Remigio Barbaro. Un artista tra le barene

La casa studio in cui visse e lavorò il Maestro di Burano, dopo il restauro del 2012, è aperta al pubblico su prenotazione. ytali l'ha visitata
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Rappresenta da decenni una sorta di wunderkammer della sua arte e ha attirato intellettuali e artisti della sua epoca. Hemingway, Diego Valeri, il trevigiano Arturo Martini e i moltissimi altri che, di passaggio sull’isola, non hanno potuto rinunciare a incontrarlo sorseggiando il suo cocktail Martini.

È la casa studio in cui Remigio Barbaro da Burano ha vissuto da solo fino a quando nel ’46 ha preso in moglie Giovannina, facendo la festa di matrimonio alla Locanda di Cipriani a Torcello. La casa in cui lavorava modellando le crete, mentre per fondere andava a Treviso.

Aveva avuto dalla Soprintendenza l’incarico di indicare la colorazione delle abitazioni quando qualcuno doveva ridipingere la facciata della sua casa. Dando l’intonazione alla sinfonia d’infiniti pastelli che colorano le abitazioni della piccola isola. Spettava a lui decidere il colore da usare attraverso una ricerca di armonizzazione, una vera e propria concertazione da quel Maestro che era, con i colori preesistenti delle abitazioni circostanti.

Questo suo lavoro lo portava a girare per l’isola e gli ha consentito di recuperare pezzi di pregio di cui si era fatto custode. Ancora tutti visibili nella sua abitazione che sorge in contrada Terranova, al limitare della laguna, di fronte alle barene che la separano da Lio Piccolo e a pochi colpi di remo da San Francesco del Deserto.

La nipote Maria Teresa Grison lo ricorda come un tipo particolare, con il quale era piacevole stare, che ti raccontava un sacco di cose e sapeva parlare con semplicità di arte anche a lei che era bambina. Si era formato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove aveva insegnato pure per qualche semestre, ma alla fine aveva fatto ritorno nella sua Burano, negandosi persino a una cattedra a New York.

Con la moglie Giovannina, morta prima di lui nel ’97, conduceva una vita normalissima, francescana. Una vita che del resto si specchia nell’arte di Barbaro, che in buona parte è a soggetto religioso.

Per casa, racconta la nipote, aveva sempre gente. Gente normale dell’isola, adulti e bambini, e artisti che lo venivano a trovare, come Hemingway, conosciuto tramite Giuseppe Cipriani. O Peggy Guggenheim, con qualche suo cane.

Nei suoi ricordi di ragazzina, Maria Teresa racconta di quando il parroco veniva a benedire la casa, e Remigio, per non offendere la sensibilità del prelato, rivestiva le statue dei suoi nudi. Lo ricorda impermeabile alle critiche e sempre deciso a continuare sulla strada artistica intrapresa.

A volte scelte faticose lo fecero precipitare nella disperazione, come quando la Biennale gli rifiutò un’opera, pare per volontà di Pericle Fazzini. Cocente fu la delusione, e la depressione gli fece sfiorare il suicidio.

Ne uscì grazie al sostegno di Giovannina, che arrotondava ricamando il merletto al tombolo. Alla quale, grato, dedicò il piccolo bozzetto “La moglie dell’artista” che la ritrae mentre lo regge in spalla. Che nel museo immaginario che poco a poco andava costruendo, ha voluto collocare in camera da letto al primo piano.

Perfino nel testamento Remigio, che per i suoi compaesani era il professore, ritorna con il proposito che la sua casa studio dovesse aprirsi al pubblico. E ora la dimora di Barbaro, dopo il restauro del 2012, è visitabile su prenotazione. Anche se solo per piccoli gruppi, per l’angustia degli spazi e per non rompere l’incanto.

Remigio, racconta Tobia Bressanello architetto suo compaesano, aveva la passione di raccogliere tutto, anche acquistando oggetti che poi di volta in volta distribuiva secondo un criterio che nulla ha a che fare col caso. E dove una cosa richiama l’altra. Ogni pezzo in arrivo aveva già una sua precisa posizione, e andava a costituire un anello di una teoria di ricordi che lo collocano nella storia della scuola di Burano.

Lontane vicende di pittori che da inizio ‘800 trovarono un’oasi di pace nell’isola. E che nel ‘900 Barbaro ebbe occasione di conoscere e frequentare tutti. I Vellani Marchi, i De Pisis. Lo stesso Arturo Martini accompagnato in isola da Gino Rossi. E appunto Pericle Fazzini. E tanti, tantissimi altri.

Rapporto difficile quello di Barbaro col più fortunato Fazzini, dal quale sosteneva di essere stato spesso maltrattato.

Non buoni in genere erano anche i suoi rapporti con quei colleghi che venivano da fuori, convinti di essere loro a portare a Burano la luce, la cultura e l’arte, e che erano poco disposti a pensare che tra le barene potesse vivere, per quanto in quel modo frugale, un vero artista.

Remigio Barbaro

Remigio era Remigio, questa è un po’ la convinzione di chi l’ha conosciuto. Non era un profeta in patria come tutti del resto. Era un burbero che non si piegava, un puro al quale bastava un pezzo di pane con acqua, per vivere libero il suo spirito di francescano.

Ospitale a tal punto da non far mancare mai nella credenza di legno della cucina la bottiglia di Martini con cui preparava il cocktail secondo i dettami dell’amico barman Giuseppe Cipriani, quello dell’Harry’s Bar di Venezia.

Era così contento di ricevere gente, ricorda Bressanello che ne deve aver fatto personalmente l’esperienza, che era capace di offrirtelo anche alle otto del mattino.

Come i vecchi di un tempo, Barbaro, caldo o freddo che fosse, usciva in tutte le stagioni con un’eterna giacca di velluto. Intento a scolpire al cimitero di Mestre, per non staccarsi dal lavoro e per non perdere tempo prezioso, dormiva le sue notti dentro un loculo non ancora occupato.

Artista inaffidabile per quanto riguarda i tempi di consegna, ha passato la sua esistenza in una casa di un’apparente e inconcepibile confusione tra oggetti affiancati e affastellati, offrendo alla nostra lettura la stratigrafia degli intimi percorsi della sua anima. Rischiando a ogni passo di smarrirci.

Con quei messaggi di lancinante disperazione che provengono da quelle sue statue che spesso sembrano implorare il cielo, ci fa sentire la tragedia del destino comune. E vana la ricerca di quella pace che, a giudicare da certe opere, nemmeno la sua profonda fede di laico francescano ha saputo garantirgli.

Quando a Barbaro è commissionato il busto di Galuppi, racconta Bressanello, il budget era contenuto, ma la cosa non gli è sembrata un problema. Del resto di tasca sua aveva già provveduto per la commissione dei bassorilievi in marmo di Carrara degli ingressi del cimitero, che il capitolato prevedeva di uno spessore molto più sottile di quanto era per lui necessario. Decidendo di impiegare un marmo più spesso pur di offrire un’opera all’altezza.

Lavorando alla scultura dell’”Antonella”, dal cui padre era stato pagato, appena riesce a raggranellare i soldi, riconsegna l’assegno che non aveva mai riscosso e si è riprende la testa della ragazza, per esporla in casa.

Questo era Barbaro. E qui in questa casa, c’è tutto lui. Quel che manca, conclude Bressanello, è solo l’odore inconfondibile della sua stufa con la quale si riscaldava e cucinava.

Non tutto quello che Barbaro comunque fece è ospitato nella sua casa museo. Opere alle quali ha dovuto rinunciare ce ne sono in giro e parecchie. In Basilica a San Marco c’è un suo San Bernardino vicino all’altare. Altre due sono al Museo di Ca’ Pesaro, nei magazzini. Un crocefisso in argento, acquistato da Giovanni Gronchi per donarlo ai musei del Comune, e la “Sola”, inspiegabilmente entrambe non esposte. A queste si aggiungono lavori sparsi sul territorio e all’estero. Come quel “Cavallino”, omaggio al piccolo comune del litorale che porta lo stesso nome, a un tiro di schioppo da Burano. E tanti altri.

Burano di sera

A Remigio Barbaro, ancor vivente, Burano ha anni addietro tributato un omaggio esponendo permanentemente due sue opere in aree pubbliche. Lui che è stato espressione di un borgo di umili pescatori e artista di levatura europea che coscientemente ha rifiutato fama e onori per non lasciare il posto in cui era nato.

Anche una Rossana Rossanda diciannovenne ebbe occasione di fare una visita a Burano nell’agosto del ’43, e ne fu a tal punto colpita da inviare a Barbaro una lettera in cui coglie i tratti fondamentali della sua figura di artista e di uomo.

Ora la casa museo di Barbaro potrebbe forse rientrare in un percorso di visita per palati fini e soprattutto rispettosi del messaggio di pace francescana che promana dalla sua arte e dall’idilliaco paesaggio di barene che protegge Burano.

Permettendo al visitatore di vivere un’esperienza sensoriale e emotiva che già Rossanda, tanti anni fa, aveva saputo cogliere.

È stata una volata in tutta fretta, ricorda Rossanda nella sua lettera, ma che ci ha fatto entrare per un momento in un mondo quasi magico… quelle vostre bellissime stanze, coi pochi mobili intagliati, e le vostre sculture…. Così mi è venuto in mente che forse avreste gradito …. gli auguri di chi vi è grata di averle fatto intravedere un pezzetto della vostra vita. Che spero avete difesa da tutto questo disastro di uomini e cose: credo che sia un dovere.

Era la fine del buio ’43. Ora Remigio Barbaro, chiusa la sua esistenza quasi centenaria da buranello, dal 2005 riposa nella sua tomba francescana nel cimitero dell’isola. Tra le sue adorate barene.

Le immagini a colori sono di Alfio Beriotto. Quelle in bianco e nero sono Proprietà Famiglia Barbaro

Questo articolo, in versione più breve, è apparso su Alias/il manifesto

Remigio Barbaro. Un artista tra le barene ultima modifica: 2017-11-14T19:23:15+00:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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