Il modo rivoluzionario di rappresentare la rivoluzione Galileo

A Padova la mostra "Rivoluzione Galileo". Articolata sulla straordinaria formula di unire sotto il segno dell’arte, dai tempi del genio pisano a oggi, tutti i rami del sapere, ne caratterizza le sempiterne unicità e grandezza
scritto da ENNIO POUCHARD

Al Palazzo del Monte di Pietà di Padova è aperta dal 18 novembre al 18 marzo 2018 la mostra Rivoluzione Galileo. L’Arte incontra la Scienza, ideata per la Fondazione Cariparo da Giovanni Carlo Federico Villa e da lui curata, assieme a Stefan Weppelmann e già insignita con medaglia d’oro dal Presidente della Repubblica. Articolata sulla straordinaria formula di unire sotto il segno dell’arte, dai tempi del genio pisano a oggi, tutti i rami del sapere, ne caratterizza le sempiterne unicità e grandezza. A simbolo di tale principio, all’inizio del percorso, è posto un blocco geometrico di Anish Kapoor, realizzato nel 2006, che racchiude al suo interno un metaforico cosmo disperso nel vuoto apparente dell’acrilico.

Anish Kapoor, “Laboratory for a New Model of the Universe”, 2006 (Courtesy the artist)

Il titolo dato alla rassegna indica la mai uguagliata svolta da lui impressa alla conoscenza scientifica, continuando altresì a essere un lettore accanito di opere letterarie, per la passione di imparare quanto gli serviva a “rendere accattivanti” i suoi scritti, come afferma Andrea Battistini, che dell’italianistica è maestro.

L’invenzione del metodo sperimentale apriva la strada della ricerca, e quella dei misteri siderali in particolare, e faceva diventare realtà la radicale evoluzione delle ipotesi astrologiche trasformandole in verità astronomiche. Per il poeta inglese John Donne – scrive Franco Giudice, managing editor di «Galilæana. Journal of Galilean Studies» – ciò significava mettere in dubbio non soltanto le concezioni relative all’universo, ma pure quelle sull’ordine politico, morale e sociale. I massimi rettori della Chiesa se ne sarebbero subito resi conto.

L’immagine negli annunci della mostra

Cenni biografici di Galileo

Galileo Galilei nasce a Pisa il 15 febbraio 1564 da Vincenzo, musicista, e da Giulia degli Ammannati, madre blasonata. Dei suoi anni di formazione tratta in catalogo Michele Camerota (Università di Cagliari): studia letteratura e logica a Firenze, dove la famiglia si è trasferita quando aveva dieci anni, e medicina a Pisa, senza completare i corsi; e ritornato a casa, si dà anima e corpo alla matematica e alla meccanica, arrivando – grazie a una conoscenza approfondita delle teorie di Archimede – a inventare la “bilancia idrostatica”, che determina il peso specifico dei corpi. Dai venticinque ai ventott’anni è lettore di matematiche nello Studio Pisano e nel frattempo indaga il movimento dei corpi in caduta libera (ricordiamo gli esperimenti pratici dall’alto della Torre Pendente); su tale tema scrive il De motu, con cui smentisce la teoria aristotelica sull’influenza del peso nella velocità acquisita cadendo, e afferma l’inedito principio della continuità del moto rettilineo uniforme.

Gli anni di insegnamento all’università di Padova (1593-1610) sono ricordati in un suo scritto come i “migliori di tutta la mia età”, poiché solo lì si era sentito “quasi monarca dell’universo”. L’attività è prestigiosissima, ma a suo giudizio non abbastanza remunerativa, dal momento che – divenuto padre di Maria Celeste, Arcangela e Vincenzo – deve mandare avanti tre case: una per sé, la seconda per la compagna (che non sposerà mai) e i figli, la terza per gli studenti a pensione che giungono da tutta Europa per ascoltare le sue lezioni private di ingegneria e architettura militare. In più gestisce un’officina per la produzione e vendita di compassi, bussole e altri arnesi di sua invenzione come – dopo i sostanziali miglioramenti da lui apportati ai grezzi cannocchiali olandesi – telescopi e microscopi. Riesce così quasi a triplicare lo stipendio.

