nato a capitoli, proprio come faceva Dickens – spiega Bartolazzi – Ho letto il primo capitolo, ispiratomi dal museo del ‘900 di Milano, al mio gruppo di lettura e il loro commento è stato: questo è l’inizio di qualcosa, vai avanti. Ho seguito il loro suggerimento e sono andata avanti, un capitolo alla volta, dove mi portavano le cose, e i sogni, e la realtà di quegli anni. Anche il sarto che vuole creare un museo è il frutto di una verità incontrata in una via del centro di Milano, proprio dietro l’ago di Gae Aulenti. O ancora, durante una gita in campagna mi sono ritrovata in un luogo dove ero stata molti anni prima e mi sono vista sdoppiata, ho proprio riconosciuto un’altra me, diversa, eppure io, con un altro modo di pensare e agire. E in quel riviverla dopo anni, ho notato che indossava un cappotto rosso… Settimana dopo settimana, i capitoli aumentavano. E a un certo punto mi sono fermata. La fine non era quella che c’è ora e neppure il titolo era quello. Ma il direttore della collana non aveva dubbi sulla protagonista del libro, e l’editor, collaborando alla correzione del testo, mi ha fatto sentire che c’era un vuoto tra le ultime pagine. Mancava qualcosa.

Tornata a casa, dopo due anni di sosta, Marita ha riaperto quel file e c’è rientrata come il coltello con il burro. Il romanzo si chiude, anzi si schiude, come l’inizio, in un flusso d’immagini, di cose, di avvenimenti semplici che portano ad altre invenzioni, fantasie del quotidiano sistemate negli scaffali del piacere di leggere.

“La donna che pensava di essere triste si mise in coda: non appena la commessa la vide iniziò a piangere grosse lacrime tonde. La donna che pensava di essere triste tirò fuori il portamonete e chiese cosa dovesse. La commessa con la testa di cocker scosse le sue lunghe orecchie e disse: – È la prima volta, vero? Qui sono io che pago lei. 
E svelta raccolse le grosse lacrime in un cartoccio: – Le incarto o le consuma qui? 
– Cosa mi consiglia? – chiese la donna che pensava di essere triste. – È il mio primo incubo.”

E qualche pagina più in là…

– Avrei un incubo in dispensa: lei sa quando devo usarlo? – le chiese la donna che pensava di essere triste. 
- Ne ho anch’io un paio ma non ci si può proprio fare affidamento: saltano fuori quando pare a loro – rispose lei muovendo le orecchie in modo molto comprensivo. 
- È vero che fanno sudare? – chiese la donna che pensava di essere triste. 
- Non tutti. Per esempio io, di solito, mi sveglio con un gran desiderio di chinotto – spiegò lei.”

A ogni riga si trova la vera assurdità della vita reale:

Vorrei che il lettore ne ricavasse l’impressione di una realtà incomprensibile, mutevole, sfaccettata. Perché per me la realtà è così. Nella vita ci si presenta sempre con un lato, ma gli altri lati ci sono e sono tanti. Ho provato a mostrarli. E a dispetto del titolo vorrei che il lettore si divertisse.

O intuisse che sogno e realtà convivono notte e giorno, in un legame indissolubile, perché, come ha acutamente osservato il critico Filippo La Porta:

Questo è un romanzo che sogna di essere una favola che sogna di essere un romanzo.

E in una riga, un’altra semplice affermazione, tanto semplice quanto vera:
“Il giovedì, come sono soliti fare taluni di essi, arrivò presto.”

Tristezza, per favore non andar via ultima modifica: 2017-10-24T16:41:42+01:00 da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

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