Palazzo Koch e i Palazzi del potere

La vicenda del rinnovo del mandato a Ignazio Visco come governatore della Banca d’Italia, e la mozione del Pd approvata dalla camera il 17 ottobre scorso, meritano una riflessione sul funzionamento delle nostre istituzioni
scritto da GIOVANNI INNAMORATI
Condividi
PDF

La polemica dei giorni scorsi dopo la mozione del Pd, ha messo in risalto una procedura di scelta del vertice di Palazzo Koch che sarà poco sostenibile nell’immediato futuro.

La vicenda del rinnovo del mandato a Ignazio Visco come governatore della Banca d’Italia, e la mozione del Pd approvata dalla camera il 17 ottobre scorso, meritano una riflessione sul funzionamento delle nostre istituzioni.

Il miglior modo per contribuire a questo obiettivo, come giornalista, è partire dai fatti, perché come diceva Charles Prestwich Scott “il commento è libero, ma i fatti sono sacri”. E iniziamo dunque dalla cronaca.

Il 16 ottobre scorso, l’Ansa, con il suo bravo “aulista” Francesco Bongarrà, scriveva la seguente notizia:

Bankitalia: Camera, al via esame mozione M5S contro Visco
 (ANSA) – ROMA, 16 OTT – Al via nell’Aula della Camera la
 discussione generale sulla mozione del M5S che punta a impegnare
il governo a non rinnovare il mandato del governatore della
 Banca d’Italia Ignazio Visco. 
Il dispositivo del testo impegna il governo, “in sede di
 deliberazione sulla proposta di nomina per la carica di
 governatore della Banca d’Italia, valutate le circostanze
 descritte e le relative responsabilità, ad escludere l’ipotesi
 di proporre la conferma del governatore in carica, Ignazio
Visco”. 
Il documento di indirizzo verrà votato domani dall’Assemblea
 di Montecitorio. (ANSA).

La mozione sarebbe stata votata il giorno dopo, ma negli articoli del 17 in nessun quotidiano si fa cenno alla mozione di M5S, anche se sul rinnovo dei vertici di Bankitalia tutti i giornali mettevano in campo le firme migliori. Eppure la mozione aveva un dispositivo devastante per due motivi: innanzi tutto c’era nome e cognome del governatore da silurare, e in secondo luogo perché si impegnava il governo in un atto che non era solo sua esclusiva competenza.

Come nei giorni successivi in molti hanno scritto, in base alla legge del 2005, la nomina del governatore è un atto duale o di governo e presidenza della repubblica, cosa che rendeva dubbia l’ammissibilità della mozione, dato che il parlamento con essa sarebbe entrato nella sfera di competenza del presidente della repubblica.

La mozione di M5S era una mossa win-win. Se la presidente Laura Boldrini l’avesse dichiarata inammissibile, come alcuni giuristi hanno sostenuto che avrebbe dovuto fare a proposito della successiva mozione del Pd (Sabino Cassese sul Corriere della Sera e Pietro Armaroli sul Sole 24 Ore), i pentastellati avrebbero potuto gridare contro il “Palazzo” che si chiude a fortezza per difendere il governatore uscente, che nella parte discorsiva della mozione era accusato di “un controllo carente su determinate gestioni del credito e del risparmio che hanno rivelato la sussistenza di condotte in violazione della legge” e di “mala gestione del credito e del risparmio che avrebbe contribuito a determinare numerosi casi di crac finanziario”.

Invece nel caso in cui la presidente Boldrini avesse ammesso in discussione la mozione, il Pd e i partiti di maggioranza avrebbero dovuto bocciarla, non potendo accodarsi a una mozione su cui il governo avrebbe espresso parere contrario, e anche in questo caso il Movimento avrebbe potuto attaccare ancora più agevolmente in campagna elettorale Matteo Renzi. Anche perché altri gruppi parlamentari lasciavano intendere di voler utilizzare la vicenda Bankitalia in campagna elettorale: Mdp si è astenuta sulla mozione di M5S (salvo poi che Pierluigi Bersani abbia definito“eversiva” la mozione del Pd); Forza Italia non ha votato contro, ma non ha partecipato al voto, benché nella dichiarazione di voto Rocco Palese avesse sottolineato che, vista la competenza del Quirinale,

non è opportuno che il parlamento si inserisca in questo iter, perché è facile scivolare su un conflitto di competenze immediato.

