Medio Oriente, l’equilibrismo russo tra sciiti e sunniti

Come si muove il Cremlino nel conflitto sempre più incandescente tra le due comunità dell'islam? ytali ha interpellato l'orientalista e islamista Alexei Malaschenko
scritto da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

Nelle mosse russe in Medio Oriente si possono leggere tante dimensioni tranne quella che più di tutte sembra sponsorizzata da analisti e pubblicisti. In particolare nell’alleanza con Teheran, Mosca non intende minimamente mettersi alla testa della cosiddetta “mezzaluna sciita” per opporsi a un non meglio precisato “asse sunnita”.

Ne è convinto Alexei Malaschenko. Lo studioso, orientalista e islamista, docente ed ex consulente scientifico della Fondazione Carnegie di Mosca, alla questione se la politica mediorientale del Cremlino abbia una componente religiosa risponde con un paradosso.

Se al momento dell’accordo egiziano-sovietico a “Kruschev avessero detto che Nasser era un sunnita non avrebbe capito di cosa si stesse parlando”. Ora però non è più così.

Sui motivi per cui Mosca fa bene attenzione a non scottarsi nelle diatribe interislamiche l’analista russo cita il teologo egiziano Muhammad Ahmad Arafa secondo cui “l’inimicizia tra sunniti e sciiti e maggiore di quella tra musulmani ed ebrei”.

Altrettanto poco lineari sono poi i rapporti politici tra Federazione Russa e Repubblica Islamica dell’Iran. Tra i due paesi esiste quanto lo specialista chiama “la piccola alleanza” ossia la comune contrapposizione all’Isis e alle altre forme di radicalismo sunnita tra cui, fino a poco tempo fa, l’opposizione siriana anti Assad. Allo stesso modo Mosca respinge l’islam politico di marca sciita.

Malashenko ricorda come anche il padre spirituale della repubblica islamica, Ruhollah Khomeini, riteneva la religione “inseparabile dall’amministrazione dello Stato e dalla politica”. In opposizione a questa linea in Russia nel giugno 2008 un tribunale federale ha giudicato “letteratura estremista” il testamento dell’ayatollah. La pubblicazione delle ultime volontà di Khomeini è stata in seguito vietata e il libro si trova tuttora nella lista delle opere vietate dal servizio russo di registrazione federale.

Il presidente russo Vladimir Putin e il leader supremo dell’Iran l’Ayatollah Ali Khamenei

La dottrina sciita si oppone categoricamente a ogni eventualità di stato islamico sunnita prevedendone però una propria versione. È infatti questa l’accusa, sostenere le ambizioni politiche di Teheran in Medio Oriente, portata da stampa e analisti arabi alla collaborazione tra le due capitali, sottolinea Malashenko. L’analista sostiene invece che la Russia non abbia nessun interesse ad approfondire la “frattura sciito-sunnita” o a svolgervi un qualsiasi ruolo.

Come ha fatto presente nel 2012 Vladimir Putin, allora capo del governo federale, Mosca non vuole perdere “l’influenza conquistata nel blocco arabo-sunnita e in generale nel mondo musulmano” raggiunta nel primo decennio del Duemila.

A riprova di questo il Cremlino porta lo sviluppo delle relazioni politico-economiche con alcuni dei più importanti stati arabo-sunniti.

Innanzitutto con l’Egitto con cui nel 2014 sono stati sottoscritti diversi accordi di collaborazione nel nucleare civile e nel settore militare. L’anno successivo è stata la volta della nascita, ad Amman, di un Centro per la coordinazione militare tra Giordania e Russia. Sempre nel 2015, a Sochi, il re giordano Abdullah II e Putin hanno annunciato l’alleanza antiterrorista dei due paesi.

Passi da cui il quotidiano moscovita Vedomosti trae la conclusione che la Giordania rappresenta il ponte di Mosca per ricostruire i rapporti con i paesi arabo-sunniti.

Di fronte a questa serie di eventi le conclusioni di Malaschenko sono univoche, “come durante l’esistenza dell’Urss, anche oggi il Cremlino parte da considerazioni politiche e non religiose”. Un atteggiamento dovuto anche al fatto che nella Federazione i musulmani, il venti per cento della popolazione totale, siano nella stragrande maggioranza di orientamento sunnita.

Da questa realtà discende che i dignitari islamici russi, pur identificando nello sciismo iraniano radicalismo e sovversione, evitino di sfiorare l’argomento dei rapporti tra le due correnti dell’islam.

Altrettanto  occorre sottolineare come pur nelle “simpatie sciite” tra Mosca e Teheran la fiducia non sia proprio eccellente. La leadership islamica non ha dimenticato l’ateismo sovietico e le relazioni difficili tra l’Urss, la rivoluzione sciita e il suo leader Khomeini. Malashenko fa notare che di un “partenariato russo-sciita” si sia cominciato a parlare solo dopo l’esplosione del conflitto siriano. Lo schierarsi di Mosca a favore del clan Assad, che appartiene alla setta sciita degli alaviti, è però essenzialmente dovuto a “fattori di politica internazionale”.

Del resto l’analista ritiene superata anche la rappresentazione della mezzaluna sciita descritta da Abdullah I più di dieci anni fa. Quello che il sovrano hascemita vedeva come un arco che da Teheran attraverso Baghdad raggiungeva Beirut, oggi, dopo i conflitti siriano e yemenita, le turbolenze in Bahrein, la sciitizzazione dell’Iraq e l’aumento di potere di Hezbollah, è diventato un corridoio verso il Mediterraneo egemonizzato dall’Iran. Insomma se l’arco sciita non esiste, il contrario è vero per lo sciismo come fattore politico.

Il presidente siriano Bashar al-Assad e il presidente russo Vladimir Putin

Altrettanto se si può affermare l’esistenza di una cooperazione russo-iraniana, la visione di un’alleanza russo-sciita appare utopica. Per Malashenko una rappresentazione del genere è frutto di una propaganda che cerca di compromettere tutta la politica mediorientale di Mosca. Cosi le forniture di armi all’Iran vengono interpretate come stimolo dell’aggressività sciita.

La componente tattica della collaborazione tra Russia e Iran nella crisi siriana è cresciuta dopo l’accordo sul nucleare di Teheran. Un obiettivo, questo, funzionale, secondo il presidente iraniano Hassan Rouhani, a far crescere i rapporti con i paesi occidentali. Al contrario il fronte dei conservatori di Teheran continua a puntare su Assad.

L’astensione religiosa di Mosca nella frattura sciito-sunnita non significa però che la Russia sia completamente neutrale nella battaglia teologica interna all’islam, soprattutto nella componente sunnita che riguarda anche i musulmani russi. In questo caso però è di nuovo prioritaria la politica e la lotta al terrorismo islamista e al suo sponsor l’Arabia Saudita. In questo senso va letto un curioso summit sunnita tenutosi a Grozny la scorsa estate.

Ufficialmente alla base della conferenza nella capitale cecena del 25 al 27 agosto 2016, vi era la questione di chi fossero i veri sunniti. La risposta è stata sorprendente. Per gli oltre duecento ulema presenti alla manifestazione aperta da Putin, il wahabismo, la corrente islamica ultra-rigorista, religione di stato in Arabia Saudita, non fa parte della dottrina sunnita.

Una tale presa di posizione, inedita e clamorosa, non testimonia solo la paura di gran parte del clero musulmano verso la sovversione jihadista, ma rivela tensioni politiche tra Egitto ed emirati arabi da una parte e Arabia Saudita dall’altra, paesi ufficialmente alleati. E naturalmente l’evento ceceno, tenuto a un anno dall’intervento russo in Siria, ribadiva le ambizioni crescenti di Mosca nel Medio Oriente.

E anche in questo caso la conferenza, frutto della concertazione tra Mosca e Abu Dhabi e il Cairo, va valutata come un avvenimento principalmente politico.
La reazione di alcuni stati sunniti alla crescita delle formazioni jihadiste la cui retorica, come quella dell’Isis, poggia sui dogmi wahabiti diffusi dall’Arabia Saudita. Se per i russi il pericolo sta principalmente nel terrorismo, per i responsabili degli emirati l’attaccamento saudita alle teorie fondamentaliste si stia rivelando un ostacolo al superamento dell’arretratezza araba.

Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

L’altra grande discordia tra russi e arabo-sunniti  va vista nelle relazioni tra Mosca e Ankara. Anche qui i contrasti non riguardano la religione ma la politica dei futuri assetti del Medio Oriente. In questo caso la leva nelle mani di Putin sta nell’aspirazione curda all’indipendenza o all’autonomia. La Turchia registra con malessere le posizioni russe che da una parte sostengono l’integrità territoriale degli stati coinvolti nel processo di possibile formazione del Kurdistan, dall’altra sottolineano il “rispetto per le ambizioni nazionali dei curdi”.

Dopo il referendum di settembre il ministro degli esteri di Mosca ha fatto presente che “come tutti gli altri popoli” anche i desideri curdi vanno esauditi. E anche se Lavrov si riferiva ai soli curdi iracheni, per la Turchia la misura era colma. Più di altri scenari, Ankara teme che il soddisfacimento delle ambizioni curde in Iraq o in Siria, scateni un effetto domino capace di travolgere la Turchia. Erdogan ha però le mani legate e Putin lo sa.

Privo di sostegno a Occidente, l’ex sindaco di Istanbul non può soffiare sul fuoco dei contrasti con Mosca. Le contrapposizioni con Ankara sono alla base del rinvio dell’incontro sul futuro della Siria programmato per il 18 novembre. Un momento voluto da Mosca per annunciare la nascita della nuova Siria federale, dunque con i curdi necessariamente soggetti attivi delle trattative.

Un passo definito “assolutamente inaccettabile” dal portavoce del presidente turco Ibrahim Kalin. La federalizzazione della Siria è però sostenuta, oltre che Mosca da tutti i gruppi curdi. Ritenuti terroristi senza eccezione da Ankara. È dall’inizio dell’estate la Siria balla al suono della musica voluta dal Cremlino. Anche la Turchia dovrà prima o poi prenderne atto.

Medio Oriente, l’equilibrismo russo tra sciiti e sunniti ultima modifica: 2017-11-16T08:49:45+00:00 da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

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