Cile. Il voto e il prossimo viaggio del papa. Parla padre Montes

scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Il 19 novembre il Cile eleggerà il sostituto di Michelle Bachelet al Palacio de la Moneda per il periodo dal 2018 al 2022, e rinnoverà il parlamento. Rispetto alla situazione di originario bipartitismo su cui si sono basati gli equilibri politici del paese, domenica prossima scenderanno in campo Sebastián Piñera, ex presidente, candidato della destra; Alejandro Guillier per la Nueva Mayoria, la formazione di centro sinistra che ha sostenuto Bachelet, frantumatasi in seguito alla decisione della democristiana Carolina Goic di correre da sola; e Beatriz Sánchez, la giornalista che corre per il Frente Amplio, lo schieramento della sinistra arcobaleno che non si riconosce nei partiti tradizionali e raccoglie le istanze delle giovani generazioni in buona parte studentesche.

Questi i tre candidati che i sondaggi vedono come maggiormente favoriti, con un vantaggio indiscusso per Piñera, che pare comunque destinato ad affrontare il secondo turno per tornare alla Moneda. Dal canto suo la direttrice di Latinobarómetro y Mori Chile, Marta Lagos, sondaggista di peso nel paese, ha recentemente gelato le speranze della sinistra sostenendo che Piñera potrebbe addirittura vincere al primo turno. E nel caso così non fosse, passerebbe al secondo, il 17 dicembre, con una percentuale che potrebbe essere vicina se non uguale al cinquanta per cento.

Un vero e proprio disastro per le speranze del centro sinistra. In una realtà che, non sancendo l’obbligatorietà dell’esercizio di voto, registra tassi altissimi di astensionismo, che l’anno passato alle elezioni municipali ha raggiunto il 65 per cento. Ai tre favoriti, s’affianca, come un brusio di fondo e con l’intento di strappare una manciata di voti, una pattuglia di candidati, spalmati tra l’estrema destra e l’estrema sinistra. Dei quali merita citare, per il ruolo a mezzo tra la provocazione e il folklore, Eduardo Artés, candidato di estrema sinistra del Partido Unión Patriótica, che propone di rifondare il Cile, paese dove, è lui a confermarcelo, “stiamo lottando per cose che in Corea del Nord già ci sono”.

Quanto a Michelle Bachelet, assente dalla campagna elettorale per lo scarso favore che il suo governo ha riscosso forse ingiustamente nel paese, descritta da Forbes come la donna più potente dell’America Latina, molti la vedono come possibile segretaria generale dell’Onu, anche se le viene negato un qualsiasi ruolo, almeno nell’immediato, nella politica del paese.

Eppure, secondo i commentatori più attenti, Michelle lascia in eredità un Cile profondamente trasformato, dato che durante il suo secondo mandato è riuscita a far approvare, tra le altre, l’accesso gratuito alla formazione universitaria; ha introdotto una riforma tributaria che ha aumentato le tasse alle grandi compagnie; adottato le unioni civili tra omosessuali in un paese dove essere gay era reato fino al 1999; permesso timidamente l’interruzione della gravidanza in tre casi speciali, quando prima la pratica dell’aborto era del tutto illegale in ogni caso.

 

Sulle elezioni di domenica abbiamo sentito Fernando Montes Matte, maître à penser riconosciuto non solo nel suo paese, ma nell’intera America Latina. Ex rettore dell’Università Alberto Hurtado di Santiago del Cile, carica che ha lasciato recentemente, ex superiore dei gesuiti cileni nonché antico compagno di Bergoglio, al quale è legato da un lungo passato comune e da un’instancabile visione dialogante e di apertura nei confronti della contemporaneità che non arretra davanti a nessun muro, tanto meno a quello, talvolta doloroso, dell’autocritica.

Amico personale di Michelle Bachelet, Montes è un attento osservatore della realtà del suo paese, di cui denuncia la crisi di valori derivante dalle esasperate ricette liberiste applicate in economia dai tempi di Augusto Pinochet, e la caduta di fiducia da parte dei cileni nei confronti delle istituzioni, Chiesa compresa.

Una situazione che ha indotto la gente ad allontanarsi da quel modello di comunità ecclesiale che il cardinale Raúl Silva Henríquez, ai tempi della dittatura, seppe invece portare tra gli umili, facendo proprie le profonde sofferenze del paese, superando ogni steccato ideologico. Oggi sono molto lontani i tempi di Silva, e sarebbe sorprendente vedere la gente scendere di nuovo in piazza inneggiando a un cardinale, come fece nell’aprile del 1999 per la morte di Silva, gridando “Raúl, amigo, el pueblo está contigo”.

Per questo la visita di papa Francesco nel prossimo gennaio in Cile rappresenta una straordinaria occasione per consentire alla Chiesa locale di uscire dal suo auto isolamento intraprendendo quel necessario percorso di conversione, preconizzato da Montes, che la riporti a essere voce e interprete di ogni sofferenza e di ogni esclusione.

Tanti sono i problemi che ancora agitano la comunità cattolica del paese, le resistenze e le passive inerzie al nuovo corso rappresentato da Bergoglio. Tante sono le critiche, come ci dice lucidamente Montes nella sua intervista, e non riguardano solo le spese del prossimo viaggio di Francesco per il quale i giornali locali già parlano di “despilfarro”, di spreco. Fernando Montes Matte è in questi giorni a Roma ospite della Curia generalizia della Compagnia di Gesù a Borgo Santo Spirito. Ha accettato di dialogare a lungo con ytali, con quel suo tono sempre contenuto e pacato, mai disgiunto da un geometrico argomentare che rende affascinante e fruttuoso ogni incontro con lui.

Il 19 novembre ci sarà il primo turno delle elezioni presidenziali e legislative in Cile. Sembra che il candidato della destra sia il favorito.

È sicuro che Sebastián Piñera vincerà il primo turno. È anche possibile, per quanto non sia sicuro, che non debba andare al ballottaggio. Anche se sembra non molto probabile.

Fernando Montes Matte

Che campagna elettorale c’è stata nel paese in questi mesi?
A mio modo di vedere, è stata una campagna abbastanza povera. Come accade in molti altri paesi del mondo, il desiderio di massima trasparenza fa sì che la stampa sia molto aggressiva con tutti. C’è una ricerca dei difetti e in generale è andata perduta la fiducia. In tal modo abbiamo avuto una campagna centrata sullo squalificare i candidati, più che tesa a rappresentare seriamente un programma.

Quali sono i problemi più importanti del paese in questo momento dal punto di vista sociale e politico?
La cosa che mi sembra più rimarchevole è la perdita molto generalizzata della fiducia. La gente non si fida molto delle istituzioni, dei politici, degli impresari, della Chiesa, senza riconoscere I notevoli progressi che il paese ha ottenuto nell’educazione, nella salute, nella trasparenza etc. In Cile il tasso di scolarizzazione è molto alto e, per quanto possa sembrare incredibile, c’è una speranza di vita superiore a quella degli Stati Uniti. Dall’altra parte, la perdita di fiducia generale rende senza dubbio molto difficile la vita politica. Nessuno vuole riporre la propria fiducia nell’altro e accettare che l’altro lo rappresenti. E il fatto che in Cile il voto sia volontario fa si che molta gente non vada a votare, perché considera che non valga la pena, perché i politici non sono degni di fiducia.

Eppure nel panorama politico del suo paese qualcosa di nuovo da qualche tempo si è manifestato. Mi riferisco al Frente Amplio e alla candidatura di Beatriz Sánchez. Neppure lei ha saputo dare una scossa all’apatia dell’elettorato cileno?
È così. Beatriz Sánchez rappresenta i movimenti più nuovi e abbastanza distanti dalla sinistra tradizionale. I movimenti giovanili hanno dato vita a una sinistra unita, ma senza dubbio non riescono a generare un progetto politico coerente unificato. Tra di loro ci sono differenze abbastanza grandi, e per tale ragione Sánchez non riesce a unire nemmeno tutti i gruppi più a sinistra.

Lei tempo addietro ha dichiarato che Papa Francesco non veniva in Cile perché tra chiesa e società civile c’erano dei problemi. Ora Bergoglio annuncia che visiterà il paese in gennaio. I problemi sono stati risolti?
C’è un problema pendente e delicato, che ha colpito profondamente l’opinione pubblica del paese, e di cui la stampa nazionale ha parlato molto, che riguarda il gruppo del sacerdote Karadima (accusato di abusi sessuali contro minori il cui caso ha creato molto scandalo nel paese, ndr). Il Papa ha dato il suo appoggio a un vescovo che viene da questo gruppo. Alcuni considerano che Francesco abbia appoggiato troppo una persona che contraddice precisamente molte delle linee che stanno alla base del progetto di una chiesa nuova.

Mi sta dicendo che il Papa appoggia in Cile qualcuno che è contro la sua linea di riforma?
Dico che nel profondo così lo sente molta gente. Il Papa no, perché pensa probabilmente che si sta condannando un innocente vista l’atmosfera colpevolista che si respira nel mio paese. Tuttavia il sentimento generale della popolazione e della stampa è stato profondamente critico nei confronti di un discepolo di un sacerdote che è stato molto chiacchierato. Il Papa l’ha appoggiato perché pensa che attorno a lui si sia tessuta una leggenda che non è corretta. Io non so se il Papa abbia tutte le informazioni sulla situazione, che è complessa, della realtà cilena.

Ma alla fine Bergoglio visita il Cile.
Ci si sta preparando a riceverlo. E sulla stampa escono critiche sui costi della visita. Tutto è critica in Cile, inclusa la visita di Francesco. Anche se la maggioranza della gente lo sta aspettando con molta buona disposizione e sperando che ci aiuti a generare fiducia. Il Cile recentemente si è aperto in modo straordinario all’immigrazione proveniente da altri paesi latino americani, e stiamo facendo un grande sforzo per ricevere chi arriva. Poco tempo fa abbiamo accolto un centinaio d’immigranti siriani. È importante che il Papa ci appoggi nel nostro sforzo di ricevere chi ha bisogno. Abbiamo poi un problema tipico di molti paesi dell’America Latina, che in Cile è particolarmente grave, che riguarda i popoli originari.

Il popolo Mapuche?
Sì, e probabilmente il Papa farà riferimento a questa situazione che è cruciale per il nostro paese e che ha attraversato tutta la nostra storia dai tempi degli spagnoli.

Fernando, lei è attualmente a Roma. Ha potuto incontrare il Papa?
Ancora no, sono arrivato da poco. Mi piacerebbe poter accompagnarlo, se lui potesse, nel dire messa a Santa Marta. Ma non gliel’ho chiesto prima di partire.

Parliamo un poco del papato di Francesco che in Vaticano sembra avere molti nemici. Da parte dei cattolici conservatori, il Papa è accusato di allontanarsi da quel giusto equilibrio che sarebbe necessario al governo della Chiesa. Qual è la sua opinione? Lei pensa che Francesco sappia tenere saldamente la rotta o teme che si stia esponendo al rischio di un naufragio nel suo intento riformatore?
Non sono un esperto vaticanista, tanto più che il Vaticano è molto complesso. Vivo in un paese lontano. Conosco il Papa e sono stato suo compagno, siamo entrambi gesuiti. Io sono stato superiore in Cile quando lui lo è stato in Argentina e abbiamo avuto molte occasioni di vederci e di collaborare. Quando vedo la resistenza che suscita, come sociologo non posso smettere di comprenderla. Chi ha letto l’epistola di San Paolo ai Galati conosce la resistenza che ci fu nella prima Chiesa all’introduzione dei cambiamenti che Gesù voleva apportare alla religione ebraica. Erano gli stessi cristiani che si opponevano e San Paolo dovette scrivere questa lettera molto forte affinché si accettasse una via di misericordia, di apertura e di futuro. Questa situazione si va riproponendo in modo molto simile oggigiorno.

Il mondo va avanti e la Chiesa non può tornare indietro. Il Papa propone una direzione corretta. Io non sono un profeta per dire se egli avrà la forza di portare a termine il suo compito. Anche se ne ha molta e tanta gente sta aspettando che porti a compimento il suo progetto. Io ho l’impressione che il Papa sia in un cammino, da un punto di vista cristiano, perfettamente corretto. I cambiamenti nella Chiesa, come abbiamo visto già col Concilio di Trento, non avvengono un giorno per l’altro. Il cambiamento introdotto dal Concilio Vaticano è irreversibile ma bisognerà che passi tempo affinché il suo messaggio ne esca completamente consolidato. Il Papa è portatore di un vangelo aperto, incarnato, misericordioso, dialogante con la società. La Chiesa cattolica è universale e noi dobbiamo imparare a dialogare con tutte le culture se vogliamo essere fedeli a Gesù.

I cileni si riconoscono nel magistero del Papa e nel suo lavoro riformatore?
La grande maggioranza sì. Quanto alla sua prossima visita dobbiamo fare uno sforzo di umiltà di non pensare che siano gli altri che debbano convertirsi, ma che tutti dobbiamo convertirci. La stessa Chiesa cilena, tutti i vescovi devono interrogarsi se stanno in quest’attitudine. Dobbiamo fare in modo che questa sia l’occasione per analizzare la situazione in cui stiamo. Non quindi che gli altri cambino, ma che ciascuno di noi possa cambiare. Che è la linea corretta che Bergoglio ci sta indicando. In Cile la Chiesa ha perso molta della sua credibilità dopo i tempi del cardinale Silva che ha rappresentato il modello di una comunità al servizio dell’umanità e dei diritti umani. In seguito sfortunatamente quella credibilità si è persa.

il manifesto

Cile. Il voto e il prossimo viaggio del papa. Parla padre Montes ultima modifica: 2017-11-18T10:35:47+00:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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1 commento

fedora 18 novembre 2017 a 21:26

Excelente.

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