La mossa a sorpresa del Pd, con la mozione a prima firma di Silvia Fregolent, s’inserisce dunque in questo contesto che si ripeterà nelle prossime settimane: anticipare la campagna elettorale con atti parlamentari, come mozioni o risoluzioni, presentati apposta per essere bocciati. Il giorno dopo l’inizio della discussione della mozione di M5S, il 17 ottobre, il gruppo del Pd ha presentato a sua volta una mozione che, come hanno raccontato le cronache, ha avuto più stesure, ma che alla fine, pur non nominando Visco, suonava come una bocciatura del suo operato. Nella parte discorsiva in premessa si affermava che le crisi bancarie

avrebbero potuto essere mitigate nei loro effetti da una più incisiva e tempestiva attività di prevenzione e gestione delle crisi bancarie, [mentre il dispositivo impegnava il governo] ad adottare ogni iniziativa utile a rafforzare l’efficacia delle attività di vigilanza sul sistema bancario ai fini della tutela del risparmio e della promozione di un maggiore clima di fiducia dei cittadini nei confronti del sistema creditizio, individuando a tal fine, nell’ambito delle proprie prerogative, la figura più idonea a garantire nuova fiducia nell’istituto.

Nuova fiducia, visto che la gestione Visco la aveva fatta calare.

La mozione ha avuto il parere favorevole del governo, attraverso il sottosegretario all’economia Pie Paolo Baretta, che ha però fatto togliere l’inciso della parte discorsiva. Alla fine, dopo l’approvazione della mozione, come si ricorderà tutti si sono scagliati contro Matteo Renzi, dal presidente Sergio Mattarella che la sera dello stesso 17 ottobre ha fatto trapelare una nota ufficiosa di presa di distanze, a tutti i maggiori quotidiani del 18 ottobre. Persino M5S, la cui mozione è stata respinta e si è visto scavalcato dal Pd e da Renzi, si è accodato al coro, non riuscendo a diversificare la propria voce rispetto a quella degli altri.

Alla fine Renzi ha ottenuto quello che desiderava. Non si è fatto incastrare nella conferma di Ignazio Visco, voluta dal presidente Mattarella, e in quest’ottica sostenuta dal premier Paolo Gentiloni, il che è essenziale per la campagna elettorale. Chi non ha compreso questo, ricordi la campagna elettorale del 2013, quando Beppe Grillo ha sfruttato in pieno la crisi di Mps, con tanto di comizi urlati a Siena davanti a Rocca Salimbeni, mentre Pierluigi Bersani taceva imbarazzato. L’allora segretario Dem assunse un atteggiamento istituzionale, forse pensando di aver già vinto le elezioni, evitando di usare toni da campagna elettorale. Ma le elezioni si vincono facendo campagna elettorale e bisogna prendere atto che se in campo ci sono partiti populisti, gli argomenti saranno di quel tipo.

Fin qui la cronaca. Il giudizio politico è affidato a ciascuno di noi. Ha fatto bene Renzi ad accettare la logica elettoralistica di M5S coinvolgendo Palazzo Koch? Al di là del fatto che si condivida o meno la scelta di Renzi resta che il segretario Dem ha giocato sul terreno che predilige, quello che all’inizio della sua carriera di “rottamatore” gli ha permesso di scalare tutte le posizioni: il terreno del “tutti contro di Renzi”. Anche a costo di articoli che hanno sfiorato il ridicolo. Uno dei maggiori quirinalisti ha spiegato la nota del presidente Mattarella del 17 sera come una mossa per difendere le banche italiane dagli attacchi speculativi. Dimenticando che le banche sono sull’orlo dell’attacco speculativo dopo che la Vigilanza della Bce ha sollecitato la “svendita” dei Npl (crediti deteriorati), il che porterebbe gli istituti italiani a una crisi difficilmente sostenibile.

Insomma molti quotidiani tanto erano solleciti a sostenere Renzi quando era ancora a Palazzo Chigi, altrettanto sono divenuti alfieri del fronte degli intransigenti della critica.
Fin qui ho raccontato le dinamiche politiche della vicenda. L’aspetto su cui vorrei invitare a riflettere a proposito della nomina del governatore della Banca d’Italia riguarda le nostre istituzioni e i meccanismi che presiedono a questa scelta.

Come ormai abbiamo tutti imparato, con la riforma del 2005, la nomina del governatore della Banca d’Italia ha una procedura ben precisa. Il presidente del consiglio propone un nome al Consiglio superiore della stessa Bankitalia che esprime un parere non vincolante; a questo punto la proposta viene portata in consiglio dei ministri e, dopo l’approvazione di quest’ultimo, viene presentata dal presidente del consiglio al presidente della repubblica che procede alla nomina con un decreto presidenziale.

La partecipazione del presidente della repubblica alla nomina sta a valorizzare l’autonomia e l’indipendenza del governatore, e di tutta la banca centrale, che in tal senso si configura come autorità terza e indipendente.

D’altra parte c’è anche il coinvolgimento del presidente del consiglio e dell’intero governo: infatti dopo che l’emissione della moneta e le politiche monetarie sono state sottratte a Palazzo Koch e affidate alla Bce, alla nostra Banca centrale compete il compito di vigilanza sul sistema creditizio (anche se le banche di dimensioni europee sono controllate sempre dalla Bce), la cui governance complessiva spetta anche al governo e in particolare al Tesoro.

Dalla riforma del 2005 (prima, si ricorderà, il mandato del governatore era a vita), quella di questi giorni è la terza nomina. Ebbene nelle due precedenti si sviluppò un dibattito politico non meno che quest’anno. Nel 2005 il premier Silvio Berlusconi coinvolse nella nomina l’opposizione di centrosinistra, e la scelta cadde su Mario Draghi, indicato dalle grande firme dei quotidiani come “gradito” o “apprezzato” dal centrosinistra.

Nel 2011 la discussione che si sviluppò fu per certi versi analoga a quella di quest’anno: c’era il “partito” della soluzione esterna, guidato dal ministro Giulio Tremonti, che proponeva Vittorio Grilli, direttore del Tesoro, mentre il “partito” della soluzione interna a Bankitalia spingeva per Fabrizio Saccomanni. La cosa interessante è che dibattito politico ci fu, e anche acceso, soltanto che in luogo di mozioni parlamentari i due “partiti” si servivano di “veline” o retroscena passati ai giornali. All’epoca seguivo per l’Ansa la Finanza pubblica e ricordo con molta precisione questi fatti. Alla fine, come spesso accade, si arrivò al compromesso: soluzione interna ma su un nome diverso da quello di Saccomanni, vale a dire quello di Ignazio Visco.

Nessun grande giornale si scandalizzò che ci fosse stato dibattito politico e dibattito pubblico sulla stampa. In parte per un vezzo del giornalismo italiano e delle sue grandi firme: ci si sente gratificati dalle confidenze del ministro di turno, sicché si considera il proprio articolo che le riporta come una voce terza rispetto al dibattito politico, e non come portavoce del dibattito stesso. Ma il punto è se sia lecito o meno il dibattito politico, senza che questo leda le prerogative del presidente della repubblica, dato che il presidente del consiglio nelle sue decisioni naviga ordinariamente all’interno del dibattito politico.

Facciamo un passo indietro. Nel 2005, quando fu varata la riforma, si era in un assetto bipolare nel quale il governo e il presidente del consiglio uscivano dalle urne, ferme restando le prerogative del presidente della repubblica che nomina il premier. In quel contesto, con una mandato popolare quasi diretto, il presidente del consiglio aveva una legittimazione democratica forte anche in scelte tecniche con valenza politica, come appunto la nomina del governatore.

Nell’attuale contesto, dopo la bocciatura delle riforme al referendum del 4 dicembre e dopo la conseguente eliminazione dall’italicum del turno di ballottaggio, siamo tornati ad un sistema proporzionale: il presidente del consiglio non ha alcun mandato popolare quasi diretto, ma è figlio degli accordi post elettorali tra partiti. Se l’assetto istituzionale nei prossimi anni rimarrà questo, è difficile pensare che al momento di una decisione così delicata come la nomina del governatore, i partiti della coalizione di governo abbiano tutti lo stesso approccio o che non vogliano incidere sulla nomina. Inoltre diverrà più frequente la non coincidenza della figura del primo ministro da quella del segretario del maggior partito (o dei maggiori partiti) della coalizione, con un’accentuazione della dialettica tra governo e partiti che lo sostengono. Cosa dovremo auspicare? Un dibattito alla luce del sole, o uno “nelle segrete stanze”, che trapela sui giornali grazie alle “veline” dell’uno o dell’altro?

Discorso analogo vale per il presidente della repubblica, la cui nomina è affidata dalla Costituzione agli accordi parlamentari. In un sistema tripolare, con uno dei tre poli che programmaticamente non fa accordi e delegittima gli altri due, è facile immaginare che l’inquilino del Quirinale possa essere oggetto di polemica politica anche nelle scelte che gli sono affidate per la sua terzietà rispetto ai partiti. È la terzietà che le forze populiste non gli riconoscono.

Inoltre c’è il tema della trasparenza del dibattito dinanzi all’opinione pubblica. Col passare degli anni il livello culturale dei cittadini cresce (magari in Italia siamo più indietro rispetto al Nord Europa) ed è impensabile l’opacità su certe scelte politiche o istituzionali. Quando negli anni Sessanta la media della popolazione italiana aveva ancora come bagaglio solo cinque anni di scuola, l’esigenza di capire le logiche di alcune scelte tecnico-politiche era meno sentita. Oggi, grazie al cielo, i nostri figli hanno almeno un bagaglio scolastico di tredici anni, per non parlare dei laureati e di quelli con titoli superiori.

Tutti questi elementi (frammentazione del quadro parlamentare, maggiore istruzione dei cittadini, esigenze di trasparenza) rendono obsoleti i meccanismi attuali. È meglio agire subito piuttosto che trovarci tra sei anni davanti alle immagini del tg che ci mostrano l’inquilino del Quirinale che firma il decreto di nomina del governatore chiuso nella Torretta, mentre i populisti fuori sbraitano contro il “Palazzo”. E un ruolo del parlamento non sarebbe stravagante visto che siamo tuttora una democrazia rappresentativa.

Palazzo Koch e i Palazzi del potere ultima modifica: 2017-11-02T16:06:20+01:00 da GIOVANNI INNAMORATI

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento