Sulle orme di Trump. Facebook deciderà le prossime elezioni?

Benvenuti nell'era dei “fatti alternativi”, dove le campagne si giocano sulle bacheche. In Italia il favorito, manco a dirlo, è...
scritto da Matteo Angeli

Donald fa scuola.

Facebook è stata l’arma segreta che ha permesso al tycoon dal ciuffo arancione di trasformarsi da improbabile comparsa di una campagna elettorale sovraffollata a presidente degli Stati Uniti. Un precedente, quello della sua rocambolesca vittoria, che ha fatto luce su problematiche completamente nuove nel rapporto tra informazione e democrazia. Problematiche che potrebbero ripresentarsi già nei prossimi mesi, in occasione delle elezioni politiche in Italia.

Sono tanti, infatti, gli apprendisti stregoni di casa nostra che hanno il potenziale per seguire le orme del maestro Donald. Gli allievi “naturali” sono addirittura due, Silvio Berlusconi e Beppe Grillo, un Giano bifronte ansioso di influenzare il discorso pubblico, anche a colpi di fake news.

È un cocktail letale quello che ha consentito a Donald Trump di addomesticare Facebook per incantare l’elettorato americano: metti un social network con l’ambizione di diventare il principale canale di informazione, fagocitando testate grandi o piccole; aggiungi il cosiddetto “news feed“, ovvero il complesso sistema di algoritmi che fa in modo che gli utenti vedano solo le notizie coerenti con i loro gusti e la loro visione del mondo; mescola il tutto con la possibilità per i soggetti politici di diffondere “di nascosto” un messaggio elettorale sulla piattaforma… e boom: orange is the new black!

Il tormentone sui social

In pochi anni, Facebook è diventato uno dei più importanti, se non il più importante, canale di informazione al mondo. “L’ho letto su Facebook”, è un refrain che ognuno di noi ha sentito dire almeno una volta.

Come si è arrivati a questo? Il 2013 è l’anno zero, quando Facebook lancia una campagna di promozioni a favore delle pagine dei siti di notizie, che porta, da un lato, a un aumento vertiginoso dei like e delle visualizzazioni per pagine – equivalente a un aumento dei lettori, ma che, dall’altro, rende Facebook l’intermediario principale tra i lettori e i siti di notizie.

L’Italia non è immune da questa dinamica. Da noi, infatti, a detta dell’ultimo rapporto del Censis sulla comunicazione, Facebook è al secondo posto nella classifica dei mezzi per informarsi, dopo i telegiornali ma facilmente davanti ai quotidiani cartacei e alla loro versione online.

Tra le prime fonti utilizzate per informarsi, dopo il 63% dei telegiornali si colloca Facebook con il 35,5% e i giornali radio con il 24,7  per cento I quotidiani non superano il 18,8%. Il 19,4% sceglie i motori di ricerca come Google, il 10,8 per cento YouTube e il 2,9 per cento Twitter.

(50° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2016)

C’è poi la questione dei news feed, cioè di quella tecnologia che fa in modo che gli utenti vedano per prime le pagine che corrispondo ai loro interessi, gusti o opinioni. Uno strumento che, da una parte, promuove un’informazione faziosa, limitando lo scambio delle idee e restringendo la nostra comprensione del mondo, e che, dall’altra, rende molto difficile per commentatori e ricercatori comprendere cosa stia visualizzando il resto della popolazione, proprio perché questa tecnologia definisce “su misura” la dieta di informazioni di ognuno di noi. In questo modo, è pressoché impossibile rendersi conto della potenza di campagne di promozione come quelle a favore di Trump, indirizzate a determinati segmenti della popolazione, a meno che non si appartenga a queste fasce di elettori.

Le opzioni per il microtargeting

Il metodo usato dallo staff di Trump per promuovere i contenuti su Facebook è, infatti, il cosiddetto microtargeting, che permette, per esempio, di far visualizzare un post solo a chi vive in una certa area geografica (uno degli stati in bilico?) e di scegliere il genere (tutti, solo uomini, solo donne), la fascia d’età e gli interessi di coloro che riceveranno il messaggio.

Il problema principale, però, è un altro e riguarda la maniera “poco trasparente” con cui Facebook consente di pubblicizzare i contenuti (come messaggi promozionali o notizie), facendoli apparire, attraverso il pagamento di una somma, sulle bacheche degli utenti.

In tal senso, il social network permette a imprese e gruppi politici di pubblicare un post sulle bacheche di certi utenti senza che questo compaia sulla pagina dell’impresa o del gruppo politico in questione. Quel che è peggio, poi, è che nemmeno i destinatari della promozione sanno chi è a pagare affinché questi contenuti compaiano in cima alle loro bacheche. Gettare il sasso e nascondere la mano…

Durate le elezioni americane, è finita male. Le autorità statunitensi hanno ormai accertato che il meccanismo di promozione ha permesso a organizzazioni russe (ma non solo, si parla anche di macedoni) di investire affinché determinati “messaggi pro-Trump” apparissero sulle bacheche dei potenziali elettori del tycoon, per spingerli a mobilitarsi. Il tutto nel completo anonimato.

Anche per questo, sono sempre di più coloro che chiedono che Facebook renda pubblici i messaggi elettorali su cui vengono acquistate le inserzioni e chi sono i loro destinatari e i loro promotori.

Steve Bannon, patron di Breitbart

In ogni caso, l’inaspettato trionfo di Trump non sarebbe stato possibile senza la “materia prima”, le fake news. Negli Stati Uniti, l’uso di internet da parte della politica ha permesso l’ascesa di Breitbart, sito di informazione “colpevole” di grossolane falsificazioni durante la campagna elettorale a favore del candidato repubblicano. La particolare configurazione di Facebook, poi, ha consentito di moltiplicare in maniera esponenziale la diffusione di queste notizie.

