Cinesfumature di nero in salsa tricolore

Da "Brutti e cattivi" a "The Place", passando per "La ragazza nella nebbia" e "Finché c'è prosecco c'è speranza", il cinema italiano oggi sugli schermi tenta di affrancarsi dalla ormai sterile tirannia della commedia a tutti i costi.
scritto da ROBERTO ELLERO

Qualche sfumatura di nero male di sicuro non farà.

In una stagione particolarmente critica per il cinema italiano, che con il trenta per cento di film distribuiti raccoglie soltanto il quindici per cento di consensi (incassi e presenze), mentre il box office complessivo segnala un sonoro quindici per cento di deficit rispetto al 2016, qualche titolo osa avventurarsi in territori inconsueti, quelli del thriller e del noir, ammainando per una volta le insegne un po’ logore della copiosa e ripetitiva commedia nazionale.

E pazienza se la formula freak di Brutti e cattivi, per la regia del premio Solinas Cosimo Gomez (le gesta trucide di una banda di disabili, capitanata dal furfante in carrozzina Claudio Santamaria, nel cuore della periferia degradata di Roma), ha mancato l’adesione di quello stesso pubblico che in precedenza aveva premiato il fantasy “de noantri” Lo chiamavano Jeeg Robot, con il medesimo Santamaria. Non tutti i sentieri impervi, si sa, portano alla vetta, ma è una buona ragione per battere sempre la stessa strada?

In termini di gradimento sta andando decisamente meglio l’esordio cinematografico di Donato Carrisi, che con La ragazza nella nebbia – già best seller in libreria – inscena un thriller montanaro dark e fascinosamente nordico, principale attrazione del film: in una imprecisata ambientazione alpina, il paesino di Avechot, dove l’intera comunità è dedita all’integralismo religioso, l’improvvisa scomparsa di una sedicenne dai capelli rossi, forse meno propensa di altre alle rigorose pratiche di culto. O forse soltanto più sfortunata.

Sul caso s’avventa l’ispettore Vogel, un buon Toni Servillo, abilissimo nella manipolazione dei media, così pervicace nei suoi propositi e convincimenti da inchiodare colpevoli col senno di poi magari innocenti o tali ritenuti dalla giustizia. A modo suo un vincente, peraltro così fragile da cadere nella nevrosi ossessiva in assenza di riscontri, tanto da incolpare – nel caso della scomparsa di Anna Lou – l’unico straniero del paese, un trasandato professore di liceo giunto con la sua famiglia da quelle parti per mettersi alle spalle il passato.

Ne farà il capro espiatorio, tralasciando la verità che pure avrebbe sotto gli occhi. Girato in sapido flashback (l’incipit è sul volto stralunato dell’ispettore Vogel, appena scampato a un incidente ma con equivoche macchie di sangue sulla camicia), claustrofobico negli abbondanti notturni, straniante nelle maquette da presepio che aprono i diversi capitoli, atmosfere volentieri alla Dürrenmatt (contiguo non solo per vicinanza geografica) e mystery alla David Lynch, La ragazza nella nebbia risulta magari un po’ macchinoso nella costruzione e frettoloso nel finale a effetto ma non manda deluso lo spettatore. E merita ricordare  che il romanzo da cui lo stesso autore, Carrisi, ha tratto il film, in origine era una sceneggiatura, destinata a restare nel cassetto, non fosse per la fortunata traduzione romanzesca, che l’ha infine  promossa al cinema.

Opera prima parimenti di matrice letteraria, Finché c’è prosecco c’è speranza di Antonio Padovan, pubblicitario di stanza a New York, dal romanzo omonimo di Fulvio Ervas, scrittore dell’entroterra veneziano che compare anche in sceneggiatura, presto nuovamente sugli schermi con Salvatores, che vi porterà Se ti abbraccio non avere paura, il commovente ritrovarsi autobiografico on the road negli Stati Uniti di un padre e del  figlio autistico.

Colline della Marca Gioiosa, dove il prosecco è una inesauribile miniera, il vino italiano più venduto nel mondo, sebbene a scapito dell’equilibrio paesaggistico. Lo produce alla vecchia maniera (“meno è meglio”) anche l’eccentrico conte Ancilotto, che da tempo va battagliando contro un vicino cementificio, responsabile di non poco inquinamento.

Dopo aver promesso l’ultima decisiva battaglia, si suicida, e subito dopo sarà ecatombe per i compaesani inquinatori. Indaga, da Treviso, l’ispettore Stucky, immancabile alter ego seriale dello scrittore (tutti i romanzi in libreria per Marcos y Marcos), il detective italo-persiano con cognome tedesco, assai  popolare a Venezia per via dell’anseatico molino della Giudecca, oggi albergo pluristellato, che al cinema prende – inaspettatamente – le fattezze del corpulento, fanciullesco e impacciato (ma bravo) Giuseppe Battiston.

Non lo immaginavo così,

pare abbia detto Ervas, ma d’ora in poi sarà lui… E naturalmente Stucky risolverà il caso, non senza cogliere e segnalare il degrado morale e ambientale prodotto dai padroni del Veneto dei miracoli. Quelli che non pagano, anche politicamente, mai dazio: vedi le banche fallite e mezza regione ammorbata dal Pfas. Operina leggera ma di empatica energia, ottimamente fotografata, oltretutto.

E chiudiamo, per il momento, con The Place, che Paolo Genovese, sugli altari la scorsa stagione, con Perfetti sconosciuti, mutua da un seriale televisivo neanche troppo di successo (The Booot and the End).

Basso costo e pochi giorni di riprese, narrano le cronache, nel chiuso di un bar dove uno strano personaggio (gran numero di Valerio Mastandrea) rileva i desiderata dei suoi inquieti clienti, tutti attratti dalle chimere di accadimenti altrimenti improbabili, chi per ritrovare Dio e chi per portarsi a letto la donna dei suoi sogni, chi per riacquistare la vista e chi per salvare il figlio, più tanti altri propositi ancora, uno per ciascuno dei personaggi che compaiono al tavolo del taumaturgo, che promette il successo in cambio di un’azione estrema, buona o cattiva che sia.

Il diavolo, probabilmente, per dirla con Bresson, ed è infatti al patto faustiano che il plot fa lontano riferimento, ricamandoci intorno un teatrino della crudeltà che sa ovviamente di assurdo. Chiaro che con un copione così non si farebbe troppa strada se a intervenire non fossero l’estro del protagonista e la provata simpatia dei molti convenuti, volti noti di quel cinema italiano (da Giallini e a Papaleo, dalla Rohrwacher alla Ferilli, per non dire dei molti altri) sin qui preferibilmente dedito alla commedia.

Film la cui memoria va di fretta, come si sarà capito, non certo capi d’opera destinati a rimanere. Eppure capaci di incontrare il pubblico diversificando una produzione che, orfana di grandi veri maestri (si son visti con il deludente Una questione privata dei Taviani gli esiti postumi del vecchio cinema d’autore di matrice alto letteraria, Fenoglio) e di generi davvero forti, rischia altrimenti di riprodursi per inerzia intorno alla sola formula delle due risate.

A denti sempre più stretti. Qui almeno, coltivando l’insolito, c’è il rischio che lo spettatore ci faccia un pensierino, optando per scenari in qualche modo intriganti. Già qualcosa di questi tempi.

Cinesfumature di nero in salsa tricolore ultima modifica: 2017-11-07T23:19:23+02:00 da ROBERTO ELLERO

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