Rosatellum, Dio acceca chi vuole perdere

scritto da FRANCESCO MOROSINI
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Il politologo Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore ci ricorda che la legge Rosato (già maliziosamente ribattezzata dai media Rosatellum) è la quarta riforma elettorale in Italia in soli 24 anni; se a essa aggiungiamo le sentenze della corte costituzionale che, di fatto, hanno sommato a queste due sistemi elettorali diversi da quelli votati dal parlamento, in materia siamo dinnanzi ad una sorta d’inflazione normativa.

Difficile negare che si tratti di una patologia del sistema politico italiano. Cui aggiungere che con tutta probabilità neppure quest’ultima normativa elettorale sarà congruente all’obiettivo di coniugare assieme rappresentatività del parlamento e governabilità (intesa come capacità di un esecutivo di reggersi su di una maggioranza coesa). Pertanto, siamo ancora in alto mare.

Inoltre, la nuova legge elettorale della Repubblica, paradossalmente, potrebbe a buon titolo meritare il nome, almeno per il Pd suo principale proponente, di Suicidellum.

Vauro su LEFT

 

Perché un nome così triste come, appunto, Suicidellum? Il motivo, come si vedrà meglio poi, è che per la sua parte maggioritaria (il rozzo uninominale secco, una sorta di “Wilma dammi la clava” poco adatto a misurare le complesse democrazie moderne oggi persino nel mondo anglosassone) rischia di essere un massacro per il Partito democratico (Pd) soprattutto a nord, ossia proprio dove una forza di sinistra dovrebbe avere le sue più solide radici in quanto area a più altro sviluppo economico. Per non dire poi del nordest del nord, dove il Pd rischia di subire cappotto.

Non è che ormai consideri queste aree di geopolitica elettorale da abbandonare in quanto solidamente in appalto alla Destra? Sarebbe una stupidaggine (lo dimostrano molte elezioni comunali); ma col Rosatellum il sospetto è lecito. A ogni buon conto, e prima di entrare nel merito di esso, la domanda è: valeva la pena d’ingaggiare questa battaglia di fine legislatura?
Probabilmente no; perché le molte forzature necessarie al raggiungimento dell’approvazione del Rosatellum, pur se costituzionalmente legittime, conducono a esiti politicamente dubbi e, com’è facile immaginare, forse pure dannosi. Soprattutto per il PD che, nell’attuale isolamento è divenuto una sorta di “Centrosinistra ridotto in un partito solo”; e che quindi, paradossalmente essendone l’inventore, rispetto al Rosatellum dovrebbe avere le stesse obbiezioni che, in nome del suo isolazionismo, ha il M5S.

All’opposto, il centrodestra ha preso dal Rosatellum ciò che le serviva senza pagare pegno alcuno. Insomma, per il Pd siamo al “Dio acceca chi vuol perdere”? Certo, se è vero che, per quanto rari, i “cigni neri” sono sempre possibili, allora, pur contro le probabilità, per il Pd il Rosatellum potrebbe andare meglio del previsto; ma è difficile. A fine legislatura e falliti gli accordi precedenti (il cosiddetto Tedeschellum era una triste copia, una sorta di brutto anatroccolo, di quello tedesco), sarebbe stato difficile, volendo a tutti i costi fare una legge elettorale, ottenerla senza fare “fiducie a marce forzate”. E questo ha costituito e costituisce un problema.

Per questo, forse, anche considerando un clima politico già di suo troppo avvelenato, in nome della saggezza politica sarebbe stato preferibile prendere atto – a fine legislatura può essere ragionevole – dello stato di sostanziale balcanizzazione del sistema partitico italiano e andare alle urne col proporzionale, ripartendo dal “come” gli elettori avrebbero ridistribuito le “carte del potere” parlamentare. Ovvero, andare al voto col cosiddetto Consultellum, cioè le leggi elettorali di camera e senato nate per risulta da due sentenze della corte costituzionale, a forte orientamento proporzionale. Insomma, contarsi e di lì partire, col tempo di una legislatura nuova (anche se di possibile breve durata) per una più ponderata costruzione di interessi ed alleanze politiche al fine di fare una decorosa legge elettorale.

L’obbiezione è che sarebbe stato un azzardo in termini di governabilità; e questo è un rischio eccessivo per il Belpaese. Difatti è vero che così nessuno avrebbe vinto chiaramente e la formazione di un governo – necessaria per evitare gli strali dei mercati finanziari – sarebbe stata difficile. Tuttavia, l’osservazione, per quanto corretta, ha valore limitato se pure col Rosatellum il medesimo pericolo (corretto dal possibile “cigno nero” – un chiaro vincitore delle elezioni – cui è impossibile dare, come sempre rileva il professor D’Alimonte, probabilità zero) c’è tutto lo stesso. Ma, ecco il punto, in un clima politico assai aspro.

A ogni buon conto, il parlamento ha approvato il Rosatellum; dunque, il dado ormai è tratto. Pertanto, resta solo da vedere come esso funzioni; e perché potrebbe rivelarsi un Suicidellum per il Pd. Nel dettaglio, la nuova legge elettorale è un sistema misto che mette insieme una quota di “uninominale all’inglese” (cioè maggioritario solo a livello di collegio – basta un voto in più per vincere il seggio – ma i cui esiti nazionali, bipolarismo o iper frazionamento localistico, dipendono dall’assetto partitico) e una quota, nel caso più ampia, di proporzionale. Alla camera, difatti, i collegi uninominali previsti dal Rosatellum saranno 232 e quelli proporzionali 386; a Palazzo Madama, viceversa, con l’uninominale si eleggeranno 109 senatori e 200 col proporzionale. Pertanto, da questo punto di vista, i sistemi elettorali di camera e senato rispondono alla stessa logica; tuttavia, ancora una volta, i risultati tra le due camere potranno divergere.

Due le ragioni: la prima è che, come costituzione prevede (articolo 57), il senato è eletto su base regionale. Significa che col Rosatellum alla camera, per la parte proporzionale, la ripartizione dei seggi ottenuti (per accedervi le liste debbono superare il tre per cento; le coalizioni il dieci per cento) avverrà su base nazionale, al senato sarà su base regionale. Conseguentemente, l’equilibrio politico delle due assemblee sarà determinato da una diversa base territoriale. Se a ciò si aggiunge che l’elettorato attivo di Palazzo Madama è diverso per ordine d’età da quello di Montecitorio (25 anni per il primo; 18 per il secondo), la probabilità che in entrambi i rami del Parlamento si determini la stessa maggioranze di governo è tutto meno che una certezza.

Oltre a ciò, comunque, per ottenere in ciascuna assemblea quel mix tra seggi maggioritari e uninominali capaci di produrre una maggioranza di parlamentari, sono necessari dei risultati elettorali vicini al cinquanta per cento; cioè piuttosto lontani dalle attuali possibilità, secondo le stime, delle diverse forze politiche.

Certo, l’apparizione del raro “cigno nero” è sempre possibile; e è anche vero che qui il Centrodestra, se manterrà le sue attuali capacità di coalizione, pare in vantaggio su Pd e M5S; nondimeno, le probabilità di una vittoria netta di una parte sull’altra paiono piuttosto rare. Il che vorrebbe dire, ancora una volta, la nascita di governi fondati su maggioranze lontane dai proclami della campagna elettorale. Cadrebbe così la ratio primaria del Rosatellum.

Ciò posto, perché chiamare la legge Rosato Suicidellum?

In fondo, dicevano i maligni, essa era nata contro il M5S, approfittando della sua allergia alle alleanze; quale maleficio, allora, la potrebbe trasformare in uno strumento capace di “gambizzare” proprio il Pd? Non c’è nessuna strega cattiva; meglio, per capire, fare un ragionamento più generale: abbandonare il mito della “legge elettorale buona per tutti” e ricordarsi che le riforme delle leggi elettorali si fanno per conseguire degli obiettivi politici di loro necessariamente discriminanti.

A esempio, puntando a forme di maggioritario per stabilizzare su due poli principali il sistema politico; oppure, nel caso opposto, le formazioni minori possono imporre alle maggiori più dosi di proporzionale approfittando del loro ruolo di alleati indispensabili di coalizione. Dipende dai contesti politici in cui le riforme nascono; e che, nel fare tutto ciò, c’è sempre la possibilità dell’eterogenesi dei fini (sbaglio dei calcoli).

