Venezia da smontare

Isolamento o modernità, conservazione o innovazione, terra o acqua: i dilemmi che si sono cristallizzati negli anni. È almeno dagli anni '60 che trattiamo il “Problema Venezia” attorno a queste temi. Ma una soluzione c'è. Ne vogliamo discutere?
scritto da MAURIZIO BUSACCA LUCIO RUBINI

Isolamento o modernità, conservazione o innovazione, terra o acqua. È almeno dagli anni ’60 che trattiamo il “Problema Venezia” attorno a questi temi, senza soluzione. Nel frattempo la questione insulare tiene indefinitamente fermo al palo lo sviluppo di tutta la sua area metropolitana. Per spaccare questa empasse serve smontare e rimontare la città, a partire proprio da Venezia. E se per molti il suo destino sembra compromesso, che questo sia portato alle sue estreme conseguenze. Con intenzione.

L’estate ha dato un duro colpo alla fiducia sulle possibilità di rimediare ad alcuni malanni della città. I temi restano sul piatto, produzione culturale e turismo. Due temi che hanno caratterizzato alcuni dibattiti estivi, rimbalzati in Italia dalla stampa estera e che hanno molto a che fare con il discorso su Venezia. Ci aiutano se non altro a muovere in avanti il dibattito locale, che non riesce in nessun modo a uscire dall’impasse sulla quale collassano tutti: turisti contro cittadini; industrializzazione contro conservazione. Un’impasse che viene portata allo sfinimento nelle cronache estive: città, sopravvivenza, turismo, degrado, folla, resistenza, residenza.

Produzione culturale e turismo. Due temi, dicevamo, che appartengono storicamente al dibattito su Venezia ma che trattati così ci aiutano a guardare fuori e comprendere che in fin dei conti quest’impasse non è una specialità locale, anzi interroga il futuro delle città.

Fine anni Sessanta Mestre, piazza Barche, canal Salso durante i lavori di interramento della parte terminale

Durante l’estate sono passate due notizie che tracciano un perimetro discorsivo ben preciso.

La prima. Richard Florida, il teorico della “creative class”, ammette di non averci visto tanto giusto. Da anni le sue teorie influenzano le politiche urbane a qualsiasi latitudine grazie a policy-maker che le hanno incolpevolmente utilizzate perché facili da capire, utilizzare e comunicare. Oggi il loro stesso ideatore riconosce che quelle politiche sono fonte di diseguaglianza.

La seconda riguarda Barcellona e il movimento anti-turista montato in città, con più di qualche assonanza con quello che accade qui da noi. Da un lato il turismo si presenta come fondamentale base economica della città e dall’altro ne divora le più basilari funzioni urbane. Siamo sicuri che Venezia senza turisti farebbe il pieno di residenti? Gli andamenti demografici municipali pongono qualche ragionevole dubbio.

Dalla prima notizia capiamo che Venezia è una città creativa di altra guisa. Dalla seconda che esiste un’agenda urbana comune a una molteplicità di città che si compone di temi ed esperienze conflittuali.

Questi ragionamenti ci dicono una cosa evidente: Venezia, da sola, non si salva. Non si salva opponendo resistenze, ma allargando e includendo visioni concorrenti della città. È ingenua la scelta secca tra opzione industriale, culturale, turistica, anfibia… In una Venezia viva le prospettive convivono, fanno da contrappeso luna all’altra, oppure non usciremo mai da quell’impasse: isolamento vs modernità, conservazione vs innovazione, terra vs acqua.

C’è però un problema: su questa opzione da cinquant’anni la politica cittadina, tutta, gira lo sguardo dall’altra parte. È una scelta vigliacca, perché decide di non decidere, lasciar fare, assecondare, non disturbare, salvo passare all’incasso facendosi di volta in volta paladina di una visione o di un’altra, in ragione dei trend elettorali.

Se è così allora meglio decidere nel modo più tragico, perché oggi la tragedia peggiore è continuare a non decidere e tenere aperto indefinitamente il problema di Venezia.

Veduta aerea da Mestre (Corso del Popolo) a Marghera (I Zona Industriale) (1958)

Per un momento immaginiamo di governare questa città e di avere due cose: visione e coraggio. Proveremo a spaccare questa contraddizione e chiudere con diciassette anni di ritardo il Novecento. Bene, sceglieremmo di chiudere questo ciclo: sceglieremmo di chiudere la città storica, insulare.

La prima cosa da fare è accelerare il più possibile quello che sta già succedendo, a partire proprio da chi vive il centro storico veneziano. Si applichino con loro politiche di “riduzione del danno”, con il solo obiettivo di svuotare la città in un paio di anni, anziché aspettarne dieci o venti, evitando disillusioni. Si tratta di completare la conversione degli immobili privati verso l’uso turistico, con incentivi pubblici: un contributo a tutti quelli che decidono di affittare a turisti e l’incentivo cresce al crescere delle giornate di affitto. Lo stesso per lo stock immobiliare pubblico, a partire dai palazzi di pregio, fino agli uffici più malconci. Si trasformino velocemente in hotel o altre attività ricettive. La stessa cosa per gli immobili di proprietà della curia, dagli appartamenti fino alle canoniche e i patronati.

Sarà lo stesso Comune a mettere a reddito questa attività, per avere entrate a bilancio e finanziare stabilmente la salvaguardia della città; il personale comunale potrà essere lì impiegato in modo più utile. Estenderemo l’area del porto turistico in ogni direzione possibile, almeno fino alla Punta della Dogana, così da moltiplicare il numero di navi ed i turisti quotidianamente accolti. Convertiremo Sacca Fisola in un paio di anni in parco dei divertimenti, con l’installazione di una ruota panoramica.

Chiuderemo velocemente il Vega per farlo diventare un outlet che imita Venezia per i turisti che non apprezzano confusione, vaporetti e la fatica del passeggio: potranno limitarsi a visitare questa Little Venice.

Edifici del Villaggio S.Marco circondati dalle acque (1969)

Questo processo permetterebbe di impiegare le risorse per costruire un heritage park che funzioni davvero: attraente nei servizi, nelle informazioni, nella vivibilità della visita, efficiente nella gestione dei visitatori e nel monetizzare al meglio quest’infinita risorsa. Avrebbe anche una funzione civica paradossalmente straordinaria, un modello per le politiche urbane di mezzo mondo. Dimostrerebbe che è tutto sommato possibile governare una città senza la cittadinanza.

Una volta completata il più velocemente possibile questa fase, quella successiva dovrebbe riguardare l’assetto istituzionale della città, che andrebbe rivoluzionato. Mestre separata da Venezia e la gestione di quest’ultima potrebbe venire affidata a un sovrintendente nominato direttamente dal Mibact (in accordo con il Sindaco di Mestre e il Presidente della Regione) con il compito di tutelare lo stato conservativo della città.

A ben pensarci già dalla fase dello spopolamento di Venezia potrebbe essere sospesa la democrazia, che è puro esercizio di stile in una città che ha perso tutte le sue principali funzioni urbane e la sua civitas.

Anche senza voler fare troppa fatica ipotizziamo che nell’arco di massimo tre anni sarà possibile aver chiuso un ciclo aperto dagli anni Sessanta del Novecento (troppo), in questo modo si dovrebbe riuscire a risolvere il problema di Venezia una volta per tutte, chiudere ogni funzione residenziale della città e non avere più problemi di sorta. Finalmente!

L’unica minima funzione civica che ancora potrebbe avere Venezia è essere d’esempio: dimostrare come sia facile smontare una città. Magari una lezione da usare per evitare di ripetere gli stessi errori a Mestre.

Da lì ripartiremo per montare una nuova città.

Le immagini nell’articolo sono tratte da Album di Venezia (Comune di Venezia). La foto del titolo è di Giorgio Bombieri.

Venezia da smontare ultima modifica: 2017-11-14T17:30:53+00:00 da MAURIZIO BUSACCA LUCIO RUBINI

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