Galileo, compasso geometrico e militare, 1506 (Castello Sforzesco, Milano)

E trova pure il tempo per mettere a punto un denso programma di osservazioni della luna (di cui individua e disegna le montagne), …

1609, Galileo disegna e acquarella le sue Osservazioni delle fasi lunari (Biblioteca Nazionale Centrale Firenze)

… del sole (e individua le macchie solari) e delle stelle, arrivando a scoprire la conformazione galattica della Via Lattea, confutando supposizioni precedenti, accolte da artisti di ogni tendenza e paese, che dalle Fiandre di Rubens alla Serenissima di Domenico Tintoretto, figlio del più illustre Jacopo, continuavano a darne interpretazioni fantasiose (la più diffusa è quella di Ercole neonato che succhia tanto avidamente il seno materno di Hera – nel cui grembo Giove, padre adulterino, l’aveva deposto – da farsi respingere per il dolore, mentre il latte divino continua a sgorgare, spargendosi nel cielo e creando quella misteriosa striscia luminosa).

L’origine e, rispettivamente, La Creazione della Via Lattea, di Pieter Paul Rubens, 1636/1638 (Museo del Prado Madrid) e di Domenico Tintoretto, c.158o (Gallerie dell’Accademia, Venezia)

Altre raffigurazioni derivano dalla duecentesca Sphera mundi del frate inglese John of Holywood (il “Sacrobosco”), che per quattro secoli rimane il manuale astronomico di riferimento. Ne danno l’idea le differenti visioni di Leonardo (con due fogli del Codice Atlantico) e di Dürer, che incide queste xilografie delle mappe celesti.

Nel 1597, in una lettera a Keplero, del quale aveva letto il Mysterium cosmographicum sull’eliocentricità, Galileo manifesta all’autore il suo pieno accordo; in via riservata, per il giustificato timore di causarsi un’accusa di eresia.

Nel 1604 nota la comparsa di una stella nova (la prima “supernova” della storia) e annuncia in pubblico, dimostrandolo, che il cielo stellato non è immutabile come si è sempre affermato. Cinque anni dopo, nella Nuova astronomia, spiega le sue scoperte sul moto planetario e nel marzo del 1610, avendo identificato quattro mini-stelle luminose attorno a Giove, rivela con il Sidereus Nuncius l’esistenza di quelli che (cosa non immediatamente intuitiva) riconosce quali satelliti, chiamandoli “Astri Medicei”, in onore di Cosimo II de’ Medici (onore destinato a vita breve, poiché Keplero li ribattezza, con successo e definitivamente, “Europa”, “Io”, “Ganimede” e “Callisto”).

La Sacra Inquisizione lo mette subito all’indice, ma il Nostro non accetta di fermarsi e nel 1630 porta a compimento il Dialogo sopra i Due Massimi Sistemi del Mondo Tolemaico e Copernicano, optando dichiaratamente per quest’ultimo. Il Vaticano lo supervisiona e impone alcune modifiche, che vengono introdotte. Lui, convinto che questa sua sintesi dell’impresa cosmologica possa essere persino divulgata dalla Chiesa, lo pubblica a Firenze nel ’32, ma Papa Urbano VIII Barberini, un tempo suo ammiratore, la bolla.

Dialogo sui Massimi Sistemi del Mondo Tolemaico e Copernicano, In Fiorenza, Per Gio:Batista Landini MDCXXXII (collezione privata)

Si arriva così al celebre processo del 1633, all’abiura e alla condanna all’ergastolo; da scontare, grazie alla fama, all’età e alla salute malferma dell’inquisito, nella sua villa di Arcetri, con il patto, però, “che vivesse in solitudine, né ammettesse alcuno per seco discorrere, per il tempo e arbitrio di Sua Santità”. Il processo, divenuto simbolo del conflitto fra ricerca scientifica e verità di fede, non è che l’esito delle pressioni politico-diplomatiche e delle tensioni in seno alla Chiesa, con il contorno delle cacce alle streghe, degli incubi per le eresie, dell’impossibilità di controllare le predicazioni non in linea con le versioni ufficiali.

Prima che il Sole mi bruciasse gli occhi / Ho dovuto piegarmi a dire / Che non vedevo quello che vedevo

scrisse Primo Levi trecentocinquantun anni dopo. Lo si legge nella Sala 1 della mostra.