Qual è, perciò, il disegno politico alla base della riforma elettorale? È piuttosto vago anche se si può intravvedere l’idea di usare il Rosatellum per forzare al bipolarismo un sistema partitico ormai almeno tripolare. Proprio qui, ecco l’eterogenesi dei fini, il rischio per il Pd. Nel senso che il Rosatellum medesimo può divenire una sorta di gioco della torre dove uno dei principali protagonisti (Pd, M5S, centrodestra) è destinato a cadere giù. Già, ma quale? E nulla esclude che il cerino rimanga nelle mani del Pd.

Il bello è che per questo partito i guai minacciano di venire proprio dagli amati (chissà perché) collegi uninominali; e questo, addirittura, a prescindere dal fatto che l’esito del voto designi o meno un chiaro vincitore. Nel senso che il PD rischia di passare da primo a terzo (considerando il centrodestra unitariamente) gruppo per consistenza parlamentare. Attenzione: il Rosatellum, a uno sguardo molto distratto, potrebbe ricordare il sistema misto tedesco; tuttavia, vi si differenzia in quanto lì nel computo dei seggi i collegi uninominali contano zero (correttamente D’Alimonte li chiama collegi “finti”, salvo naturalmente che non eccedano i seggi assegnati proporzionalmente), mentre per la nuova legge elettorale italiana i collegi uninominali sono decisivi.

Ecco perché, ragionando astrattamente, il M5S, volontariamente privo di alleati, dovrebbe essere in sofferenza e la partita giocabile esclusivamente da centrodestra e Pd. Già, ma il Pd dispone di grandi coalizioni attorno a se? No, quindi, il gioco della torre è aperto. Ecco un primo argomento per sospettare che il Rosatellum potrebbe essere un Suicidellum.

Ma lo è anche per un altro aspetto, più politico e meno di contabilità elettorale. Ed è che, come già ricordato, nel maggioritario a nord, ma specie a nordest, il centrodestra rischia di fare il pieno; la qualcosa significa per il Pd, comunque andasse il voto, la seria possibilità di perdere il contatto con i vagoni trainanti della nazione, qui limitandosi a sopravvivere solo nel proporzionale come forza politica non-decisiva. Sarebbe, appunto, un suicidio.

E neppure è detto che nel resto del Paese sarebbero rose e fiori. Perché il Pd, oltre a essere assediato nei suoi fortilizi tradizionali (ma dalle mura erose), avrebbe a sud nel centrodestra e nel M5S due competitor agguerriti con la seria possibilità, ovviamente sempre guardando al maggioritario uninominale, di restarne schiacciato.

Quindi, parlare di Suicidellum potrebbe essere appropriato. Poi, certo, può accadere che la Dea fortuna aiuti gli audaci e che il Rosatellum, invece che dimostrarsi un Suicidellum, porti gloria al partito che l’ha voluto. Però che il Suicidellum possa essere l’ombra che segue il Rosatellum è nelle cose. Infine, a parte le considerazioni sul Pd, c’è un altro aspetto del Rosatellum che può destare, questa volta in senso sistemico, inquietudine. Ed è che se il nord stabilizza il consenso sul centrodestra, anzi prevalentemente sulla Lega; se le Regioni centrali lo faranno sul Pd, allora solo il sud e le isole saranno le aree veramente contendibili e, conseguentemente, i luoghi dove si deciderà la partita politico/elettorale: questo potrebbe essere motivo di ulteriore squilibrio nel sistema politico del Belpaese.

n ragione di ciò, al di là della retorica “si vota con una legge elettorale fatta dal parlamento e non dalla consulta”, forse sarebbe stato meglio andare alle urne col Consultellum; e poi, a bocce ferme, riprendere il filo della questione. Purtroppo, in entrambi i casi, ciò obbliga a chiedersi quale sarebbe, invece della scelta migliore, quella meno peggiore e, comunque, pure essa rischiosa. Ad ogni modo, i giochi ormai sono fatti e siamo in mare aperto. Occhio, che la troika ci guarda.

Rosatellum, Dio acceca chi vuole perdere ultima modifica: 2017-10-28T18:01:18+02:00 da FRANCESCO MOROSINI

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