Gli investimenti massici fatti dai repubblicani nelle campagne pubblicitarie sul social network hanno fatto il resto: ne è scaturita “una moltiplicazione dei pani e dei pesci” che ha dato i suoi frutti… avvelenati. Su Facebook, Breitbart contava più interazioni del New York Times. A pochi giorni dalle elezioni, quando Trump era dato per spacciato, il patron di Breitbart, Steve Bannon, ostentava sicurezza, dicendosi sicuro che le centinaia di dollari spese per le inserzioni su Facebook avrebbero garantito la vittoria ai repubblicani.

La storia gli ha dato ragione.

E la storia, si sa, a volte, si ripete. Soprattutto quando non si prendono le dovute precauzioni.

 

Mille persone se non sbaglio erano la task force che Facebook annunciò di aver messo in campo per vigilare sulla regolarità delle elezioni tedesche. Dove tutto è andato bene, infatti. Per l’Italia per ora una simile soglia di attenzione non è prevista,

denunciava poco tempo fa Riccardo Luna, direttore di Agi.

Su Facebook, il più popolare è, manco a dirlo, il Movimento Cinque Stelle. Sui primi sette esponenti politici più seguiti, ben quattro sono pentastellati (Grillo, Di Maio, Di Battista e Raggi).

Ma il potenziale del partito di Grillo in rete va ben oltre la marea di like ai suoi rappresentati più conosciuti.

I parallelismi con Trump si sprecano. Come portato alla luce da un inchiesta di Buzzfeed News, anche i cinque stelle hanno il loro, anzi i loro, Breitbart. Possono contare, infatti, sostiene Buzzfeed, su

una diffusa rete di siti e di account social media che stanno diffondendo notizie false, teorie cospiratorie, e propaganda pro-Cremlino a milioni di persone.

Gli organi di informazione dei cinque stelle non si limitano, infatti, ai seguitissimi blog (Il Blog di Beppe Grillo e Il Blog delle Stelle), collegati apertamente con il movimento. A questi si aggiungono, una serie di siti e di pagine Facebook che si definiscono indipendenti ma che ribadiscono in maniera incessante le linee di pensiero del movimento e attaccano gli avversari, come un vero e proprio organo di partito.

Tra i siti, i più seguiti sono TzeTze e La Cosa, che si definiscono editori indipendenti, ma che, in realtà, sono proprietà dalla Casalleggio Associati, la società del defunto co-fondatore del partito.

Come fa notare Buzzfeed nella sua inchiesta, sono dozzine le notizie false diffuse da questi siti:

…Alcune di queste dichiarano che gli Stati Uniti stanno segretamente finanziando trafficanti che portano immigrati dal Nord Africa in Italia, e che Barack Obama vuole abbattere il regime siriano per creare instabilità nella regione cosicché la Cina non possa avere accesso al petrolio.

L’universo dell’informazione “a cinque stelle” non vive solo di luce propria: il “messaggio” è amplificato grazie a una galassia di pagine Facebook dai nomi più o meno strampalati, come “opinioni, informazioni, emozioni” (quattordicimila like) e da gruppi tipo CLUB LUIGI DI MAIO (settantaduemila membri). Un bacino di (e)lettori non indifferente.

Il profilo della pagina “opinioni, informazioni, emozioni”

Se non bastasse, un ulteriore problema è che questi “contenitori di informazioni” rilanciano non solo le notizie, spesso false o comunque faziose, di TzeTze o della Cosa, ma hanno tra le loro fonti preferite anche Sputnik, un sito web creato dal Cremlino per diffondere la propaganda russa. Un altro pericoloso parallelismo con la campagna di Trump, di fronte al quale sorge spontaneo interrogarsi su quali siano i legami effettivi tra il movimento di Grillo e il governo russo.

Matteo Salvini

Certo, i cinque stelle non sono l’unico soggetto politico per il quale i russi potrebbero avere interesse a fare segretamente campagna su Facebook, sul modello di come hanno fatto per Donald Trump. Tutti sanno, ad esempio, che il leader leghista, Matteo Salvini, coltiva con cura certosina e alla luce del sole i suoi rapporti con il Cremlino.

Inoltre, è riduttivo credere che solo i cinque stelle potrebbero beneficiare dei nuovi orizzonti che internet ha aperto a chi vuole fare disinformazione. In Italia il problema tra democrazia e informazione si poneva ben da prima del boom dei giornali online.

In questo senso, Berlusconi con i suoi giornali e i suoi tiggì è solo la punta dell’iceberg. Anche la stampa cosiddetta “imparziale” ha spesso barato, raccontando la realtà come faceva comodo ai suoi padroni.

E proprio in questo atteggiamento vanno ricercate le cause della crisi di credibilità del sistema di informazione tradizionale. Una crisi che ha aperto la strada alla retorica dei “fatti alternativi”.

Eccoci, allora, benvenuti nell’era della post-verità, dove a vincere è chi riesce a gridare meglio, con il megafono di Facebook, il suo messaggio.

Ma, per tonare ai cinque stelle, quale sarebbe il loro messaggio? Non è difficile da indovinare. Basti pensare che, quando Trump ha vinto, Grillo ha paragonato la vittoria del repubblicano a un “gran Vaffanculo.”

Siete pronti a sentirlo gridare?

Sulle orme di Trump. Facebook deciderà le prossime elezioni? ultima modifica: 2017-11-09T10:08:20+00:00 da Matteo Angeli

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