L’8 gennaio 1642, settantottenne e quasi cieco, Galileo muore; gli sono vicini pochi allievi fedeli. Il 4 gennaio dell’anno successivo, nel Woolsthorpe Manor (Grantham, Lincolnshire), nasce Isaac Newton, dando quasi un segno della continuità oltre la vita delle ricerche che saranno coronate, in un futuro ancora lontano, con il salto della relatività nelle concezioni galileiane a quella “generale” di Einstein. Il quale di Galileo pensava che,

grazie alla sua conoscenza, e soprattutto per averla fatta entrare a colpi di martello nel mondo della scienza, era diventato il padre della fisica e soprattutto delle scienze naturali moderne.

Come da sua volontà, Galileo viene tumulato in Santa Croce a Firenze; non in un sepolcro monumentale, come tenta di ottenere Vincenzo Viviani, suo affezionato discepolo, ma nella Cappella del Noviziato. Provvisoriamente, dicono; la sistemazione definitiva, però, arriva novantacinque anni dopo, nel 1737; sta vicino ad altri grandi, come Ghiberti, Machiavelli, Michelangelo, e poi Alfieri, Foscolo, Rossini. Nel sepolcro è il suo busto che domina, scolpito da Giovan Battista Foggini; ai lati le personificazioni dell’Astronomia, di Vincenzo Foggini, figlio del precedente, e della Geometria di Girolamo Ticciati.

Il sepolcro di Galileo, in Santa Croce

Altre sculture, nel corso dell’800, si moltiplicano in varie parti d’Italia; a Padova arriva, trentaseiesima, tra i grandi “concittadini” di Prato della Valle.

Perché la Chiesa cattolica rimuova dall’indice i suoi libri passano due secoli; e solo ne 1992 è riabilitato, ammesso nella schiera celeste, tra le stelle di cui ha svelato tanti segreti. Non è più un “eretico”.

Galileo e la scienza “nova”

Galileo è attivo a metà del secolo e mezzo che va da Copernico a Newton, negli anni in cui avviene la lunga gestazione della scienza, e Giulio Peruzzi (Università di Padova) lo considera una delle principali forze motrici che ha spinto a individuare e affrontare i problemi della conoscenza della natura attraverso l’osservazione diretta e la sperimentazione.

Provvede con le proprie mani a costruire i congegni indispensabili, all’epoca inesistenti o assolutamente inaffidabili (come i succitati cannocchiali olandesi), e ne scrive con la mentalità di uno scienziato dei nostri giorni.

Per Sofia Talas (Università di Padova) è a tali mezzi che va accreditata la saldatura fra scienza e tecnica che si affermava, nel corso Seicento, con la cosiddetta Rivoluzione Scientifica.

Antonio Lovato (Università di Padova) sposta l’esame delle ricerche galileiane nel campo a lui familiare della musicologia, relative alle consonanze e dissonanze, analizzate da più punti di vista: le vibrazioni indotte su corpi diversi (corde di strumenti, lastre metalliche, liquidi, canne d’aria, …), i rapporti matematici, gli effetti percettivi prodotti sul timpano dell’orecchio “fatto tremare” da vibrazioni regolari

Maurizio Rippa Bonati (Padova, Dipartimento Scienze cardiologiche, toraciche e vascolari) argomenta sulle tante “indispositioni” di cui Galileo fu colpito negli anni padovani (pagando in salute anche le conseguenze del bere), in stretti rapporti con i medici dell’Università, e sulle inesauribili curiosità che lo stimolavano a produrre gli impasti medicinali da vendere.

Chi vuole sapere i particolari dell’Occhiale eccelentissimo galileiano li trova nel testo di Annalisa Pezzo (Direzione Affari Generali Comune di Siena); non sotto l’aspetto tecnico, bensì per le innumerevoli storie nate attorno ad esso, proprio a Siena; una riguarda persino la fusione del campanaccio della Torre del Mangia.

Infine, se prima di Galileo la conoscenza della natura doveva render conto al potere politico e religioso, scrivendo solo in latino, con lui che adotta anche il volgare, la ricerca scientifica, a sue spese, afferma finalmente la propria autonomia.

Galileo e le arti

La vicenda di Galileo uomo e scienziato è fatta vivere ai visitatori in modo inedito, attraverso le creazioni d’artisti di vario stile e di varie epoche che in qualche modo riprendono le sue idee (o fanno riferimento a strumenti, oggetti, libri o disegni da lui creati), a cominciare da Adam Elsheimer che, nella Fuga in Egitto del 1609, dipinge realisticamente la Via Lattea (nella tela è la striscia inclinata luminosa che parte dall’alto a sinistra), costituita dall’ammasso di stelle indiscernibili a occhio nudo, come nessun filosofo o astrologo aveva osato immaginare prima.

Adam Elsheimer, La fuga in Egitto, rame firmato e datato 1609 (Alte Pinakothek, Monaco)

Questa esposizione porta in evidenza le diverse aree culturali che lo vedono coinvolto. Da letterato è stato ammirato da Leopardi, Foscolo, Pirandello, De Sanctis, Ungaretti, e definito da Calvino “il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo”, il cui lessico “fu uno dei modelli della lingua di Leopardi, gran poeta lunare”. Quale musicista, teorico e liutista virtuoso, lo si stimava in grado di competere con il padre, musico professionista. Come imprenditore, si rimanda a quanto accennato poco sopra.

Se fu privo di scrupoli nel sancire che i dipinti di Arcimboldo sono “una confusa e inordinata mescolanza di linee e colori”, rilevanti sono le argomentazioni relative al confronto tra i valori della pittura e della scultura scritte nel 1612 all’amico pittore Lodovico Cardi (scultore e architetto, detto “il Cigoli” dal nome del paese dov’era nato) nella lettera rimasta famosa e catalogata Paragone delle Arti.

Infine, fu pittore lui stesso per opere esemplari come le lune viste al telescopio – primo al mondo, nel 1609 – tradotte subito in immagini nella splendida serie di acquerelli delle Sei fasi lunari, conservati alla Bibliothèque Nationale de France. Abituati come siamo all’esattezza fotografica delle immagini diffuse dalla NASA, potremo riscontrare la loro corretta precisione.

Il Sidereus Nuncius aperto sulle acqueforti della luna di Galileo

Da scritti che parlano di Galileo, inoltre, si apprendono fatti degni di nota, anche se all’apparenza minori. Stupisce e diverte, leggendo episodi della sua vita quotidiana, sapere per esempio che qui a Padova la passione per i vini dei Colli Euganei lo induceva a barattare strumenti da lui creati (compassi, cannocchiali, microscopi, …) e i medicinali da lui prodotti, in cambio di adeguate forniture dalle migliori cantine della zona.

La mostra

“L’Universo in chi lo guarda” e le “Immagini del mondo da Galileo ad Anish Kapoor” – titolo e sottotitolo del testo di Stefan Weppelmann pubblicato in catalogo – mettono a fuoco il costrutto dell’esposizione. Parlano infatti di osservazioni, raffigurazioni, pensieri, corpi, energia, luoghi, portando alla conclusione che gli “imponenti processi interattivi di spazio, tempo e materia” che li coinvolgono “sono compressi in forma di relazione” e insegnano che “l’universo osserva se stesso”. Cosa è stata l’arte per Galileo lo rivelano i trattati da lui scritti, di cui in parecchi casi si sono perse le tracce (chi ha mai letto il De visu et coloribus, menzionato in una lettera del 1610?), e che tutto ciò fosse apprezzato lo conferma la sua elezione, nel 1613, a membro dell’Accademia Fiorentina del Disegno.

Lo ritraggono parecchi artisti. Lo fa Filippo Furini detto lo Sciamerone (o forse non lui, ma Tiberio Titi, figlio di Santi di Tito), per farne ricavare l’incisione del frontespizio della Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti, 1613, e del Saggiatore, 1623. A matita, Ottavio Leoni, ritrattista pontificio, nel 1524. A olio su lastra d’argento Domenico Passignani (è un’attribuzione) ora di proprietà privata a Helsinki. Su tela il Cigoli, ma perduto non si sa da quanto tempo. E il fiammingo Justus Sustermans, che trascorse gran parte della vita a Firenze, nella Villa Giovannelli, vicina alla sua, lo fa vedere più anziano di quanto egli sia.

Justus Sustermans, Ritratto di Galileo, 1636 (versione dell’originale del Museo degli Uffizi, Firenze)

Trentacinque anni prima Santi di Tito lo aveva effigiato dandogli un aspetto giovanile in cui nessuno oggi lo riconoscerebbe; il dipinto, dato a lungo per irreperibile, si ritiene sia quello acquistato a un’asta d’oltralpe dal nobile antiquario e storico fiorentino Alberto Bruschi, in precedenza mai comparso in pubblico e portato in Italia con certificato di importazione temporanea.

Santi di Tito (attr.), Ritratto di Galileo Galilei, 1601 (collezione Alberto Bruschi, Grazzana)

Federico Tognoni, dell’Università di Firenze, reputa possa essere il ritratto del quale, nel 1793, parlava Giovanni Battista Clemente Nelli degli Ughetti o Sinibaldi da Montecuccoli – senatore della Repubblica a Firenze – nel volume Vita e commercio letterario di Galileo Galilei, citando quel “piccolo quadro in età di anni trentotto” quale tesoro della propria biblioteca; se così fosse, toglierebbe la primizia attribuita finora al ritratto che porta l’iscrizione gallileus / gallileus / mathus (per mathematicus), ritenuto di Domenico Tintoretto (figlio del grande Jacopo) e datato attorno al 1605-1606. Giovanni C.F. Villa lo espone, considerandolo una delle preziosità riservate ai visitatori, con l’auspicio che susciti un fattivo dibattito.

Decisamente importante è l’autoritratto menzionato dal letterato inglese Thomas Salusbury, autore della prima biografia in assoluto pubblicata nel 1664 (poiché il Racconto Istorico della vita di Galileo scritto dieci anni prima dal fiorentino Vincenzo Viviani, il più giovane dei discepoli della tarda età, fu edita solo nel 1717). Di quel libro esisteva, in una biblioteca nobiliare, una sola copia superstite del disastroso incendio di Londra del 1666, venduta poi a un’asta di Sotheby per più di 150.000 sterline, e non più visionabile.

Luna, stelle, pianeti diventano presenze sempre più frequenti man mano che passa il tempo; che sia la terra a girare attorno al sole, e non viceversa come fino allora creduto, che la luna abbia monti e valli e si possano vedere, sono novità che girano da luogo in luogo e influiscono nella fantasia degli artisti, che non credono più all’esistenza di un globo celeste, anche se l’hanno dipinto fino a ieri. Nei due esempi che seguono, ad opera del Guercino, le due tele dipinte a un anno di distanza svelano il mutare di credenze mitologiche.

Giovanni Francesco Barbieri, detto “il Guercino”, Atlante che sostiene il globo celeste, 1646 (Museo Mozzi Bardini, Firenze)

Infatti, l’iconografia subisce la variante del cannocchiale galileiano al posto del bastone da pastore nella scena di Endemione, giovane re dell’Elide, dormiente, seduto, avvolto di panni sfarzosi e a spalle nude, che sogna Selene – la luna – di cui è innamorato e la cui falce sta alta in cielo; tiene in grembo il nuovissimo strumento che gli permette di vederla, per sentirla più vicina.

Giovanni Francesco Barbieri, detto “Guercino”, Endemione, 1647 (Galleria Doria Pamphilj, Roma)

Giove e i suoi pianeti, Venere, la luna, non più uniformemente argentea, sono ora dipinti come si presentano al telescopio, di cui tanto si parla. Tra il terzo e il quarto decennio del Seicento, Artemisia Gentileschi, Jacopo Chimenti detto l’Empoli, Stefano Della Bella, Donato Creti e altri fanno schiera attorno a Galileo. Creti li sviluppa in serie (Sole, Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, una cometa), tutti delle stesse dimensioni (51×35 cm). Glieli ha commissionati il conte bolognese Luigi Marsili, per farne dono al pontefice, Clemente XI Albani, e indurlo a far edificare nella sua città un osservatorio astronomico, che – primo in Italia – sarà effettivamente realizzato.

Donato Creti, serie di Osservazioni astronomiche, Mercurio Venere Marte Giove Saturno e una cometa, 1711 (Musei Vaticani)

Luca Giordano (soprannominato “Luca Fa presto” per aver dipinto in soli due giorni le tele della crociera in Santa Maria del Pianto a Napoli), invece, lo fa ritraendosi in veste di astronomo, con un librone aperto tra le mani, sulle cui pagine si distinguono forme astrali.

Luca Giordano, Autoritratto in veste di astronomo, (collezione privata)

Solo nell’Ottocento Galileo compare in quelli che sono i momenti più duri della sua esistenza: davanti all’Inquisizione e in carcere.

Cristiano Banti, Galileo davanti all’Inquisizione, 1857 (Palazzo Foresti, Carpi, Modena)

Cesare Benevello della Chiesa, Galileo in carcere, ante 1838 (Musei Civici, Pavia)

Nell’ambito della mostra patavina figura uno dei capolavori del simbolista ferrarese Gaetano Previati, adottato come logo della rassegna.

Gaetano Previati, La danza delle Ore, 1899 circa (Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, Milano)

Ispirato com’è all’omonima opera di Ponchielli, non lo si può proprio definire attinente al tema dell’esposizione, ma gli si deve riconoscere un forte potere suggestivo, per l’universo e il tempo cui si richiamano rispettivamente, come in una voluta allegoria galileiana, il sole, la terra e le figure che girano in cerchio, magistralmente raffigurati nell’atmosfera onirica tipica di questo pittore.

A portare la visione del contemporaneo, tra Previati e Kapoor sono inserite interpretazioni, a cominciare da quella di Giacomo Balla (fanatico del telescopio).

Giacomo Balla, Mercurio che passa davanti al sole visto al cannocchiale 1914 (Futur-ism Roma)

Altre sono del video-artista tedesco Michael Najjar e del pittore belga Luc Tuymans, o la primizia del regista del film muto Marie-Georges-Jean Méliès Le Voyage dans la Lune (1902).

Marie-Georges-Jean Méliès , Le Voyage dans la Lune 1902 (film muto Lobster Films Collection)

Più tardi arrivano pure i fumetti tra i quali spicca uno straordinario Tintin astronauta.

Hergé (Georges Prosper Remi), Les aventures de Tintin. On a marché sur la lune, 1954

Nei circa centonovanta pezzi – tra dipinti, acquerelli, stampe, strumenti e oggetti da lavoro, astrolabi, sfere armillari, documenti, libri – scenograficamente distribuiti nelle dodici sale dell’esposizione, la figura di Galileo Galilei appare sotto ogni possibile scorcio. Per concludere, però, ne propongo quale simbolo uno dei più noti trompe-l’oeil del barocco, che allude all’enorme complessità di quanto in essi è contenuto di palese o nascosto. È di Domenico Remps, non si sa se fiammingo o tedesco, ma definito “Italian painter” in quanto lungamente attivo a Venezia, tant’è vero che dovunque il suo primo nome rimane quello. Sembra fosse un collezionista insaziabile di oggetti d’ogni genere.

Domenico Remps (o Rems, Scarabattolo, fine ’600 (Museo dell’Opificio delle Pietre Dure, Firenze)

Se qui è esposto, vuol dire che non sono il solo a riconoscere in questo dipinto il più esaustivo – metaforicamente – dei ritratti del grande Galileo.

Il catalogo, pubblicato da SilvanaEditoriale (che ha prodotto la mostra) e curato da Villa e Weppelmann, obbedisce al sano principio di rendere la materia – trattata nei testi dagli esperti via via citati – accessibile anche a lettori non specificamente preparati. Sono disponibili anche audioguide della Start S.r.l.

Dei curatori, Giovanni Carlo Federico Villa, nato a Torino nel 1971, è professore di Storia dell’Arte Moderna e direttore del Centro di Ateneo di Arti Visive dell’Università degli Studi di Bergamo; Direttore onorario dei Musei Civici di Vicenza e Conservatoria Pubblici Monumenti Pinacoteca di Palazzo Chiericati. Tra le svariate grandi mostre internazionali da lui curate hanno particolare rilievo le cinque delle scuderie del Quirinale (Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto, Tintoretto e Tiziano) dal 2006 al 2013, per le quali il Presidente della Repubblica lo ha insignito dell’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Stefan Weppelmann, nato nel 1970, ha trascorso lunghi soggiorni di studio a Roma e a Firenze ed è ora il direttore della Gemaldegalerie del Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Sempre all’insegna dell’universalità culturale galileiana è lo spettacolo teatrale a margine della rassegna, animato da Corrado Augias e Giovanni C.F. Villa. Il quale, essendo tutt’alto che conformista e pedante, ha scelto come finale un’irriverente sequenza di versi scritti, ancor giovane docente senza laurea, dal genio pisano, a proposito delle categorie di uomini che, al contrario di lui,

o son pieni di vento, / o di belletti o d’acque profumate, / o son fiascacci da pisciarvi drento.

Il modo rivoluzionario di rappresentare la rivoluzione Galileo ultima modifica: 2017-11-20T19:04:20+02:00 da ENNIO POUCHARD

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento