Francia, quando la preghiera del venerdì diventa protesta

L'idea del sindaco di Clichy di trasformare la moschea in mediateca sta trasformando una questione locale in questione nazionale. Con una protesta della comunità islamica che non ha precedenti.
scritto da Marco Michieli

Clichy-la-Garenne (Hauts-de-Seine) si trova a nord-ovest di Parigi, al confine col diciassettesimo arrondissement (Porte de Clichy). È un comune che è stato governato dal 1947 al 2015 da due sindaci socialisti. Proprio da questi luoghi François Mitterrand e François Hollande hanno dato il via alla propria campagna presidenziale. Ci vivono circa sessantamila persone, e la popolazione è in crescita grazie ai parigini che fuggono da affitti impossibili, ricercando prezzi più bassi al di là del périphérique, la strada che delimita i confini della capitale francese.

Dei sessantamila abitanti di Clichy, ventimila circa sono di religione musulmana. Nulla di strano: l’islam è la seconda religione in Francia, con circa cinque milioni di fedeli. Eppure da otto mesi a questa parte Clichy è lentamente salita agli onori delle cronache. Vi si sono recati politici nazionali, altri hanno preferito twittarne. È stata oggetto di interrogazioni parlamentari e infine di un intervento del ministro dell’interno Gérard Collomb, socialista ed ex sindaco di Lione, uno dei primi sostenitori di Macron.

Da otto mesi infatti continua un braccio di ferro tra la comunità musulmana e il comune di Clichy. Un conflitto che si è protratto tra preghiere in strada da parte dell’Unione delle associazioni musulmane (Uamc) e la manifestazione del 10 novembre degli eletti Les Républicains (Lr), con la partecipazione di Valérie Pécresse, presidente della regione Île-de-France ed ex ministra, una delle figure di primo piano del partito di Chirac e Sarkozy. Come ci si è arrivati?

Tutto comincia il 22 marzo 2017. Quel mercoledì, tutti i media francesi sono concentrati sugli attentati di Westminster a Londra. A Clichy, dopo mesi di contrasti con l’Uamc, il sindaco Rémi Muzeau (Lr) decide di chiudere la moschea per realizzare una mediateca. Forte di una decisione del tribunale amministrativo, prima il comune decide di cambiare le serrature dell’edificio, poi fa sgombrare lo stabilimento perché nel frattempo i fedeli l’avevano occupato.

La comunità musulmana si rifiutava da tempo di abbandonare quell’edificio divenuto luogo di culto quattro anni prima, per decisione della precedente amministrazione socialista, e per il quale pagava un regolare affitto. Nel 2015, cambia il sindaco (e con esso il colore politico della giunta) e mesi dopo scade il contratto, che il comune quindi rifiutava di rinnovare. Il sindaco aveva poi fatto seguire al rifiuto l’inaugurazione di un nuovo luogo di culto, distante un chilometro e mezzo dalla città e affidato in gestione a un’altra associazione di culto. L’Uamc tuttavia riteneva che il nuovo edificio non fosse sufficientemente capiente per accogliere tutti i fedeli e soprattutto troppo decentrato. 

Il 24 marzo, durante il venerdì islamico, i fedeli musulmani, organizzati dall’Uamc, decidono quindi di riunirsi davanti alla moschea e al municipio. Stendono i loro tappeti per la preghiera, si inginocchiano, pongono le mani a terra e appoggiano la fronte in terra. E cominciano a pregare. Davanti al comune sono circa duemila le persone che si radunano. E da allora continuano a farlo. Marine Le Pen ne aveva fatto anche oggetto della campagna elettorale, dicendo che le preghiere in strada erano proibite dalla legge e che, di conseguenza, la comunità musulmana doveva rispettare la legge (in realtà il solo limite è quello all’ordine pubblico, non alla possibilità di pregare in strada).

La situazione proseguiva tra i vani tentativi della prefettura di trovare un compromesso e l’ostinazione delle due parti. 

Fino al 10 novembre. 

È un venerdì nuvoloso. In un clima molto teso, un centinaio di eletti manifestano a Clichy, tentando di impedire ai fedeli musulmani di pregare in strada. Sindaci, parlamentari, consiglieri comunali e consiglieri regionali. Politici Lr e centristi, soprattutto dell’area parigina. Intonano la Marsigliese e pian piano respingono i fedeli sempre più in là, che tuttavia continuano a pregare, protetti dalla polizia. Valérie Pécresse, presidente della regione Île-de-France, è in prima fila.

Ho preso una decisione, di essere sempre là quando ho l’impressione che ci sia un arretramento della République […] i nostri concittadini hanno bisogno di ordine, hanno bisogno che gli spazi pubblici, le strade, siano tranquille […] a Clichy non si tratta d’altro che di rapporto di forze tra associazioni musulmane. Lo stato non deve indietreggiare, la République non deve abbassare la testa.

Il sindaco getta benzina sul fuoco. Prima accusa l’imam che ha condotto la preghiera di aver fatto delle prediche in arabo con appelli all’omicidio, poi accusa l’Uamc di aver distribuito dei volantini antisemiti, invitando all’assassino degli ebrei. L’Uamc risponde con una denuncia per violenze aggravate contro gli eletti che hanno partecipato alla manifestazione e per diffamazione e incitamento all’odio razziale contro il sindaco. A poco serviranno le inchieste giornalistiche che smentiranno il sindaco: i volantini erano stati distribuiti da un uomo che intendeva “denunciare” i pericoli dell’islam per la Francia. 

La questione è ormai nazionale. Alla ricerca di recuperare lo scettro di principale opposizione a Macron, Marine Le Pen twitta: 

La République deve passare all’offensiva contro le provocazioni islamiste […] Che aspetta di fare il ministro dell’interno per ristabilire l’ordine pubblico e la laicità? Il lassismo non è un’opzione.

La segue Gilbert Collard, deputato del Front National, che chiede al governo di agire, in un’interrogazione al ministro dell’interno. Gérard Collomb decide quindi di chiedere al prefetto di risolvere la questione, affinché “i musulmani di Clichy possano avere un luogo di culto decente”.

Non è la prima volta che accade. La Francia ha un deficit cronico di moschee. In molte città i musulmani sono stati obbligati a pregare all’aperto, per strada, alimentando il sentimento anti-immigrazione e anti-islamico del Front National. Per la prima volta però la preghiera del venerdì all’aperto è utilizzata come strumento di protesta politica. In uno scontro che era sicuramente evitabile. E del quale, al momento non si vede la fine. 

Francia, quando la preghiera del venerdì diventa protesta ultima modifica: 2017-11-18T15:54:26+00:00 da Marco Michieli

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